È solo dal 2001 che il Codice Civile turco ha sancito la parità tra uomo e donna, ma già nel 1990 la Turchia ha avuto un primo ministro donna. È quanto emerge da una ricerca presentata in occasione dell'Italian- Turkish Forum (Istanbul, November 18-19) focalizzato sul dialogo interculturale Lunedí 07.12.2009 15:04
È solo dal 2001 che il Codice Civile turco ha sancito la parità tra uomo e donna, ma già nel 1990 la Turchia ha avuto un primo ministro donna. È quanto emerge da una ricerca presentata in occasione dell'Italian- Turkish Forum (Istanbul, November 18-19) focalizzato sul dialogo interculturale.
Il Gruppo UniCredit ha deciso di realizzare una ricerca in merito alla percezione condivisa dell'opinione pubblica in Italia e Turchia. L'indagine è stata condotta da TNS, un primario istituto di sondaggi. Tale indagine si è posta l'obiettivo di portare alla luce percezioni distorte e stereotipi al fine di individuare aree in cui è necessario intervenire in maniera più massiccia per ridurre le barriere culturali tra i due paesi.
L'indagine ha confermato l'esistenza di numerosi stereotipi radicati, in particolare relativamente alla condizione delle donne. Tali stereotipi e pregiudizi sembrano in particolare meno comuni e diffusi tra i turchi rispetto agli italiani. Sul fronte turco, le percezioni distorte, se presenti, tendono a sovrastimare il grado di emancipazione. I turchi ritengono che le donne italiane abbiano raggiunto un elevato grado di emancipazione e che la loro situazione attuale non differisca sostanzialmente dalla media europea.
Ampie frange di italiani hanno pregiudizi in base ai quali le donne turche vengono dipinte come oggetto di profonda discriminazione all'interno della società. Le statistiche relative alla condizione delle donne in Turchia non sono incoraggianti. La partecipazione delle donne alla forza lavoro, che ha fatto osservare aumenti in passato, sembra aver registrato una diminuzione negli ultimi anni. Numerose associazioni femminili e ONG lamentano la persistenza di casi di violenza domestica all'interno delle famiglie e di trattamenti iniqui in alcuni settori. La quota di donne turche che siede in Parlamento è ancora pari a circa il 9% ed è talvolta inferiore a livello comunale.
Al contempo, tuttavia, sono stati compiuti progressi in numerosi campi e le percezioni dell'opinione pubblica italiana in base alle quali le donne turche risultano essere profondamente discriminate e vittimizzate in seno alla società non rendono giustizia alla storia dell'emancipazione femminile in Turchia. Negli anni '90 la Turchia aveva un primo ministro donna, mentre in Italia ciò non è mai accaduto nell'intera storia del paese.
Quanto all'istruzione, le donne turche sembrano aver compiuto ingenti progressi negli ultimi anni, che le hanno portate ai livelli simili (sebbene ancora inferiori) a quelli dei paesi dell'UE. La Turchia ha fatto registrare elevati tassi di crescita delle iscrizioni delle donne a tutti i livelli di istruzione, talvolta superiori a quelli della media europea. Tra il 2000 e il 2007, ad esempio, l'iscrizione delle donne alla scuola secondaria ha fatto registrare un incremento di sei punti e a quella terziaria di oltre 10 punti, facendo osservare quasi un raddoppiamento della presenza di studentesse a livello universitario.
La Turchia continua a mostrare livelli di gran lunga inferiori di disoccupazione femminile (sia di giovani che di adulti) rispetto ad altri paesi della regione. Prima della recente crisi economica, i dati relativi alla disoccupazione erano più o meno equamente suddivisi tra uomini e donne. Tra il 2000 e il 2007 si è registrato un aumento degli stipendi in termini relativi per la popolazione femminile. Un ulteriore evento degno di nota è il fatto che la disoccupazione nel settore terziario ha fatto osservare tassi di crescita maggiori e più rapidi per le donne turche rispetto agli uomini (quasi l'80% della forza lavoro femminile è impiegata nel terziario rispetto a soltanto il 56% degli uomini).
Le donne turche, inoltre, sembrano distinguersi in termini di imprenditorialità . Le ONG e le altre istituzioni hanno promosso attivamente l'imprenditorialità femminile fornendo servizi formativi e di supporto per le imprenditrici appena sbarcate nel mondo degli affari. Secondo il Global Gender Equality 2006 Report le opportunità che le donne vengano promosse a posizioni dirigenziali nelle società turche sono superiori rispetto a numerosi paesi dell'UE e dell'OCSE. Secondo Eurostat la presenza femminile negli organi di direzione delle grandi imprese è superiore in Turchia rispetto all'Italia.
Ulteriori miglioramenti delle condizioni femminili, risultanti dalle riforme intraprese dalla Turchia nella prospettiva dell'apertura dei negoziati con l'UE e nel corso dei quattro anni ormai trascorsi dall'avvio della procedura di accesso, non sono ancora rilevati dalle statistiche.
Nel 1998, un anno prima che alla Turchia fosse assegnato lo status formale di paese candidato da parte dell'UE, il Parlamento turco ha ratificato una nuova legge in materia di violenza domestica. Nel 2001 è stato approvato il nuovo Codice Civile .turco. Nel contesto del nucleo familiare, il nuovo codice abolisce la supremazia dell'uomo stabilendo la totale uguaglianza. Tra le altre disposizioni, il codice fissa a 18 anni l'età legale minima per contrarre matrimonio. Il marito non rappresenta più il capofamiglia ed è stato abolito il concetto dei figli "illegittimi" .
Nel 2004 è stata emendato il Codice Penale turco allo scopo di inasprire le pene per alcune forme di "crimini d'onore" che coinvolgono le donne. Nel mese di marzo 2009, nel Parlamento turco è stata costituita una commissione ad hoc con il nome di Commissione sulle pari opportunità di uomini e donne.
Sebbene spesso ignorino tali eventi e tendenze, gli italiani non si dimostrano pessimisti sulle pari opportunità di genere in Turchia. La maggior parte degli italiani è fermamente convinta del raggiungimento della condizione di pari opportunità di genere. Una percentuale sostanzialmente corrispondente di uomini e donne ritiene realistico tale risultato.
Un elemento ancora più rilevante è costituito dal fatto che gli italiani dichiarano chiaramente che ulteriori progressi nel raggiungimento dell'emancipazione femminile inciderebbero in maniera significativa sulla loro opinione in merito alla questione dell'ingresso della Turchia nell'UE, rendendo tale prospettiva molto più auspicabile. Attualmente gli italiani hanno una scarsa considerazione del ruolo della donna nella società turca, ma in caso di sviluppi positivi, tale opinione cambierebbe e l'intera Turchia diventerebbe più interessante sia come paese che come cultura.
di Carlo M. Miele Osservatorio Iraq, 10 dicembre 2009
Nelle prossime ore, il Partito della società democratica (Dtp), la principale formazione kurda in Turchia, potrebbe essere messo al bando per collusione con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), organizzazione armata fuorilegge.
Per domani è attesa la sentenza della Corte costituzionale di Ankara, che è riunita da martedì per valutare una richiesta di chiusura avanzata due anni fa dal procuratore capo della Suprema Corte d'Appello, Abdurrahman Yalcinkaya.
Il Dtp, che alle ultime elezioni politiche è riuscito a ottenere 21 deputati e che nelle amministrative del marzo scorso si è confermato prima formazione del sudest kurdo - è accusato di “condurre attività che mettono in pericolo l’ indipendenza dello Stato e la sua unità”, in accordo con le “direttive” del Pkk.
A sostegno delle sue accuse, la procura turca ha portato 141 “prove”, che adesso sono al vaglio degli 11 giudici della Corte costituzionale, presieduta da Hasim Kilic.
Il partito guidato da Ahmet Turk, tuttavia, nega di avere “alcun legame organico” con il Pkk, pur rifiutandosi di definirlo “organizzazione terroristica”, come invece fanno Turchia, Unione europea e Stati Uniti.
I dirigenti del partito hanno criticato duramente l’ipotesi di una chiusura, affermando che una decisione di questo tipo potrebbe alimentare le tensioni tra lo Stato centrale e i 12 milioni di kurdi che vivono in Turchia.
“Il possibile verdetto di chiusura – si legge in un comunicato - non sarebbe un verdetto legale, sarebbe un verdetto politico. Portare il Dtp al di fuori dell’arena politica democratica servirebbe solo ad aumentare il caos ed il processo di crisi esistente in Turchia. Indebolirebbe la fiducia kurda nella politica parlamentare”.
L’eventuale messa al bando del partito comprometterebbe anche, e in maniera definitiva, le speranze di una soluzione pacifica della “questione kurda”, alimentate dalla cosiddetta “Iniziativa democratica” annunciata dal governo di Ankara.
Il procedimento sulla chiusura del Dtp costituisce un esame per l’Iniziativa democratica del governo, ha detto il segretario Ahmet Turk nel corso di un intervento nel parlamento di Ankara, precisando che “nell’eventualità che venisse presa una decisione di chiusura, questo assumerebbe il significato di un colpo di Stato politico” e che “la chiusura del Dtp sarebbe una insistenza nel lasciare senza soluzione la questione kurda”.
Non è la prima volta che un partito kurdo turco si trova a rischio di chiusura. In passato sono stati messi al bando il Hep, il Dep, il Ozdep e l’ Hadep, mentre il Dehap ha deciso di sciogliersi prima che i provvedimenti giudiziari a suo carico giungessero al termine.
Oltre che sulla chiusura del Dtp, la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi anche sulla messa al bando dalla vita politica di otto suoi deputati e di diversi dirigenti di rango inferiore.