Da una scintilla scoppierà un incendio
Da molto tempo asserragli i miei passi,
il tuo sangue ed il tuo sacrificio intarsiato,
impongono l’ anamnesi collettiva della storia.
Ormai sappiamo che i “romanticismi” sono indicibili,
se non trasposti in musiche o poemi.
Nei luoghi stessi in cui tu sei raccontato,
appello per un altrove,
è sempre più difficile farti tacere,
sei un cadavere che canta,
il trapasso come opera d'arte.
Figlio per sempre errante,
di una patria esanime,
hai posato sull’ umanità
il tuo sguardo di medico,
il terapeuta che dimentica
nazioni, isole, razze,
che non vede che uomini
e la loro comune lebbra.
Alla maniera di Trotski
hai creduto nelle idee
senza frontiere,
capaci di guarire
ogni lebbra che attraversa
ogni patria.
Le patrie: perversi accidenti
artificiali che qualunque rivoluzione
potrebbe dissolvere.
Non ci sono più terre vocative
ma un uomo globale,
tu, i tuoi resti mortali,
che incarnano
la salute universale.
Rievoco una delle ultime domande
che fecero prima dell’ omicidio,
un soldato chiese:
“Credi che vivrai?”
Rispondesti:
Se mi lasci in vita si.
Se mi si uccide, anche.