Da una scintilla scoppierà un incendio
Amore: è arrivato il momento di mandarti un addio che sa di campo santo (di foglie morte, di qualcosa di remoto o in disuso).
Avrei voluto farlo con quei segni che si fermano ben prima del margine e che si è soliti chiamar poesia, ma non ce l’ ho fatta; ho tante cose intime da sussurrarti, che già le parole si fan carceriere, e ancor più quegli algoritmi schivi che si divertono a spezzar la mia vena.
Non sono tagliato per il nobile ufficio di poeta.
Non è che non abbia cose dolci da dire. Sapessi quante ne ho accalcato dentro di me. Ma la conchiglia che le imprigiona è così lunga e contorta, che arrivano alla fine del viaggio di malumore, schive! Frantumate per via, trasformate in vibrazioni disperse,nient’ altro…..Manco di una guida.
Per potertelo dire, dovrei frantumarmi a mia volta.
Usiamo le parole per quel che sono, e fotografiamo l’ istante.…
Ti amo così. Nel persistente sapore di un caffè amaro in una mattina senza nome, nel gusto di carne tersa della fossetta del tuo ginocchio, un sigaro di cenere equilibrista, un incoerente farfuglio che difende il cuscino immacolato.. Ti amo così: guardando i bambini come una scala senza storia (qui mi fai male perché non m’appartengono i loro mutamenti) con una fitta profonda nel costato, un fare che svillaneggia l’ ozio della conchiglia.
Ora sarà un addio, davvero; il fango mi ha invecchiato di cinque anni; resta da spiccare l’ ultimo salto, quello definitivo.
Sono finiti i canti di sirena, i rovelli interiori; s’ alzano i canapi per la mia ultima corsa. Così veloce che metterà in fuga ogni grido.
Il passato è morto; sono un futuro che avanza.
Non chiamarmi, non ti sentirei; solo posso rimuginarti nei giorni di sole, sotto la carezza sempre nuova delle pallottole.
Lancerò uno sguardo a spirale, come l’ultimo giro del cane che si accuccia.
Vi vedrò uno a uno tutti insieme.
Se un giorno senti l’ imperiosa violenza d’ uno sguardo, non ti girare, non spezzare l’ incanto, continua a filtrare il mio caffè e lasciami viverti per sempre nel momento che dura.
LETTERA DI ADDIO scritta da ERNESTO “CHE" GUEVARA per ALEIDA MARCH, 1966.