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Da una scintilla scoppierà un incendio

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La Solitudine dei Numeri Zero: donne all’ angolo.

 

Questo 21 maggio, all’ Aula dei Gruppi in Parlamento, dalle ore 17 fino alle 20 si è svolto uno stimolante incontro, con dibattito finale, sulle odierne forme di discriminazione e violenza che limitano e pauperizzano la vita femminile.  Ad introdurre il dibattito c’è stata la proiezione dello spot  di ONE BILLION RISING, con diverse immagini di donne da ogni parte del pianeta, accompagnate da ritmi dallo stile multietnico.

Successivamente interviene il dr. Daniele Frongia (Funzionario ISTAT e candidato all’ assemblea capitolina nel M5S) che elenca ed affronta gli ultimi risultati dei rilevamenti Istat sul fenomeno della violenza di genere.  Nel 2006 l’Istat condusse la prima indagine nazionale sulla violenza alle donne intervistando per via telefonica 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni. L’Istat notificò 6 milioni e 743 mila le donne che, almeno una volta nella vita, sono state vittime di violenza, fisica o sessuale, cioè il 31,9% della popolazione femminile; considerando il solo stupro la percentuale è del 4,8% (oltre un milione di donne). Se guardiamo alle donne che hanno subito o subiscono violenza psicologica la stima sale ad oltre 7 milioni. Il 6,6% del totale della popolazione femminile da 16 a 70 anni ha subito forme di violenza sessuale prima dei 16 anni. In un caso su quattro la violenza è perpetrata da un conoscente. Il 14,3% delle donne è stata oggetto di violenze da parte del partner: per la precisione, il 12% è stato oggetto di violenza fisica e il 6,1% di violenza sessuale. Del rimanente 24,7% (violenze provenienti da conoscenti o estranei), si hanno 9,8% di violenze fisiche e 20,4% di violenza sessuale. Per quanto riguarda gli stupri, il 2,4% delle donne afferma di essere stata violentata dal partner e il 2,9% da altre persone. Il 93% delle violenze perpetrate dal coniuge non viene denunciata; la percentuale sale al 96% se l’autore non è il partner.

Al 2004 il 91,6% degli stupri, in base a dati ISTAT, non è segnalata alle autorità come emerge da tale ricerca, più del 90% delle donne non denuncia la violenza, rendendo estremamente difficile il contrasto a questa piaga sociale”. Il dr. Frongia  evidenziò che l’ Istat ha rilevato un ampio fenomeno di sommerso,  secondo cui  su 100 casi di violenza sessuale, ne vengono denunciati solo 5.

Tra l’ altro, dopo gli agghiaccianti risultati della rilevazione del 2006 lo Stato Italiano, per varie ragioni, non ha più finanziato la possibilità di effettuare nuove rilevazioni sul fenomeno perciò c’è un incombente e pesante buco informativo che impedirà di seguire il fenomeno con strumenti analitici e scientifici adeguati.

Le uniche rilevazioni finanziate sono quelle riguardanti lo stalking su cui, periodicamente, verrà effettuata un’ accurata analisi del fenomeno.

Secondo l’ ultimo rilevamento svoltosi nel 2007 le donne che hanno subito 'stalking', sono il  68,5% con dei partner hanno cercato insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l'ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l'ha seguita o spiata e l'11% ha adottato altre strategie.

Tra le donne che hanno subito una violenza fisica o sessuale da ex partner la percentuale di 'stalking' arriva al 48,8%. Lo 'stalking' è più accentuato per le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale da parte dell'ex fidanzato (54,1%) rispetto alle donne che hanno subito violenza dall'ex marito o ex convivente.

Tra l’ altro, osserva il dr. Frongia, la violenza e le discriminazioni contro le donne intaccano duramente anche l’ economia italiana.

L’economia italiana continua ad essere penalizzata dalla scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Siamo al terz’ultimo posto tra i 30 paesi che aderiscono all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – dopo Turchia e Messico – sui livelli di partecipazione femminile: 51 per cento contro una media del 65 per cento. Se in  Italia ci si impegnasse di più a garantire alle donne un’ adeguata vita lavorativa e partecipativa il PIL salirebbe almeno all’ 1% in più rispetto  a quello attuale. Tra l’ altro la persistenza di violenza fisica e psicologica contro le donne non fa altro che aumentare spese sanitarie, legali e sociali ed, ovviamente,  diminuire la produttività delle stesse donne: tutti elementi che  continuando ad intaccare duramente l’ economia italiana.

Tra l’ altro, il dr. Frongia ha citato anche le indicazioni ed i risultati riportati dal BES (il Benessere Equo e Sostenibile in Italia) secondo cui a causa della crisi il gender gap si sarebbe ridotto per quanto riguarda l’accesso al lavoro, altrettanto non si potrebbe dire per le diverse dimensioni della qualità del lavoro.

Innanzitutto, le donne sperimentano una più elevata instabilità dell’occupazione, con una maggior incidenza del lavoro a termine (nel2011 era in tale condizione quasi il 21% delle donne contro meno

del 18% dei maschi) e una minore probabilità di stabilizzazione del

rapporto di lavoro nel corso di un anno (nel 2011 poco più del 18%

contro oltre il 23% dei maschi). Per entrambe le dimensioni dell’instabilità

occupazionale lo svantaggio delle donne non è mutato in

misura significativa nel corso degli ultimi anni: se per gli uomini la

percentuale di trasformazione segue di più il ciclo economico, per

le donne l’indicatore è più stabile ed è risultato simile a quello della

componente maschile solo nel picco negativo del biennio 2009-2010.

Le donne sono più svantaggiate per quanto riguarda i bassi salari e

la probabilità di svolgere un lavoro che, di regola, richiede un livello

di istruzione inferiore a quello posseduto: infatti, la percentuale di

lavoratrici dipendenti che percepiscono una paga inferiore di due

terzi rispetto al valore mediano è superiore di quasi 4 punti percentuali a quella

dei lavoratori maschi e quella di laureate e diplomate sovra-istruite rispetto alla

qualificazione del lavoro svolto è superiore di circa 2 punti a quella dei laureati e

diplomati maschi. Nonostante la crisi, però, entrambe le diseguaglianze restano

praticamente stabili negli ultimi anni. Sempre secondo il BES,

la qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le

donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito

con le attività di cura familiare. Guardando al rapporto tra il tasso di occupazione

delle donne (da 25 a 49 anni) con figli in età prescolare e quello delle

donne senza figli, pari a circa il 70%, non si nota alcuna modificazione dal 2004 al

2011: ciò significa che le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare

inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli. Questa difficoltà è ovviamente

maggiore per le donne più giovani, che è più probabile abbiano figli

in età inferiore ai 3 anni, per i quali la disponibilità di asili nido pubblici

è molto scarsa. É minore, viceversa, per le donne meno giovani,

che è più probabile abbiano figli tra i 3 e i 5 anni, per i quali la

disponibilità delle scuole materne è più ampia, almeno nelle regioni

Centro-settentrionali. Invece nel Mezzogiorno, ove la disponibilità

di asili e scuole materne è minore, il rapporto tra il tasso di occupazione

delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne

senza figli è decisamente più basso (10 punti percentuali in meno).

Da questa differenza si desume che l’aiuto familiare delle “nonne”

nelle regioni meridionali non riesce ormai più a compensare la minore

disponibilità di strutture pubbliche di cura dei bambini.

Quanto alle diseguaglianze che si possono collegare a fattori culturali, nel Mezzogiorno

l’asimmetria è maggiore, ma diminuisce di più, sicché il divario rispetto

al Nord si è ridotto da 8 a poco più di 5 punti percentuali. Invece, le altrettanto

rilevanti diseguaglianze legate ai livelli di istruzione della donna rimangono quasi

intatte nel corso dei venti anni considerati. Si può quindi ritenere che la progressiva

riduzione dell’indice di asimmetria nella ripartizione del carico di lavoro familiare

si debba essenzialmente a un effetto di composizione, poiché nelle coppie di

giovani adulti la percentuale di donne istruite è molto cresciuta.

Infine, una diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza

di adeguati servizi possono provocare un sovraccarico di impegni

lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere

del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e

relazionali. Nel 2008 (e non si notano significative differenze rispetto

al 2002) quasi il 64% delle donne italiane occupate è impegnato

per più di 60 ore settimanali in attività lavorative, retribuite o no,

percentuale che sale al 68% quando vi sono dei figli cui badare e

scende al 57% quando non vi sono figli

 

 


 

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(FONTE:    http://www.istat.it/it/files/2013/03/bes_2013.pdf).

 

 

 

 

Da ciò si può desumere che la profonda asimmetria sociale ed economica tra i due generi continua profondamente ad intaccare non solo l’ economia di un paese ma anche la stessa qualità della vita.

 Successivamente c’è stato l’ intervento della dr.ssa Elena Dragotto, dottore in psicologia e counselor relazionale supervisore. La dr.ssa Dragotto pone l’ accento sul fatto che esista una profonda simmetria e relazione tra la violenza femminicida, come crimine contro l’ umanità, ed la repressione intima e psicologica, di quello che è l’ immaginario femminile ed i suoi valori più reconditi. Ciò deriverebbe da un’ acculturazione secolare che avrebbe svilito e mortificato tutti gli elementi valoriali e comportamentali che rimandano alla specificità femminile come, ad esempio, la ciclicità, la capacità di intessere relazioni empatiche ed emotive, la compassione, etc.

La vita interiore degli esseri umani si sarebbe impoverita riconoscendo esclusivamente alcuni aspetti della stessa vita (il panlavorismo, la competizione, l’ azione, etc.) a discapito di altri aspetti e sfaccettature che rimandano agli stessi valori femminili della vita. In sintesi: l’ umanità vive ed agisce attraverso un pensiero unico, una monocultura totalitarista che esclude tutte le altre. Questo ovviamente ha creato un forte disagio interiore che sfocia in uno stillicidio violento, anche perché una parte dell’ umanità non ha sviluppato modelli di gestione del proprio mondo emotivo e pulsionale.

Mentre Stefano Ciccone, dell’ “Associazione Maschileplurale” ed autore del testo “Essere Maschi tra Potere e Libertà” ha puntato l’ accento sulla rappresentazione e la comunicazione del fenomeno della violenza, una rappresentazione della stessa violenza che si presenta come inefficace e dannosa.

Ad esempio, la stessa rappresentazione del fenomeno femminicidio come emergenza, solo apparentemente sembra mettere al centro la “questione-femminile”. In realtà non farebbe altro che “esteriorizzare” il fenomeno, trattandolo esclusivamente come una questione giustizialista e di ordine-pubblico, glissando tutti gli aspetti economici,  sociali e culturali che causerebbero ed istigherebbero il fenomeno. Parlare di femminicidio come “emergenza” non fa altro che indurre, alcuni movimenti politici e culturali di stampo xenofobo e rozzamente nazionalista, a trattare lo stupro semplicemente come “devianza” o disordine-sociale causato dal “fenomeno-migratorio”.

Mentre le cause sono da ricondursi a problematiche ben più ampie e complesse che traggono origine da una storica “asimmetria” sociale, culturale e giuridica tra uomini e donne, oltre che a problematiche di ordine psicologico e simbolico. La violenza non è un problema di “sicurezza-pubblica” o, comunque, non è riconducibile esclusivamente a  questo.

Il dr.Ciccone ha ricordato come, nella cultura italiana, fino al 1975 ai mariti fosse riconosciuto lo ius corrigendi , ovvero il diritto di poter picchiare o, comunque, “punire” la propria moglie se ritenuta indisciplinata o non rispettabile agli occhi altrui. In sintesi: fino a pochi anni fa in Italia, esercitare la violenza domestica era un diritto riconosciuto al “capo-famiglia”. Tutto ciò riporta ad una storica asimmetria di soggettività tra i sessi, secondo cui le donne non avrebbero “desiderio-sessuale” o aspirazioni diverse da quelle “domestiche”. In sintesi: le donne non avrebbero il desiderio di creare e costruire al di fuori di sé e questo sarebbe stato sancito addirittura dalle leggi e dai codici giuridici che per secoli hanno governato le nostre nazioni. La rimozione dell’ autonomia femminile ha lasciato le sue conseguenze nelle coscienze collettive, nei comportamenti sociali e culturali.

Il penultimo intervento è stato di Grazia Bandiera, psicologa, psicosessuologa, esperta in disturbi del comportamento alimentare e psicoterapeuta in training presso SPIGA (Società di Psicoanalisi interpersonale e gruppo analisi). La dr.ssa Bandiera ha descritto le varie modalità con cui l’ immagine e l’icona della femminilità sia stata ridotta al silenzio ed alla paralisi. La dottoressa ha tracciato vari esempi ricondotti alle pubblicità ed ha sviluppato un’ accurata analisi delle pose plastiche, delle rappresentazioni, dei colori e dei significati delle stesse rappresentazioni, il più delle volte rappresentazioni che rimandano espressamente e violentemente all’ atto sessuale.  

 Dai numerosi esempi riportati si è dedotta una globale riproduzione del corpo femminile complessivamente reificato, paralizzato e silenziato per un esclusivo uso e consumo destinato ad un pubblico prettamente maschile.

Mentre l’ultimo intervento del dr. Massimo Baroni, psicologo clinico e di comunità, specialista in psicologia clinica ad indirizzo di gruppo e dei contesti organizzativi, ha indagato sull’ utilizzo degli  archetipi femminili nell’ ambito della vita di gruppo e di come sia auspicabile una più accurata valorizzazione di queste potenzialità “energetiche” e simboliche. Un rinvigorito potenziale femminile che possa indurre ad una trasformazione sociale e culturale tendente alla mutualità ed alla cooperazione.

 

Maddalena Celano 

 

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