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Da una scintilla scoppierà un incendio

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La globalizzazione e il processo “permanente” di accumulazione primaria:

La globalizzazione e il processo “permanente” di accumulazione primaria:

l’esempio del MAI, accordo multilaterale sugli investimenti



Introduzione

Nell’incontro annuale dell’Associazione Sociologica Americana di Washington del 1985, su invito

di Immanuel Wallerstein, ebbi l’opportunità di presentare la mia tesi su “Perché i contadini e le

casalinghe non scompaiono nel sistema capitalistico mondiale” (Werholf 1985). Alcuni anni più

tardi, in un articolo che aveva lo stesso titolo, esponevo le medesime tesi contenute nell’intervento

all’ASA riguardo l’intero processo di accumulazione, nella fattispecie l’importanza permanente dei

processi della cosiddetta “accumulazione primaria” (1991). Mi fa piacere tornare sull’argomento

per dare un contributo a questo volume riassuntivo, sebbene lo debba fare in un nuovo contesto:

quello che viene chiamato dibattito sulla globalizzazione. Questa ricerca è giunta alla fine: è iniziata

alla fine degli anni settanta, quando conobbi Immanuel in Germania, è proseguita quando

organizzammo una conferenza all’Università di Bielefeld, insieme a un gruppo di Binghamton, e si

è conclusa con la pubblicazione collettiva di alcuni saggi (Smith, Wallerstein, Evers 1984;

 

Review

1980 e 1983). Nel 1985, quando stava per essere pubblicata la mia tesi, Immanuel ne scrisse la

prefazione, in cui metteva in evidenza la necessità di capire che il mondo era visto “alla rovescia” e

che perciò era nostro compito rendere questo fatto, e le conseguenze che avrebbe avuto, il più

chiaro possibile (Wallerstein 1985). Oggi, quattordici anni dopo, la necessità di analizzare questi

“capovolgimenti” è diventata ancora più indispensabile, poiché i processi all’interno del “sistema

mondiale capitalista” stanno costantemente acquistando velocità, dirigendosi verso un punto che è

diametralmente opposto a tutte le promesse di un cammino positivo verso l’aumento del benessere e

della democrazia, e la diminuzione della violenza nelle nostre società di tutto il mondo.

E’ per questo motivo che ritengo necessario ritornare ad analizzare la “permanenza”

dell’accumulazione primaria e le sue dimensioni globali, e cercare di analizzare il processo della

globalizzazione di oggi, specialmente la sua fase conclusiva (Kommittee Widerstand gegen das Mai

1998), contenuta nell’“accordo multilaterale sugli investimenti”, il MAI (OECD 1997, 1998)

 

1.

L’economia politica della globalizzazione: il MAI

Il MAI è la bozza dell’accordo che, nel lontano 1995, è stato discusso a Parigi dai 29 maggiori paesi

industrializzati raggrupati nell’OECD, e che si è svolto completamente al di fuori dello sguardo

pubblico. Nel 1997, la sua stesura raggiunse il pubblico per un’indiscrezione volontaria e raggiunse

l’opinione pubblica mondiale tramite le analisi di Tony Clarke, canadese, e di Martin Khor, malese

(Clarke 1997, Clarke e Barlow 1997,1998; Khor). Da allora era costantemente cresciuta la

resistenza internazionale affinché un tale accordo, che comunque era stato posticipato parecchie

volte, non venisse siglato. Migliaia di gruppi per l’ambiente, femministi, del terzo mondo, del

mondo della chiesa e della “società civile” (Korten 1998) appartenenti ai paesi che facevano parte

dell’OECD, ma anche un numero crescente di gruppi del sud del mondo, si sono opposti al MAI.

L’ultimo round del negoziato, tenutosi a Parigi nell’ottobre del 1998, fu fermato dall’intervento del

Primo Ministro francese, Jospin, che proclamò l’abbandono del negoziato da parte del suo paese,

dopo aver letto il resoconto delle potenziali conseguenze dell’applicazione del MAI (TAZ

 

2

15/10/1998). Attualmente, non si sa se il MAI è finito sulle basi di quest’ultimo round, se verrà

riproposto a livello del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) dove era stato

originariamente elaborato o se rispunterà fuori in altri contesti internazionali come l’FMI (Fondo

Monetario Internazionale), la cosiddetta “piazza del mercato transatlantico”, o in altre istituzioni

che potrebbero nascere.

Nel contempo il Mai ha reso chiara un’altra cosa: gli interessi per i quali esiste ancora, che

continuano a essere portati verso una realizzazione. Lo sforzo per formulare un accordo che

1

 

Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

2

 

Zona temporaneamente autonoma.

“protegga gli investimenti” – che ha le caratteristiche della creazione di nientepopodimeno che di

una nuova costituzione politica mondiale – fatica a essere spiegato in altri termini. Perché il MAI

non regola, come potrebbe sembrare, le attività d’investimento, bensì detta le regole alla politica. Il

MAI è la “licenza a depredare” (Mies e Werlhof 1998) concessa ai grandi affaristi a spese del resto

dell’umanità e della natura. E’ la conseguenza conclusiva del processo di globalizzazione

neoliberista e la codificazione permanente del capovolgimento di tutto quello che fino ad oggi

veniva proclamato come scopo dell’economia e della politica, e cioè la democrazia, il benessere, la

libertà, le realizzazione personale, i diritti umani e un futuro brillante per tutti. Senza spiegazione

alcuna, messa da parte qualsiasi apologia, il MAI disintegra queste illusioni.

Il background storico

Il MAI – da quanto ho capito – fissa e formalizza la nuova economia politica richiesta dai principali

attori del mondo economico sotto una condizione di monopolio e di una “nuova rivoluzione

industriale”. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, e in particolare dagli anni ’60,

sono emerse nuove condizioni produttive e politiche favorevoli al capitale, condizioni che sono

state a un passo dal divenire una nuova forma o standard globale. Queste nuove condizioni

comprendono alcuni tipi d’utilizzo e composizione organica del capitale, quali l’orientamento verso

un particolare livello di profitto che, da un punto di vista storico, è oggi molto alto perché è stato

ricalibrato su una sorta di “media” tra speculazione e profitto. Affinché si mantenga questo livello

deve essere stabilita un’adeguata politica globale che produca i prerequisiti “necessari” alla

realizzazione di questa fase dell’economia mondiale, comprese le opportune sanzioni (leggi l’uso

della violenza contro i gruppi devianti). Da quanto risulta, il MAI è stato negoziato all’interno dei

governi degli stati nazionali, cosa che appare paradossale dal momento che il MAI prevede la

scomparsa della sovranità nazionale. Si tratta di quegli stessi governi che – fin dall’inizio

dell’attuale sistema economico, il sistema capitalistico mondiale – sono sempre stati sollecitati a

produrre e rafforzare la loro sovranità. Gli stati nazionali e la divisione internazionale del lavoro

hanno sempre funzionato insieme fin dall’inizio, tanto che gli stati nazionali possono essere

analizzati solo da una prospettiva internazionale colonialista (Wallerstein 1974, 1980, 1989; Mies

1986; Mies e Shiva 1993). Questo è ancora oggi realtà. E’ sempre stato il “sistema mondiale” e non

lo stato nazionale che ha costituito l’entità analitica che ci informa riguardo la nostra situazione

(Wallerstein 1974b). Poiché le condizioni economiche mondiali sono nel frattempo cambiate, lo

stato nazionale dovrebbe o dovrà essere riaggiustato sul nuovo sviluppo.

Questo vale anche per il lato politico delle politiche economiche; prendiamo ora in esame questo

lato politico.

Da un punto di vista storico, i cambiamenti nelle politiche economiche mondiali non sono una

novità. L’economia dell'era moderna – il capitalismo – iniziò come processo mondiale, nella

fattispecie come colonizzazione, per opera dell’Europa e all’interno di essa (colonialismo “esterno”

e “interno”). Il processo è stato descritto da Carlo Marx (1974) come il processo di “separare i

produttori dai mezzi di produzione”, chiamato accumulazione “originale” o “primaria”. Questo

processo è stato considerato il pre-requisito storico necessario al processo successivo di

“accumulazione capitalista vera e propria”. Rosa Luxemburg (1971) applicò questa analisi a tutto il

mondo. Perché non avvenne solo in Europa, ma anche i contadini e gli artigiani delle colonie, i

produttori di quei tempi, vennero “alienati” dalle loro opportunità, mezzi e tradizioni di produzione,

che se non distrutti direttamente nel corso del processo, dovettero essere ceduti ai nuovi padroni: i

governanti colonialisti o i proprietari terrieri.

Le ricerche femministe hanno esteso l’analisi, portando le donne all’interno di questo processo, che,

con la caccia alle streghe in Europa e con la colonizzazione al di fuori dell’Europa, furono le prime

a essere separate dal lavoro e dai mezzi di produzione, dalla loro cultura, dai loro saperi e abilità, e

anche dal controllo dei loro stessi corpi a causa della loro capacità riproduttiva. Così, in modo molto

peculiare, anche le donne persero il controllo delle loro condizioni di vita e persino di loro stesse

come esseri viventi, per essere trasformate in “casalinghe”. Dato che il processo sta continuando

anche ai nostri giorni e che, per essere efficace, deve essere rinforzato su ogni nuova generazione,

abbiamo coniato il termine di accumulazione mondiale primaria “permanente” (Werholf 1978; Mies

1986, la chiama il processo “continuo” dell’accumulazione primaria). L’estensione del termine

aiuta a riconoscere la misura in cui la moderna economia politica, da allora fino ai nostri giorni, si

costruisce espropriando e defraudando il potere, in maniera permanente e a livello planetario, dei

produttori, degli uomini e ancora di più delle donne.

Non solo sono stati storicamente defraudati per mezzo dell’“accumulazione primaria”, ma lo sono

ancora, di continuo. Il processo dell’accumulazione capitalista si basa ancora sull’“accumulazione

primaria”, che per questo motivo non può solo essere considerata – come ha fatto Marx – originaria

o precedente l’accumulazione, ma deve sempre e nello stesso tempo essere vista come parte

necessaria a un’accumulazione continua. In questo modo, l’accumulazione primaria si dà non solo

cronologicamente, ma anche logicamente, come parte integrale dell’accumulazione e del possesso

capitalista, e non come suo aspetto “pre-capitalista” o “non capitalista” (A.G.Frank). In altri termini,

l’“accumulazione primaria” è sempre una componente dell’accumulazione capitalista.

Per la prima volta nella storia, dalla nascita del processo di accumulazione primaria, i produttori

diretti fondamentalmente non producono più per sostenersi reciprocamente e sostenere gli altri nel

territorio o nella regione – un tipo di economia che si basava sulla cosiddetta “produzione di

sussistenza” – ma sono impiegati (sfruttati) come materia prima (produttori) per l’intero processo di

utilizzo e accumulazione del capitale. Tutto questo non avviene in maniera uniforme nel mondo

intero; però c’è un’intrinseca tendenza all’omologazione e all’uniformità che è diventata il principio

del comportamento politico ed economico. E’ così che l’economia politica del “sistema capitalistico

mondiale” avanza: l’Africa fornisce la forza lavoro che, al pari degli schiavi – la “materia grezza”

del lavoro –, produce la materia prima dei beni coloniali in America, soprattutto sottoforma di

prodotti agricoli e minerali che, a loro volta, servono da materia prima per l’industrializzazione

europea che si basa sul lavoro salariato del proletariato. Quest’ultimo include anche la colonia

dimenticata e “nascosta” da sempre delle “casalinghe” (Bennholdt-Thomsen, Mies e Werlhof 1988)

– che lavora in assenza di un salario per la “(ri)produzione” di una nuova generazione di lavoratori.

Dopo che l’accumulazione originaria ha derubato molti popoli della loro cultura, e, in

concomitanza, dei loro mezzi di produzione, è continuato il processo di tentare di separarli dal

lavoro e perfino dai loro stessi corpi. Coloro che dopo la prima fase dell’accumulazione originaria

sono stati per lo meno pagati per il loro lavoro, spesso dimenticano che la loro retribuzione è dovuta

alla doppia espropriazione di quelli che, trovandosi al livello più basso del processo di

accumulazione, sopportano l’intero peso dell’accumulazione primaria “permanente”. E’ questo il

motivo per cui i sindacati non hanno mai cercato di organizzare i lavoratori “precari”, al pari degli

immigrati e delle donne, per non parlare delle casalinghe. La teoria di sinistra ha visto solo il lavoro

salariato come parte centrale dell’accumulazione e del valore di produzione. In modo simile, la

politica di sinistra si è focalizzata sui “lavoratori salariati volontari” – il proletariato industriale – e

in particolare su quelli del centro (n.t.d - dei luoghi di potere e cioè in occidente), secondo la (falsa)

nozione che qualsiasi altra cosa facesse parte del passato e appartenesse alla fase storica

dell’accumulazione originaria, che doveva essere superata presto poiché il progresso consisteva

nell’universalizzazione della condizione di lavoro salariato volontario in tutto il globo terrestre

(Werlhof 1984).

In questo contesto, la “domesticazione “ (Hausfrausierung, vedi Mies, Bennholdt-Thomsen e

Werlhof 1988) delle donne che è seguita alla caccia alle streghe dimostra, per la prima volta, come

le condizioni “internazionali” si ripresentino a livello “nazionale” o, per dirla in un altro modo, in

che misura già allo stadio iniziale del sistema mondiale succedevano le identiche cose sia nelle

micro che nelle macro economie. Ed è esattamente questa “de-geografizzazione” delle condizioni

che generalmente caratterizza la “globalizzazione” moderna. Paragonata alla divisione storica

internazionale del lavoro, la globalizzazione ha significato la scomparsa della differenza nord-sud,

ma non per lasciare posto a presupposte “condizioni” civili dappertutto. Al contrario, la differenza è

scomparsa da un punto di vista geografico, ma sopravvive e prospera come principio; e come tale

celebra la sua “globalizzazione” universale.

Al momento vaga dappertutto, sconnessa da continenti o paesi. La globalizzazione, perciò, non

significa universalizzazione del lavoro salariato e abolizione della schiavitù e del lavoro non pagato

– come quello domestico, ma estensione globale delle condizioni del colonialismo, come schiavitù e

lavoro non pagato o, per dirla in altri termini, “domesticazione”, che adesso include anche il lavoro

degli uomini, in tutto il mondo e tutto questo con un solo scopo: abbassare il costo del lavoro e

aumentare i profitti.

La nuova politica dell’economia annunciata dal MAI si appoggia sui medesimi principi posti in atto

durante i tempi del colonialismo, un dato di fatto che raramente viene riconosciuto. Tramite la

nuova diffusione dei processi “permanenti” di accumulazione primaria, il carattere violento, e non

solo dell’inizio, della nostra economia mondiale sta di nuovo rispuntando fuori con rinnovata forza

soprattutto nei centri da cui emana. Nella storia, i produttori diretti non si sono mai staccati

volontariamente dalla loro cultura, dai mezzi di produzione, dal potere del lavoro, per lasciare i loro

stessi corpi senza controllo. Tale esproprio violento, che è stato chiamato da Carlo Marx il segreto

dell’accumulazione primaria, è quello che condividiamo ancora nell’economia globalizzata dei

nostri giorni. Non a caso il MAI fu ideato sotto una coltre di segretezza in un sotterraneo di Parigi.

L’economia del MAI ovvero: dove la (il)libertà illimitata degli “investitori” e degli

“investimenti” è l’unico modello assoluto dell’azione civile

Gli “investitori” e gli “investimenti” sono i concetti fondamentali del MAI (Werlhof 1998). Il

documento intende difendere la loro libertà illimitata, la loro protezione assoluta e il loro 100% di

sicurezza: “investimenti più sicuri”.

Leggendo i passaggi più rilevanti, non nasce immediatamente il sospetto che ci sia qualcosa di

male, soprattutto se non si conosce il concetto di investimento e a cosa porta il fatto che gli

investimenti siano considerati uno standard quasi assoluto per tutta la vita sociale. Il Mai definisce

l’investimento come “ogni genere di bene posseduto e controllato, direttamente o indirettamente, da

un investitore”. Un simile tipo di investimento non ha necessariamente bisogno di avere a che fare

con la creazione di lavoro. Non si fa riferimento ad attività utili a fornire risposta ai bisogni della

popolazione, né c’è alcun cenno alla salvaguardia delle risorse e tanto meno a nessuna di quelle

cose che vengono in mente al cittadino medio quando pensa a un investimento. Nel MAI,

l’“investimento” è qualsiasi cosa fatta da un investitore, perché si focalizza semplicemente sulla

crescita della proprietà dell’investitore e sul suo controllo sulle risorse. Non fa differenza se specula

o ha a che fare con droga, armi, donne o con il riciclaggio di denaro sporco; se si infiltra per

monopolizzare mercati già esistenti o se ne crea di nuovi sotto il suo controllo; se sfrutta le risorse

minerarie locali e s’impossessa della terra per creare industrie agricole; oppure se fa suo un brevetto

sulla “proprietà locale intellettuale”, il cosiddetto TRIPS, (Trade Related Intellectual Property

Rights)

 

3 (Shiva 1995). Il MAI cerca di dare all’investitore un accesso illimitato a qualsiasi cosa

ovunque, incluso in quelle “sfere” che vengono definite virtuali. Sembrerebbe che l’interesse

dell’investitore sia la proprietà, che si traduce nell’acquisizione di tutte le opportunità disponibili

per la massima crescita del profitto. In quest’ottica, i canadesi hanno imparato, dopo quattro anni di

NAFDA (North American Free Trade Association

 

4, detto il “piccolo MAI), che le attività

d’investimento consistono principalmente nell’acquisizione o nell’annientamento di altre

compagnie d’affari, a cui fa seguito il licenziamento dei lavoratori per tagliare i costi (Clarke e

Naiman 1998). Le promesse del NAFDA, che propagandava la creazione di 200.000 posti di lavoro

non sono state mantenute, mentre nei soli Stati Uniti d’America ne sono stati eliminati 400.000

(Wallach e Naiman 1998).

La struttura del mercato si rivela come una struttura di potere: dominano incontrastati i monopoli,

gli oligopoli e gli accordi per sostenere i prezzi e ripartire i mercati. Le “mega-imprese” distruggono

la competizione (Noè 1998). Gli uffici nazionali dell’anti-trust non impediscono alle “imprese di

diventare sempre più grandi… perché lo fanno tutti” (

 

ibidem). “Corriamo il pericolo di metterci alla

3

 

Diritti sulla proprietà intellettuale collegata al commercio.

4

 

Associazione del libero mercato del Nordamerica.

mercè di un numero sempre crescente di centri privati di potere e dei loro manager che agiscono a

livello mondiale e che si definiscono, pieni di fiducia in se stessi, “Attori Globali” (Kartte, expresidente

dell’ufficio cordate, citato in Noè,

 

ibidem). Queste “associazioni di sciacallaggio” (Noè)

sono raramente criticate al giorno d’oggi, sebbene Adam Smith, fondatore del moderno liberismo

economico, avesse avvertito esplicitamente che si sarebbero potuti creare monopoli. Per Smith, il

libero mercato sarebbe stato possibile solo se le imprese fossero state di proprietà di qualcuno del

posto, con le radici nella comunità (1976). Non è più così e in maniera sempre crescente.

L’investitore che il MAI ha in mente è da paragonare semmai al “latifondista assente”, i cui

investimenti assomigliano a un’“enclave” coloniale, che guida in modo anonimo, come farebbe un

extraterrestre, proprietà che appartengono a persone non raggiungibili, che a volte scompaiono nella

notte con i loro “affari”, pratica questa resa possibile dalla “flessibilità del capitale” che si basa sulle

tecnologie attualmente disponibili. In ogni caso, questi proprietari non sono toccati dai danni

effettuati a livello locale e, come si sa per esperienza, in caso di dubbi, non sentono la responsabilità

di tali danni (per esempio Seveso in Italia e Bhopal in India; Korten 1996). Poiché i principi

dell’accumulazione originaria “permanente” sono sempre stati più visibili nell’agricoltura, non c’è

percezione che una certa fase nella storia del settore agrario risenta delle azioni dell’investitore

MAI. Il fenomeno è ancora confuso con quello del “feudalesimo” o del “tradizionalismo” del Terzo

Mondo, laddove in realtà questi processi sono i più fruttuosi per l’economia moderna (Werlhof

1985; Werlhof a Neuhoff 1982).

Questo “investimento” ha già provocato la morte delle imprese locali in tutto il mondo, un processo

che, con l’avvento del MAI, non potrà che aumentare nel futuro, minacciando paradossalmente la

“libertà di impresa”. Gli imprenditori e gli uomini d’affari si aspettano protezione dal MAI, mentre

gli investitori non sembrano rendersi conto di questo andamento; ma perché poi le grandi

multinazionali dovrebbero lasciare che i piccoli investitori abbiano il loro guadagno? Il fulcro della

questione sta nel fatto che l’investitore si percepisce come persona o istituzione (legale)

caratterizzata da un solo e unico interesse, e cioè massimizzare i profitti senza alcuna restrizione.

Poi i profitti, se sarà vantaggioso, saranno esportati invece di rimanere nel paese di origine (Engels

e altri 1998). Questa “de-regolazione” e “de-burocraticizzazione” delle operazioni d’investimento

sono ritenuti gli aspetti più vantaggiosi del MAI. Quindi “la tentazione per le compagnie d’affari”

aumenta sempre più “per diventare così gigantesca che essi si presentano come i duchi delle

strategie di mercato. Se le strategie hanno successo… la competitività viene dettata dai duchi

capitalisti

 

 

ibid.) e non si menziona il protezionismo, che,

se usata dagli altri partecipanti al mercato, è ridicolizzato come anacronistico. “La protezione

dell’investitore”, nel MAI, non vuol dire protezione del lavoro, dell’ambiente e della natura, o dei

diritti umani e degli interessi vitali della gente (B.Mark-Ungericht 1998); significa solamente

protezione della monocultura dell’investitore. La protezione dei non investitori è considerata solo

una restrizione alla libertà dell’investitore.

Gli attuali problemi della valorizzazione del capitale – risultato primo dell’enorme aumento di un

capitale finanziario non più coperto dalla “produttività” e di sovrastimate aspettative di profitto –

sono all’apparenza così profondi (Third World Resurgence 1998)

 

5 che in un tempo in cui “i limiti

ecologici alla crescita” spingono la gente a cercare un’economia “sostenibile”, perfino “orientata

alla sussistenza” (Bennholdt-Thomsen e Mies 1997), il MAI stabilisce un approccio radicalmente

5

 

Rinascita del Terzo Mondo.

opposto come modello universale e assetto mondiale. Con la globalizzazione, la corsa alle ultime

risorse del globo è entrata inesorabilmente nella sua fase di sradicamento finale.

La globalizzazione non è il raggiungimento delle illusioni del progresso. Al contrario, è il

manifestarsi rapido e brutale delle premesse sociali che sono state fatte dagli albori della rivoluzione

industriale fino ad oggi. Ci sono già 18 milioni di disoccupati in Europa, un milione e mezzo di

bambini svolge lavoro infantile, e in Inghilterra “le condizioni di lavoro” e “le differenze di salario”

ricalcano le cifre del 1886 (Halimi). Sembra che il MAI possa fare a meno, per la maggior parte dei

suoi investimenti, del lavoro volontario salariato. Ne sono esempi chiave “le zone di libera

produzione”, “le fabbriche del mercato mondiale” o “maquilladora” del Sud, dove chips,

componenti elettronici e abbigliamento sono prodotti da forza lavoro femminile a basso costo, in

condizioni di sfruttamento (Mies 1986; Gabriel 1998). Tale trattamento coloniale del lavoro si è

iniziato a diffondere proprio nel momento in cui si sono sviluppate le nuove tecnologie, la

cosiddetta terza rivoluzione industriale che ha reso possibile questo tipo di colonialismo. Grazie alle

nuove tecnologie computerizzate è possibile ridurre drasticamente il lavoro – la cui riduzione può

arrivare all’80% (Martin & Schumann 1996) – e usare lavoro non specializzato a bassissimo costo.

Le alte tecnologie sono funzionali al basso salario; tra le pieghe dell’high tec compare una nuova

forma di schiavitù – il lavoro a domicilio. Quella che era la “reale” sottomissione del lavoro al

capitale, e cioè il libero lavoro salariato, è stato sostituita dalla sussunzione di lavoro “marginale”

con remunerazioni marginali (Bennholdt-Thomsen 1980); lavoro “non libero” in quanto non più in

grado di porsi di fronte al capitale come partner contrattuale “libero” e “uguale”. Le critiche alla

tecnologia e al progresso della modernità sono liquidate come “ludditismi” (Noble 1985; Ned Ludd

di Nottingham, Inghilterra, fu il primo ad attaccare la produzione a macchina e l’automatismo

all’inizio del 19° secolo). A quanto sembra, la tecnologia e il progresso sono ancora tranquillamente

accettati, anche se non hanno mantenuto le loro promesse; anche se, per esempio, la “fine del

lavoro” può essere considerata solo la fine del salario.

Perciò non è poi sorprendente capire quello che all’interno del MAI viene chiamato “il principio

nazionale più favorevole”, “la “non discriminazione” e l’“eguale trattamento” degli investitori e

degli investimenti”. Niente deve trovarsi sulla loro strada, indipendentemente dagli obiettivi che si

sono posti. Deve essere ben chiaro che fascie di competitori sbilanciati, come le multinazionali e i

piccoli investitori, devono essere considerati “uguali” sul livello globale. A loro sono riservate le

condizioni più favorevoli, nulla di diverso da una sistematica “discriminazione positiva” per

aumentare e moltiplicare i vantaggi di potere e di competitività, che saranno raggiunti da alcune

sezioni del MAI, alcune branchie, marchi d’azienda, in aree o regioni non più sostenute e oggetto di

sussidi perché un uguale trattamento o la clausola di non discriminazione implica che anche

l’investitore abbia lo stesso diritto al sostegno. Ovviamente, dato che la definizione di questo

sostegno “senza limite” non è disponibile, anche il meccanismo di sostegno in situazione di crollo e

di possibilità di sopravvivenza di coloro che prima erano aiutati sarà ridotto a zero. Il risultato finale

sarà l’abolizione del welfare di stato, che comprende i servizi sanitari, le pensioni e l’istruzione.

All’interno di questa politica economica in favore del monopolio del capitale, che con il MAI

dovrebbe avere solo diritti e nessun dovere o responsabilità, non possono più esserci discorsi

riguardo il miglioramento delle condizioni della gente e delle famiglie nell’economia di mercato. Il

modello “fordista”, pagare alti salari che mettano i lavoratori nella condizione di potersi permettere

una Ford (Hirsch, Roth) non è più necessario all’interno dell’economia globale, perché i mercati

sono, in una prospettiva globale, abbastanza ampi da assorbire qualsiasi produzione (Martin e

Schumann 1996), almeno fino a quando non c’è recessione. Per questo nel complesso, la strategia

della “ridistribuzione” dei sindacati non potrà avere molte possibilità di successo. Questa strategia

non ha mai interrogato modi di produzione quali il cosiddetto investimento, e quindi ha

acconsentito che si accettasse il saccheggio e lo sfruttamento.

La politica del Mai o: il mondo come colonia delle multinazionali. L’“esproprio” come unico

standard di azione politica

L’economia del MAI serve solo agli “investitori” ed è sostenuta da politiche che permettono

l’“accumulazione originaria” permanente. Se l’accumulazione originaria è concepita per creare i

prerequisiti dell’“accumulazione vera e propria” concentrando i più importanti mezzi di produzione

nelle mani di chi, su questa base, è in grado di accumulare, appare ovvio, soprattutto al giorno

d’oggi, che questo processo non ha mai avuto una conclusione storica, come credeva Marx. Anzi,

proprio con il MAI, viene definita con chiarezza la sua politica, in maniera tale che l’accumulazione

“originaria” possa essere portata avanti nelle condizioni di modernità su scala globale

omnicomprensiva. Questa politica e le sue strategie rinforzano una rigida ridistribuzione dalle base

verso il vertice, in tutti i settori economici e con ogni mezzo, senza esclusione della violenza e

dell’intervento militare (Europäisches Parlament 1996). Da questo processo politico, che ritroviamo

anche come prerequisito della globalizzazione in generale, ci si deve aspettare (e in particolare sotto

il regime del MAI):

- la separazione delle imprese o degli investitori piccoli, medi e perfino grossi dal loro capitale; un

aumento del numero delle imprese che falliscono, compagnie “non liberiste” (ad esempio, le nuove

forme di imprese subappaltate), produzioni dipendenti da contratti che producono debito, nuovi

lavoratori auto-assunti come i lavoratori a domicilio, business “alternativi”; una propensione

generale alla “lumpenbourgeosie”

 

6 (Frank 1968; Bennholdt-Thomsen 1988; Werhof 1938).

- la rinnovata separazione dei contadini dalla terra; la loro espulsione, l’abolizione delle leggi di

riforma agraria (come sta succedendo attualmente in Messico); l’introduzione coercitiva delle

nuove tecniche di genetica e di riproduzione nell’agricoltura, nell’allevamento e nella coltivazione;

la messa sotto brevetto di forme di vita; il furto della “proprietà individuale” dei produttori indigeni

(Shiva 1998; Mies e Shiva 1993; Forum della Terra, sicurezza alimentare e agricoltura 1998).

- la separazione, per mezzo della tecnologia, delle donne dal loro corpo: introduzione obbligata

delle tecnologie genetiche e riproduttive con esperimenti continui per minare il “monopolio” delle

donne, quello di far nascere i bambini (Bergmann 1992; Werlhof 1997a).

- la separazione dei lavoratori – uomini e donne – dal posto di lavoro, dai salari e dalla possibilità di

lavoro: “produzione di merci senza salari”, in genere condizioni di lavoro precarie come il parttime,

i 620 lavori “a marchio tedesco”, “flessibilità”, lavoro pagato sotto la soglia di sopravvivenza;

sfruttamento del lavoro non pagato seguendo il modello del lavoro domestico in modo da espandere

la “domesticazione” delle condizioni di impiego; marginalizzazione della forza lavoro o

“lumpenproletarizzazione” e riduzione della gente a pura e semplice “materia grezza” potenziale

che, a secondo della domanda, può essere utilizzata o distrutta (Anders 1980; Bennholdt-Thomsen

1979).

- la separazione del pubblico (comunità locali, stati, governi centrali) dalle sue proprietà;

“privatizzazione” a favore dei monopoli privati. Vendita delle terre, delle imprese pubbliche, dei

beni della comunità e del “bene comune” (Clarke 1997).

L’“esproprio” è, insieme all’“investimento”, la categoria centrale del MAI ed è ampiamente

recepita come universalmente distorta. “Espropriazione” nel MAI è un termine che raggruppa le

circostanze che devono essere evitate, perché considerate deleterie per le attività d’investimento. Il

termine non viene solo usato in senso classico, come nazionalizzazione o socializzazione, o

addirittura “esproprio socialista”. Secondo il Mai, il termine comprende anche l’esproprio

“indiretto” (“strisciante”) che contempla il caso in cui i profitti calcolati non arrivino o arrivino solo

in parte, ad esempio per colpa di leggi ancora in vigore, leggi sul bene comune o altre interferenze.

Perciò il Mai opera per far sì che tutte le leggi e i regolamenti a cui può appellarsi la gente in alcuni

posti o per alcuni periodi e che attentano alla libertà dell’investitore, e questo non può essere

conforme alla ratio del MAI, vengano abolite retroattivamente (la clausola dell’entrata in vigore

“retroattiva”). E’ quindi naturale che non ci si possa appellare a tali leggi e regolamenti per i 20

anni della durata del contratto (clausola di “congelamento”), il che rende impossibile ogni politica

non conforme al MAI. In sintesi, ogni investitore che si sente minacciato può, in qualsiasi

6

 

To lump- 1) ammassarsi, indifferenziarsi 2)rassegnarsi

momento, ricorrere al meccanismo di conciliazione del MAI per rafforzare i suoi interessi davanti a

una corte internazionale, che si pone al di sopra di ogni controllo democratico. L’investitore può

perseguire per danni ogni comunità locale, ogni paese, ogni governo o qualsiasi altro investitore che

espropria, perché ciò ai suoi occhi minaccia il suo diritto a difendere la sua libertà d’investimento.

E’ chiaro che il tribunale civile del MAI è strutturato in modo da potere sostenere in ogni modo

l’investitore “che ne faccia richiesta”, che altrimenti si vedrebbe costretto a rivolgersi alle corti di

giustizia locali o nazionali. In più, ci sono già stati precedenti in Canada e in Messico in cui si è

discusso se i diritti degli investitori dovessero avere priorità sui danni alla salute delle popolazioni

minacciate (per esempio, il caso della multinazionale statunitense Ethyl in Canada, in cui la

compagnia ha vinto contro lo Stato canadese; Toronto Star 1998).

Vista la gestione del MAI del termine espropriazione, è doveroso riportare le seguenti conseguenze:

L’“espropriazione” non fa riferimento solo alla minaccia che l’investitore venga espropriato, ma

anche allo stesso investitore che minaccia gli altri di esproprio. Infatti, chi non investe e i piccoli e

medi investitori vengono espropriati in favore del grande investitore. E’ un classico caso di rapina

nel senso di accumulazione primaria che, comunque, grazie al MAI, diventa una procedura

legittima se non addirittura uno standart legale. Così il MAI afferma e legittima una tendenza che

fino a oggi era aumentata senza che il potere giuridico, in maniera ambigua, ponesse delle regole.

Quelli che provano a ribellarsi per difendere il diritto alla salute, al nutrimento, all’assistenza e alla

vita, con il MAI rischiano di essere classificati come potenziali criminali.

Il Mai è, agli occhi dei suoi avvocati, non solo un “contratto” politico, ma la materializzazione di

una “legge naturale”. Da questo punto di vista, il Mai è un atto alla fine “necessario” per rendere

possibile a livello globale l’uso capitalistico libero da ogni restrizione naturale e sociale. E’ il

“campo di pianificazione ripulito da qualsiasi ostacolo o intralcio”, il “teatro dell’opera”, il campo

di battaglia sacrificale. Il MAI ridefinisce che cosa è “natura” e che cosa è “cultura”. Oltre alle

donne, ai contadini e alle popolazioni colonizzate, anche tutti gli altri sono classificati fuori dalla

cultura e riportati a livello di “natura”, a parte una piccolissima minoranza che si arroga il diritto di

tenere per sé i benefici della cultura e della “civilizzazione”. Dato che la natura è considerata senza

“valore”, anche il lavoro e la vita della gente “naturalizzata” è senza valore (Werlhof 1988).

Il MAI sarà la base di un nuovo ordine politico mondiale o assetto planetario e di un nuovo statonazione:

lo stato del MAI. Definisce le condizioni fondamentali delle azioni legali e politiche – la

“mono-pol-itica - dei prossimi venti anni. Con il MAI, i governi vengono defraudati della loro

sovranità a tutti i livelli, cosa di cui ci si lamenta spesso (Clarke e Barlow 1997; 1998). Cercando di

sottoscrivere questo accordo si stanno preparando a derubare i popoli della loro sovranità o di

“separarli” da essa, cosa che, secondo la ratio espressa dalle costituzioni democratiche, è

impossibile. Nello stesso tempo, i governi che firmano perdono gran parte della loro sovranità,

permettendo agli investitori non solo uno status equiparato all’assetto dello stato nazionale, ma

anche un potere più grande e un livello più alto: nelle cause contro gli investitori i governi

potrebbero essere perdenti. Inoltre riducono il loro potere economico permettendo la privatizzazione

della proprietà pubblica, che stanno già vendendo ai privati, e non solo per aumentare il tesoro di

stato e riempire le casse, ma in parte anche per arricchire le multinazionali. Con il MAI, i governi

permettono perfino che le regole della concorrenza e il codice civile e l’antitrust che le normano,

vengano sacrificati ai monopoli privati, dato che considerano i problemi di ordine politico dei

monopoli (oligarchie) applicati solo al pubblico e si riferiscono solo ai monopoli di stato, mentre

non fanno riferimento ai monopoli privati. Secondo il MAI solo i monopoli di stato e non quelli

privati hanno una connotazione negativa.

Lo stato comunque non dovrà essere abolito. Dovrà sempre occuparsi dell’accumulazione primaria

degli investitori (così come della sua). In questo senso, lo stato si trasforma in “mezzano” della sua

stessa popolazione e delle sue stesse “risorse”, che può offrire agli investitori a condizioni di

maggior favore. “La povertà è la condizione per assicurarsi l’erogazione degli investimenti”

(Zumach 1996). Poiché la forza e la violenza dominano (devono farlo) a ogni livello, lo stato si

trasforma progressivamente in uno stato di polizia, in uno stato militare (s. the Tindermans-Report

del Parlamento Europeo 1996). Esso “educherà” (dovrà farlo) (Halimi) la sua popolazione, per

quanto possibile, a identificarsi con gli interessi degli investitori e a interiorizzare questi interessi in

maniera tale che l’agitazione civile, che potrebbe mettere lo stato nella condizione di essere citato

per danni dagli investitori, sia repressa addirittura in maniera preventiva. Nel caso in cui questa

educazione – che potrebbe costituire la base di un nuovo sistema dell’istruzione negli stati del MAI

– non dovesse funzionare, il Mai non porrà restrizioni allo stato nel ristabilire la legge e l’ordine.

Anzi, “le aree della sicurezza interna” sono le sole aree che sono state esplicitamente escluse dal

MAI.

La “rivoluzione del MAI”, perciò, implica che il moderno stato nazionale centrale si trasformi in un

“(semi) periferico” stato coloniale che garantisca su larga scala l’accumulazione primaria al suo

interno, in modo che le multinazionali possano trasformarsi in stati nazionali d’importanza centrale,

venendo a costituire l’apice della nuova piramide globale all’interno del “sistema capitalistico

mondiale”. Il Mai fornisce la prova che il capitalismo e la democrazia si manifestano e stanno

insieme solo fino a quando il regime coloniale o l’accumulazione originaria non avranno stabilità

dappertutto e per tutti. Prova anche che il suo punto di partenza è la contraddizione tra

“investimenti” e diritti umani o interessi fondamentali del popolo (vedi lo studio di Havard citato da

Drake e al. 1998). Il Movimento zapatista in Messico, nato con il NAFTA (Werlhof 1997b), chiamò

questo passaggio la “Nuova guerra mondiale” e parla di una “guerra contro tutti i popoli, contro gli

esseri umani, la cultura, la storia… il Neoliberismo (è) un processo di rinnovata conquista della

terra… i conquistatori sono gli stessi di 500 anni fa’… ci dicono che siamo un ostacolo al

progresso” (Marcos 1995). Da allora si dice che il governo messicano abbia chiesto alla Chase

Manhattan Bank degli Stati Unti di liquidare il Movimento zapatista impiegando l’esercito, poiché

esso è una minaccia non per lo stao in quanto tale, ma per la fiducia degli investitori nella stabilità

politica del Messico (Pérez 1998).

Con il MAI succederà lo stesso nel Nord America e in Europa. Il termine accumulazione primaria

“permanente” è lo strumento analitico per spiegare le conseguenza politiche del MAI e per capire la

sua logica della “necessità” della violenza politica permanente. In una tale espansione

dell’accumulazione primaria viene dato allo stato un nuovo ordine che incarna la tendenza ad

abolire la tradizionale divisione dei poteri e in cui il suo stesso potere non deriverà più “dal popolo”,

ma sarà sistematicamente usato contro il popolo. Questa tendenza sta crescendo anche nei “centri”.

Il potere politico reale, con il MAI, deriva “legalmente” dal popolo e viene offerto alle grandi

multinazionali, in modo da creare un nuovo “corporatismo”, una nuova forma di cooperazione tra

stato e capitale che caratterizza in particolare le dittature moderne (Boulboullé e Schuster).

Le discussioni, le divergenze e i conflitti che possiamo attenderci nel prossimo futuro,

riguarderanno, perciò, non solo la “distribuzione dei bottini” derivati dal processo di accumulazione

primaria, né nasceranno per accaparrarsi la “partecipazione” all’ordine politico che sta cambiando.

E’ necessario che abbiano a che fare con l’abolizione dell’accumulazione primaria “permanente” e

come tale con le basi nascoste dell’intero processo di accumulazione: in ultima analisi non

dobbiamo più farci coinvolgere nella partecipazione alla proprietà “produttiva” del capitale che

ormai da qualche tempo si è rivelata una proprietà “distruttiva”. E’ per questo che proprietà e

“prosperità” non esistono più per un numero sempre crescente di persone, ma solo per poche. Per

questo dobbiamo disertare la “sindrome” del TINA – There Is No Alternative (Shiva 1993) e

riappropriarci dei veri mezzi (di sussistenza) di cui abbiamo bisogno per la vita quotidiana.

La fede quasi religiosa nel progresso tecnologico, nella “crescita” economica, nella “razionalità”

aziendale e nei suoi profitti, contraddice sempre di più la realtà (Binswanger 1998). “L’avidità non

nutre” (Prakash e Mourin 1998). La crisi dell’economia globale non può più essere “provocata”

dalla “guerra finanziaria” (Chossudovsy 1998). Alla fine tutti capiranno che le precondizioni della

fiducia dell’occidente nel “sistema capitalista mondiale”, la vecchia utopia patriarcale di riuscire a

sostituire il “vecchio mondo cattivo” con un “nuovo mondo eroico” creato dall’uomo altro non sono

che una frode letale. Perciò il problema principale – dentro e al di fuori del MAI – sarà di ritrovare

un’economia “reale”, un’economia che non sia incentrata sul profitto, la competizione e la

colonizzazione della gente e della natura. Nella fase finale del progresso ci dovremo occupare della

fine della violenza per ricreare una cultura che si basi sulla cooperazione e la coesistenza.

(Wallerstein 1991). A questo scopo abbiamo bisogno di tutto ciò che il capitalismo e il patriarcato

hanno cercato di “separare” da noi: una mente “dissidente” che si basi su una radicale accettazione

della vita.

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della classe media, limitati dal livello nazionale e territoriale, ma in cerca di finanziamenti.”

(C.Noè, op.cit.; il termine “capitalististi” è stato aggiunto da C.v.W.) Attualmente le 500 più grandi

compagnie controllano l’80% delle attività di investimento nel mondo.

Agli interessi dell’investitore non solo si dà la più alta priorità economica, ma anche quella sociale.

“Gli utili degli investitori sono il valore umano più alto, tutto il resto passa in secondo ordine.” (Il

Presidente delle United Technologies, Gray, secondo Chomsky 1995, p. 18). La protezione di

questa specie quindi è vista come “libero mercato” ............

 


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