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Da una scintilla scoppierà un incendio

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Quote Rosa nella politica Turca: un disastro!

Quote rosa nella politica turca
2 giugno 2011 Osservatorio Balcani1354229293_81ae08722a.jpg

La Turchia si prepara alle prossime elezioni politiche ma la rappresentanza
femminile nell'arena politica è ancora troppo povera di "quote rosa". Ne
parliamo con Binnaz Toprak, candidata deputata del Partito repubblicano del
popolo (CHP)

Tra meno di tre settimane ci saranno le elezioni. I partiti lo scorso aprile
hanno scelto i propri candidati per il parlamento, figurando un numero molto
limitato di donne nelle liste elettorali. E sebbene alcuni partiti prevedano
nel proprio statuto una “quota rosa” molto spesso non viene rispettata.

Cosa c’è alla base di questa scarsa presenza delle donne in politica?

I partiti non hanno l’obbligo di riservare una quota per le donne. Le
associazioni delle donne la reclamano da diverso tempo, ma durante i suoi nove
anni di governo, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi-Partito della giustizia e
dello sviluppo) non ha voluto indrodurlo perché secondo la sua logica chi entra
in politica lo deve fare per i propri meriti, e dunque anche le donne devono
meritarselo. Ma le cose non stanno propriamente così, e non possiamo certo dire
che tutti gli uomini che fanno parte dell’assemblea nazionale siano lì per i
propri meriti. Il fatto è che la politica è stata sempre vista come una
faccenda da uomini. Questa situazione non è addossabile solo all’AKP, dato che
si tratta di un’interpretazione data sin dai primi inizi della nostra
democrazia. Le donne vengono inserite dai vari partiti nelle liste elettorali
per una questione di immagine, ma sempre negli ultimi posti dove non c’è la
possibilità di essere elette. E questo dopo aver lavorato per il partito e
pagato le quote associative per poter essere candidate. Esiste un background
storico di esclusione delle donne dalla politica e finché questo background non
diventerà uguale per tutti, sarà necessario risolvere il problema inserendo le
quote. Spero che il mio partito consideri la questione seriamente e se ne
faccia promotore.

Qual è la situazione nel CHP a riguardo?

Lo statuto del CHP stabilisce una “quota rosa” del 25%, ma anche qui purtroppo
non è prevista una disposizione che imponga l’elezione dell’intera percentuale.
Nonostante questo per le prossime elezioni il CHP ha registrato il numero più
alto di domande nelle candidature femminili. Il partito allo stato attuale ha
in parlamento 8 deputate. Noi ci aspettiamo che dopo le elezioni il numero
salga a 30. Tuttavia, nella nuova Costituzione che stiamo preparando – e io
sono nella commissione che la sta redigendo – abbiamo inserito la clausola
della “parità”. Sarà da vedere se verrà approvata o meno, ma le donne devono
avere questo obiettivo. Magari all’inizio si otterrà una quota del 40% e non
una parità assoluta, ma per cominciare sarebbe un buon inizio.

Molto spesso l’assenza delle donne in politica viene giustificata come una
questione di disinteresse o di incapacità. Lei cosa ne pensa?

Un sondaggio condotto alcuni anni fa con un collega sull’assenza o l’
inferiorità numerica delle donne, non solo in politica ma anche nelle cariche
superiori dell’amministrazione e nella partecipazione al lavoro, aveva
completamente capovolto il luogo comune secondo cui le donne non sarebbero
interessate alla politica. Quasi la metà delle donne intervistate affermarono
che si sarebbero occupate di politica se ne avessero avuto la possibilità, e
che avrebbero assunto incarichi in politica, dalle amministrazioni locali fino
alle posizioni più alte. Una buona parte delle donne avevano affermato che non
entravano in politica per mancanza di opportunità.

Cosa comporta entrare in politica per una donna in Turchia?

Fare politica non è un lavoro tanto diverso da quello del medico, del giudice
o del professore universitario. Le donne fanno tutti questi mestieri e in più
si occupano della casa e dei figli. Forse diventare parlamentare, se ti limiti
solo a lavorare i tre giorni alla settimana in cui si riunisce l’assemblea è
addirittura più semplice. Il vero problema per una qualsiasi donna che lavora è
la cura dei figli. Dato che non c’è uno stato sociale forte, il numero degli
asili dove affidare i bambini è estremamente limitato. Quelli che ci sono
chiedono dei prezzi esorbitanti. Le donne devono versare gran parte dei propri
stipendi per pagare gli asili o le baby sitter. Anche secondo i sondaggi il
motivo principale indicato dalle donne riguardo al fatto di non lavorare è la
mancanza di qualcuno che possa accudire i figli. C’è poi il fatto che in
Turchia il sistema politico, come del resto molti altri mestieri anche nel
mondo, è fatto “a misura di uomo”, esattamente come i piani da lavoro delle
cucine sono progettate secondo l’altezza delle donne, con una definizione a
priori di cosa sia un lavoro per gli uni e per le altre. Ma anche in questo
caso, abbiamo numerosi esempi che capovolgono questo assunto.

Quale può essere secondo lei un modo per cambiare questo sistema?

Inserire l’obbligo delle quote. Perché quando non c’è l’obbligo di una
percentuale di donne, nemmeno i leader politici che vorrebbero avere più donne
nel partito riescono a far valere la propria volontà, perché c’è una tale
pressione e imposizione da parte delle componenti maschili che non permettono
che arrivi il turno alle donne. Le quote fornirebbero invece una
giustificazione alla loro scelta. In questa fase penso che sia l’unico modo per
risolvere il problema.

Un’altra questione che trova spazio nell’opinione pubblica è il problema della
rappresentanza delle donne con il velo in parlamento. Si dice che dal momento
che sono numerose le donne che portano il velo nella società dovrebbero poter
essere elette anche loro. Qual è la posizione del CHP a riguardo?

Per lunghi anni la questione del velo nelle università è stato un grande
problema. Dopo che Kemal Kılıçdaroğlu (leader del CHP) è arrivato a capo del
partito ha affermato che il CHP non si sarebbe intromesso nell’abbigliamento
delle studentesse perché l’istruzione, come la libertà di potersi comportare
come richiede il proprio credo religioso è un diritto e non si può obbligare
una persona a optare per un diritto a scapito dell’altro. Tutti hanno diritto
ad avere un’istruzione e l’abbigliamento non può rappresentare un impedimento a
tale fine. Naturalmente questo è un discorso che vale per le maggiori di 18
anni, e con il presupposto che siano loro a scegliere cosa indossare. Subito
dopo l’affermazione di Kılıçdaroğlu l’Istituto di istruzione superiore (Yüksek
Öğretim Kurumu- l’ente statale che amministra il sistema universitario turco
ndr) ha diffuso una circolare liberalizzando di fatto il velo nelle università.
E ciò è stato ottenuto grazie al CHP. Tuttavia i deputati che rappresentano il
popolo devono rispettare un certo codice d’abbigliamento. Per le donne è
previsto il tailleur, per gli uomini giacca e cravatta. Non si può venire con i
jeans o i pantaloncini. Per questo motivo la nostra posizione non è favorevole
nemmeno all’uso del velo in parlamento.

Quali sono le vostre priorità per quanto riguarda i problemi delle donne? Il
CHP intende cooperare con i movimenti delle donne?

I problemi delle donne sono molteplici. C’è la questione degli asili già
accennata, quella del periodo di maternità, della violenza e degli omicidi d’
onore. Non ci sono leggi adeguate per proteggere le donne dalla violenza. Il
recente omicidio di Ayşe Paşalı, uccisa dall’ex marito nonostante le ripetute
minacce denunciate dalla donna alle autorità, incapaci di tutelarla perché
divorziata, si è trasformato in un simbolo per le donne. Il fatto è che l’AKP
considera la donna solo in funzione della famiglia. Non a caso ora il
Direttorato generale dello Statuto delle donne, fondato venti anni fa dopo
lunghe battaglie, sarà abolito per confluire nel ministero della Famiglia e
dell’Assistenza sociale. Le necessità delle donne verranno affrontate
indistintamente insieme a quelle degli anziani, dei disoccupati e dei disabili.
Ovviamente le associazioni delle donne sono in mobilitazione e anche il CHP è
contro questa modifica. Un altro problema da affrontare è l’esiguo numero di
case di accoglienza per le donne. Secondo la normativa comunale, tutte le
circoscrizioni con più di 50mila abitanti dovrebbero disporne di una.
Dovrebbero essere 4.000, ma ce ne sono solo settanta di cui 40 fondate dallo
Stato e che funzionano più come ostelli che come veri e propri centri. È
necessario rendere la norma tassativa. I posti di lavoro con più di cento donne
hanno l’obbligo di istituire un asilo, ma per evitare questa incombenza
assumono solo fino a 99 donne. Ciò che da anni chiedono le organizzazioni
femminili, e che vogliamo anche noi, è che tutti i posti di lavoro che abbiano
99 dipendenti, uomini o donne, mettano a disposizione un asilo. Tutte questi
problemi saranno considerate molto seriamente dal CHP e siamo in molte nel
partito a essere coinvolte. Io stessa sono entrata in politica per prendere le
parti di tutte le minoranze, aleviti, curdi, rom e donne, perché anche le
donne, sebbene costituiscano la metà della popolazione, sono ancora una
minoranza.

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Europa
quotidiano del PD

2 giugno 2011

A Erdogan non basta la vittoria

Il 12 giugno il premier turco vuole stravincere, ma attorno
al voto sale la tensione.

Il clima della campagna elettorale per il voto del 12 giugno in Turchia si sta
facendo giorno dopo giorno sempre più incandescente. Martedì, nella città di
Hopa (nord ovest del paese), il comizio del primo ministro Recep Tayyip Erdogan
è stato seguito da violenti scontri di piazza tra dimostranti di sinistra e
polizia.
Al termine del raduno anche l’autobus su cui viaggiava Erdogan è stato
assalito dai manifestanti a colpi di pietre. Il bilancio della giornata è così
di un morto; una guardia del corpo del premier in gravi condizioni; otto
feriti.
«Si tratta di aperte provocazioni per trascinare l’Akp nella spirale della
violenza », ha commentato Erdogan, che corre per la terza rielezione alla guida
del governo con il Partito per lo sviluppo e il progresso. Già un mese fa una
vettura della carovana elettorale del premier era stata assaltata da gruppi
separatisti curdi. Ieri invece la polizia ha arrestato diciotto nazionalisti
che progettavano incidenti nella città di Diyarbakir.
La tensione è salita anche per via di una campagna elettorale infiammata dalla
diffusione sospetta di video a luci rosse che hanno costretto alle dimissioni
alcuni dirigenti del partito nazionalista, il Mhp.
In ogni caso il grande favorito per la vittoria rimane il partito islamico
democratico del primo ministro Erdogan. Che i sondaggi danno intorno al 50 per
cento dei voti (alle elezioni del 2007 prese il 47 per cento). L’Akp,
nonostante la netta supremazia elettorale, ha investito moltissimo nella
campagna elettorale. Perché questa volta, a Erdogan e i suoi, non basta
vincere: vogliono stravincere. L’obiettivo è ottenere una maggioranza
parlamentare tale da consentire un cambio della costituzione per mutare
definitivamente i connotati della repubblica laica creata da Kemal Ataturk.
Anche se in questi otto anni di governo l’Akp ha fatto già molto per allentare
la sorveglianza dell’esercito nella vita politica del paese, per riconoscere
alla religione una dimensione propria nella sfera pubblica e dare dignità alla
cultura islamica tradizionale.
La Turchia di Erdogan è anche diventata un paese molto più importante nello
scacchiere internazionale, aumentando la sua influenza in Medio Oriente e
riuscendo a far crescere la popolarità del suo islam democratico tra le masse
musulmane. Tutto ciò è però accaduto senza sconfessare le regole del
capitalismo mondiale e mantenendo salde le coordinate strategiche
internazionali (Stati Uniti ed Europa). L’economia turca cresce a più dell’otto
per cento.
E nonostante alcuni divergenze con i suoi alleati storici, non si può dire che
Ankara abbia voltato le spalle all’Occidente.
Incapaci di scalfire veramente la supremazia di Erdogan sono invece le
opposizioni. Il nuovo leader del partito repubblicano (Chp) Kemal Kilicdaroglu
è riuscito a smuovere le percentuali del suo gruppo, spostando l’asse verso
sinistra e cercando di mettere in discussione alcuni tabù politici del partito
fondato da Ataturk, tornato negli ultimi due decenni a rimirar gli splendori
dell’età dell’oro (gli anni Trenta), dopo la salutare svolta socialdemocratica
che gli aveva inferto Bulent Ecevit. I sondaggi lo danno intorno al 30 per
cento (alle passate elezioni si assestò al 20,88), ma è ancora troppo poco per
incidere seriamente.
L’altro partito d’opposizione, il Mhp, nonostante gli scandali sessuali, è
dato all’11 per cento. Invece il partito filo curdo Bdp ha presentato i suoi
candidati nelle liste degli indipendenti, per evitare il rischio che una lista
soltanto sua rimanesse sotto l’altissima soglia di sbarramento del dieci per
cento.

Nicola Mirenzi

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