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L’ ESPRESSIONE CINEMATOGRAFICA COME RE-INCANTESIMO DEL MONDO
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"Amo la vita ferocemente, disperatamente. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi
porteranno alla fine (…) L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più tenace della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. (…) Io sono
scandaloso. Lo sono nella misura in cui tendo una corda, anzi, un cordone ombelicale, tra il sacro e il profano"
Pier Paolo Pasolini
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In altro modo l’ artista e lo scrittore si sforzano di
superare l’ esistenza: tentano di realizzarla come assoluto…Soltanto nell’opera d’arte la mancanza d’essere ritorna al positivo; il tempo è fermato, affiorano forme
chiare e significati compiuti; in questo ritorno l’ esistenza si conferma e si giustifica; è quel che diceva Kant quando definiva l’ arte “una finalità senza
fine”.
(Simone De Beauvoir, Per una morale dell’ ambiguità, editrice 2EMME SNC, 2001.)
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La creatura umana è l’ unico essere a detenere due importanti possibilità: essere un soggetto sovrano e unico in un universo di oggetti o
diventare se stesso “oggetto” per altri.
L’ uomo condivide questa condizione con tutti i suoi simili ma, a sua volta, è oggetto per gli altri, nella collettività da cui dipende non
è nulla più che un individuo.
In questo senso, potremmo definire l’espressione artistica come un oggetto che reca “i segni” di una soggettività che, a sua volta, comunica
in un oggetto
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In ultima analisi, l’ espressione artistica è una soggettività “eternizzata” ed “eternizzante” racchiusa in un oggetto.
Non è un caso che, ogni azione artistica e creatrice, manifesta una sorta di anima, come se vivesse di una vitalità propria.
Il cinema, soprattutto alcuni generi cinematografici (il realismo-poetico, il fantasy, il cinema impegnato socialmente e moralmente), rappresentano una sorta di
re-incantesimo del mondo, in cui si verifica una sorta di ricorso al “mito” o/e agli archetipi: immagini religiose profanizzate, miti ancestrali o
figure simboliche o fantastiche.
Questi miti, queste immagini o allegorie religiose si trasformano in una sorta d’ intersezione magica.
Ne è l’ esempio il corto “Fuori dal Tempio” (regia di Siria Lentini): la perdita di sostanza religiosa di San Francesco che, in questo caso, si identifica con il barbone
respinto/emarginato dal sempre più moderno “filisteismo”, è una rappresentazione profana di “re-incantesimo”, o piuttosto di una via non religiosa
(intesa come negazione della religiosità istituzionalizzata) di riscoperta del sacro.
Purtroppo, nei tempi recenti si verifica spesso la realizzazione di un pervertimento o “corruzione” dei “miti religiosi e non” da parte dei governi alleati con le
religioni istituzionali.
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La loro manipolazione trasforma i “simboli” sacri ed i “miti” in segni rappresentativi del potere terreno, metafore o personificazioni del
Leviatano (rappresentazione del potere dello Stato-Nazione), del Moloch (idolo citato nella Bibbia, che Karl Marx usa come allegoria del Capitale) o/e Mammona (dall’
aramaico Mamna, ricchezze e proprietà materiali).
Nondimeno, un grande intellettuale antifascista-tedesco, Ernst Bloch, era persuaso che si potesse salvare il mito, che lo si potesse purificare dalle letture e riletture
“fasulle” ed “interessate” del potere costituito.
Per salvare i miti, per salvare la loro potente carica energetica ed utopica, bisogna illuminarli dalla “luce ideale del futuro”.
Innanzi tutto, bisogna partire dall’ idea che nessun mito, nessuna immagine “sacra” è locale, nazionale o appartenente ad uno “stato-costituito”.
I miti e la “sacralità” appartengono alla dimensione dell’ “umano-universale”.
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L’ interiorità mitopoietica
affiorata dal profondo non può accogliere i confini imposti dall’ intelletto razionale: essa riproduce il regno di ciò che sfugge ininterrottamente dalla coscienza, del
magnifico disordine della fantasia e del caos primordiale della natura umana.
Attraverso la libera espressione artistica e/o attraverso, soprattutto, un cinema indipendente l’ uomo potrebbe tornare a scoprire la sua potenza divinatoria e
proiettarsi verso un futuro immaginario, da costruire e pianificare secondo i propri desideri più autentici.
Attraverso un’ efficace ed attenta denuncia-morale impregnata di poesia (come nel caso del corto: Fuori dal Tempio), si potrebbe iniziare a teorizzare
ed immaginare un ordine pratico nuovo, un intervento sull’ esistenza mitica che assuma un ruolo di “purificazione” dello stesso mito da tutte le “incrostazioni” che
affievoliscono la sua carica vitalizzante e fortificante.
Un compito che, ai nostri tempi, continua ad essere di bruciante attualità.
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In realtà, è un torrente intero che
è necessario deviare dal proprio letto per poter lavare la pestre mitologica che si è installata nei “salotti-bene” alla fine del XX secolo. I miti dell’ oscurantismo
religioso e nazionalista, questi idoli dalla testa di rospo (salvo il rispetto dovuto a questo animale) che si credevano annegati nella acquitrino di una storia piuttosto
severa, che li aveva designati ad una precoce sconfitta, riemergono dai loro abissi.
I miti dell’oscurantismo dogmatico assillano di nuovo le coscienze e le annegano nel piombo liquido dell’ “a-criticità” di un “culturame” accettato passivamente dalla TV
spazzatura e da un animo surriscaldato del dogmatismo religioso.
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Ai pendii di questi idoli si erge, onnipresente e corpulento, il vero Grande Mito del nostro secolo, il Dio che ha
divorato tutti gli dei, il feticcio che regna su tutti i feticci, il signore Moloch che ottiene tutti i sacrifici dell’ animo umano: la perdita di un’ autentica
creatività, la perdita della socialità, la perdita del senso critico, la perdita dell’ unità (intesa come piacere di stare insieme, come senso
comunitario).
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È così che il San Francesco-barbone
non viene riconosciuto, la sua identità è stata trasformata/deviata da una semplice ordinanza cittadina, dal capovolgimento simbolico istituito dal potere temporale.
Ecco che l’ ordinanza (che in questo caso rappresenta il potere statale alleato al potere religioso) trasforma l’ autentica spiritualità (incarnata dal barbone solitario e
marginale) in qualcosa di “fuorviante” o sviante, qualcosa da allontanare e perseguire.
In tal modo l’accattone viene allontanato: dalla suora e dal vigile (emblemi /rappresentanti dei due poteri che si aiutano vicendevolmente).
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Compare così alla fine l’ immagine del Santo (San Francesco) che sorregge il barbone: il Santo in questo caso è l’ alter-ego del
mendicante che ha conservato un anima cristallina e limpida, forse proprio grazie alla sua povertà e marginalità. In definitiva: il corto sembrerebbe una sorta di
lode all’ “inviolato” (a colui che ha preservato intatto il suo spirito). Ma potrebbe lasciar intendere che, anche qualora i nostri
animi, venissero “macchiati” (dagli idoli dei poteri temporali) è possibile una decontaminazione: riappropriandoci degli strumenti della creatività e della ricerca.
Lutero quando affermava "Ad fontes!" ( cioè torniamo alle fonti!) si riferiva ad un motto molto diffuso tra gli umanisti. Esattamente come gli umanisti lottarono per
“salvare” e “recuperare” gli antichi autori greci e latini dalle “incrostazioni” della “vulgata-dogmatica” diffuse tra gli ambienti colti dei chierici, così la Riforma
volle fare tabula rasa di quanto si era stratificato nella fede cristiana durante il Medioevo e si prospettò come un "ritorno alle origini" della fede. Come sul
piano esegetico della Bibbia, la Riforma tentò di promuovere lo studio delle fonti originali (dando molto valore allo studio del greco e dell’ ebraico). Ciò significa
che di fronte alle mistificazioni, alla contaminazione dell’ immaginario-simbolico collettivo, è possibile un atto/gesto di “ripulitura” della nostra coscienza: ricreare
dei luoghi portentosi di resistenza, affermare una limpida luce di rifiuto, uno spirito ironico di negazione di tutte le manifestazioni di asservimento mitologico,
riappropriarci di quel rapporto magico dell’ uomo-primordiale con il cosmo cioè quel rapporto rituale con il mondo scomparso che l’ avvento della “ragione-strumentale” e
calcolatrice (tipica della società moderna) ha distrutto.
Maddalena Celano
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