Da una scintilla scoppierà un incendio
La globalizzazione e il processo “permanente” di accumulazione primaria:
l’esempio del MAI, accordo multilaterale sugli investimenti
Introduzione
Nell’incontro annuale dell’Associazione Sociologica Americana di Washington del 1985, su invito
di Immanuel Wallerstein, ebbi l’opportunità di presentare la mia tesi su “Perché i contadini e le
casalinghe non scompaiono nel sistema capitalistico mondiale” (Werholf 1985). Alcuni anni più
tardi, in un articolo che aveva lo stesso titolo, esponevo le medesime tesi contenute nell’intervento
all’ASA riguardo l’intero processo di accumulazione, nella fattispecie l’importanza permanente dei
processi della cosiddetta “accumulazione primaria” (1991). Mi fa piacere tornare sull’argomento
per dare un contributo a questo volume riassuntivo, sebbene lo debba fare in un nuovo contesto:
quello che viene chiamato dibattito sulla globalizzazione. Questa ricerca è giunta alla fine: è iniziata
alla fine degli anni settanta, quando conobbi Immanuel in Germania, è proseguita quando
organizzammo una conferenza all’Università di Bielefeld, insieme a un gruppo di Binghamton, e si
è conclusa con la pubblicazione collettiva di alcuni saggi (Smith, Wallerstein, Evers 1984;
Review
1980 e 1983). Nel 1985, quando stava per essere pubblicata la mia tesi, Immanuel ne scrisse la
prefazione, in cui metteva in evidenza la necessità di capire che il mondo era visto “alla rovescia” e
che perciò era nostro compito rendere questo fatto, e le conseguenze che avrebbe avuto, il più
chiaro possibile (Wallerstein 1985). Oggi, quattordici anni dopo, la necessità di analizzare questi
“capovolgimenti” è diventata ancora più indispensabile, poiché i processi all’interno del “sistema
mondiale capitalista” stanno costantemente acquistando velocità, dirigendosi verso un punto che è
diametralmente opposto a tutte le promesse di un cammino positivo verso l’aumento del benessere e
della democrazia, e la diminuzione della violenza nelle nostre società di tutto il mondo.
E’ per questo motivo che ritengo necessario ritornare ad analizzare la “permanenza”
dell’accumulazione primaria e le sue dimensioni globali, e cercare di analizzare il processo della
globalizzazione di oggi, specialmente la sua fase conclusiva (Kommittee Widerstand gegen das Mai
1998), contenuta nell’“accordo multilaterale sugli investimenti”, il MAI (OECD 1997, 1998)
1.
L’economia politica della globalizzazione: il MAI
Il MAI è la bozza dell’accordo che, nel lontano 1995, è stato discusso a Parigi dai 29 maggiori paesi
industrializzati raggrupati nell’OECD, e che si è svolto completamente al di fuori dello sguardo
pubblico. Nel 1997, la sua stesura raggiunse il pubblico per un’indiscrezione volontaria e raggiunse
l’opinione pubblica mondiale tramite le analisi di Tony Clarke, canadese, e di Martin Khor, malese
(Clarke 1997, Clarke e Barlow 1997,1998; Khor). Da allora era costantemente cresciuta la
resistenza internazionale affinché un tale accordo, che comunque era stato posticipato parecchie
volte, non venisse siglato. Migliaia di gruppi per l’ambiente, femministi, del terzo mondo, del
mondo della chiesa e della “società civile” (Korten 1998) appartenenti ai paesi che facevano parte
dell’OECD, ma anche un numero crescente di gruppi del sud del mondo, si sono opposti al MAI.
L’ultimo round del negoziato, tenutosi a Parigi nell’ottobre del 1998, fu fermato dall’intervento del
Primo Ministro francese, Jospin, che proclamò l’abbandono del negoziato da parte del suo paese,
dopo aver letto il resoconto delle potenziali conseguenze dell’applicazione del MAI (TAZ
2
15/10/1998). Attualmente, non si sa se il MAI è finito sulle basi di quest’ultimo round, se verrà
riproposto a livello del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) dove era stato
originariamente elaborato o se rispunterà fuori in altri contesti internazionali come l’FMI (Fondo
Monetario Internazionale), la cosiddetta “piazza del mercato transatlantico”, o in altre istituzioni
che potrebbero nascere.
Nel contempo il Mai ha reso chiara un’altra cosa: gli interessi per i quali esiste ancora, che
continuano a essere portati verso una realizzazione. Lo sforzo per formulare un accordo che
1
Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
2
Zona temporaneamente autonoma.
“protegga gli investimenti” – che ha le caratteristiche della creazione di nientepopodimeno che di
una nuova costituzione politica mondiale – fatica a essere spiegato in altri termini. Perché il MAI
non regola, come potrebbe sembrare, le attività d’investimento, bensì detta le regole alla politica. Il
MAI è la “licenza a depredare” (Mies e Werlhof 1998) concessa ai grandi affaristi a spese del resto
dell’umanità e della natura. E’ la conseguenza conclusiva del processo di globalizzazione
neoliberista e la codificazione permanente del capovolgimento di tutto quello che fino ad oggi
veniva proclamato come scopo dell’economia e della politica, e cioè la democrazia, il benessere, la
libertà, le realizzazione personale, i diritti umani e un futuro brillante per tutti. Senza spiegazione
alcuna, messa da parte qualsiasi apologia, il MAI disintegra queste illusioni.
Il background storico
Il MAI – da quanto ho capito – fissa e formalizza la nuova economia politica richiesta dai principali
attori del mondo economico sotto una condizione di monopolio e di una “nuova rivoluzione
industriale”. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, e in particolare dagli anni ’60,
sono emerse nuove condizioni produttive e politiche favorevoli al capitale, condizioni che sono
state a un passo dal divenire una nuova forma o standard globale. Queste nuove condizioni
comprendono alcuni tipi d’utilizzo e composizione organica del capitale, quali l’orientamento verso
un particolare livello di profitto che, da un punto di vista storico, è oggi molto alto perché è stato
ricalibrato su una sorta di “media” tra speculazione e profitto. Affinché si mantenga questo livello
deve essere stabilita un’adeguata politica globale che produca i prerequisiti “necessari” alla
realizzazione di questa fase dell’economia mondiale, comprese le opportune sanzioni (leggi l’uso
della violenza contro i gruppi devianti). Da quanto risulta, il MAI è stato negoziato all’interno dei
governi degli stati nazionali, cosa che appare paradossale dal momento che il MAI prevede la
scomparsa della sovranità nazionale. Si tratta di quegli stessi governi che – fin dall’inizio
dell’attuale sistema economico, il sistema capitalistico mondiale – sono sempre stati sollecitati a
produrre e rafforzare la loro sovranità. Gli stati nazionali e la divisione internazionale del lavoro
hanno sempre funzionato insieme fin dall’inizio, tanto che gli stati nazionali possono essere
analizzati solo da una prospettiva internazionale colonialista (Wallerstein 1974, 1980, 1989; Mies
1986; Mies e Shiva 1993). Questo è ancora oggi realtà. E’ sempre stato il “sistema mondiale” e non
lo stato nazionale che ha costituito l’entità analitica che ci informa riguardo la nostra situazione
(Wallerstein 1974b). Poiché le condizioni economiche mondiali sono nel frattempo cambiate, lo
stato nazionale dovrebbe o dovrà essere riaggiustato sul nuovo sviluppo.
Questo vale anche per il lato politico delle politiche economiche; prendiamo ora in esame questo
lato politico.
Da un punto di vista storico, i cambiamenti nelle politiche economiche mondiali non sono una
novità. L’economia dell'era moderna – il capitalismo – iniziò come processo mondiale, nella
fattispecie come colonizzazione, per opera dell’Europa e all’interno di essa (colonialismo “esterno”
e “interno”). Il processo è stato descritto da Carlo Marx (1974) come il processo di “separare i
produttori dai mezzi di produzione”, chiamato accumulazione “originale” o “primaria”. Questo
processo è stato considerato il pre-requisito storico necessario al processo successivo di
“accumulazione capitalista vera e propria”. Rosa Luxemburg (1971) applicò questa analisi a tutto il
mondo. Perché non avvenne solo in Europa, ma anche i contadini e gli artigiani delle colonie, i
produttori di quei tempi, vennero “alienati” dalle loro opportunità, mezzi e tradizioni di produzione,
che se non distrutti direttamente nel corso del processo, dovettero essere ceduti ai nuovi padroni: i
governanti colonialisti o i proprietari terrieri.
Le ricerche femministe hanno esteso l’analisi, portando le donne all’interno di questo processo, che,
con la caccia alle streghe in Europa e con la colonizzazione al di fuori dell’Europa, furono le prime
a essere separate dal lavoro e dai mezzi di produzione, dalla loro cultura, dai loro saperi e abilità, e
anche dal controllo dei loro stessi corpi a causa della loro capacità riproduttiva. Così, in modo molto
peculiare, anche le donne persero il controllo delle loro condizioni di vita e persino di loro stesse
come esseri viventi, per essere trasformate in “casalinghe”. Dato che il processo sta continuando
anche ai nostri giorni e che, per essere efficace, deve essere rinforzato su ogni nuova generazione,
abbiamo coniato il termine di accumulazione mondiale primaria “permanente” (Werholf 1978; Mies
1986, la chiama il processo “continuo” dell’accumulazione primaria). L’estensione del termine
aiuta a riconoscere la misura in cui la moderna economia politica, da allora fino ai nostri giorni, si
costruisce espropriando e defraudando il potere, in maniera permanente e a livello planetario, dei
produttori, degli uomini e ancora di più delle donne.
Non solo sono stati storicamente defraudati per mezzo dell’“accumulazione primaria”, ma lo sono
ancora, di continuo. Il processo dell’accumulazione capitalista si basa ancora sull’“accumulazione
primaria”, che per questo motivo non può solo essere considerata – come ha fatto Marx – originaria
o precedente l’accumulazione, ma deve sempre e nello stesso tempo essere vista come parte
necessaria a un’accumulazione continua. In questo modo, l’accumulazione primaria si dà non solo
cronologicamente, ma anche logicamente, come parte integrale dell’accumulazione e del possesso
capitalista, e non come suo aspetto “pre-capitalista” o “non capitalista” (A.G.Frank). In altri termini,
l’“accumulazione primaria” è sempre una componente dell’accumulazione capitalista.
Per la prima volta nella storia, dalla nascita del processo di accumulazione primaria, i produttori
diretti fondamentalmente non producono più per sostenersi reciprocamente e sostenere gli altri nel
territorio o nella regione – un tipo di economia che si basava sulla cosiddetta “produzione di
sussistenza” – ma sono impiegati (sfruttati) come materia prima (produttori) per l’intero processo di
utilizzo e accumulazione del capitale. Tutto questo non avviene in maniera uniforme nel mondo
intero; però c’è un’intrinseca tendenza all’omologazione e all’uniformità che è diventata il principio
del comportamento politico ed economico. E’ così che l’economia politica del “sistema capitalistico
mondiale” avanza: l’Africa fornisce la forza lavoro che, al pari degli schiavi – la “materia grezza”
del lavoro –, produce la materia prima dei beni coloniali in America, soprattutto sottoforma di
prodotti agricoli e minerali che, a loro volta, servono da materia prima per l’industrializzazione
europea che si basa sul lavoro salariato del proletariato. Quest’ultimo include anche la colonia
dimenticata e “nascosta” da sempre delle “casalinghe” (Bennholdt-Thomsen, Mies e Werlhof 1988)
– che lavora in assenza di un salario per la “(ri)produzione” di una nuova generazione di lavoratori.
Dopo che l’accumulazione originaria ha derubato molti popoli della loro cultura, e, in
concomitanza, dei loro mezzi di produzione, è continuato il processo di tentare di separarli dal
lavoro e perfino dai loro stessi corpi. Coloro che dopo la prima fase dell’accumulazione originaria
sono stati per lo meno pagati per il loro lavoro, spesso dimenticano che la loro retribuzione è dovuta
alla doppia espropriazione di quelli che, trovandosi al livello più basso del processo di
accumulazione, sopportano l’intero peso dell’accumulazione primaria “permanente”. E’ questo il
motivo per cui i sindacati non hanno mai cercato di organizzare i lavoratori “precari”, al pari degli
immigrati e delle donne, per non parlare delle casalinghe. La teoria di sinistra ha visto solo il lavoro
salariato come parte centrale dell’accumulazione e del valore di produzione. In modo simile, la
politica di sinistra si è focalizzata sui “lavoratori salariati volontari” – il proletariato industriale – e
in particolare su quelli del centro (n.t.d - dei luoghi di potere e cioè in occidente), secondo la (falsa)
nozione che qualsiasi altra cosa facesse parte del passato e appartenesse alla fase storica
dell’accumulazione originaria, che doveva essere superata presto poiché il progresso consisteva
nell’universalizzazione della condizione di lavoro salariato volontario in tutto il globo terrestre
(Werlhof 1984).
In questo contesto, la “domesticazione “ (Hausfrausierung, vedi Mies, Bennholdt-Thomsen e
Werlhof 1988) delle donne che è seguita alla caccia alle streghe dimostra, per la prima volta, come
le condizioni “internazionali” si ripresentino a livello “nazionale” o, per dirla in un altro modo, in
che misura già allo stadio iniziale del sistema mondiale succedevano le identiche cose sia nelle
micro che nelle macro economie. Ed è esattamente questa “de-geografizzazione” delle condizioni
che generalmente caratterizza la “globalizzazione” moderna. Paragonata alla divisione storica
internazionale del lavoro, la globalizzazione ha significato la scomparsa della differenza nord-sud,
ma non per lasciare posto a presupposte “condizioni” civili dappertutto. Al contrario, la differenza è
scomparsa da un punto di vista geografico, ma sopravvive e prospera come principio; e come tale
celebra la sua “globalizzazione” universale.
Al momento vaga dappertutto, sconnessa da continenti o paesi. La globalizzazione, perciò, non
significa universalizzazione del lavoro salariato e abolizione della schiavitù e del lavoro non pagato
– come quello domestico, ma estensione globale delle condizioni del colonialismo, come schiavitù e
lavoro non pagato o, per dirla in altri termini, “domesticazione”, che adesso include anche il lavoro
degli uomini, in tutto il mondo e tutto questo con un solo scopo: abbassare il costo del lavoro e
aumentare i profitti.
La nuova politica dell’economia annunciata dal MAI si appoggia sui medesimi principi posti in atto
durante i tempi del colonialismo, un dato di fatto che raramente viene riconosciuto. Tramite la
nuova diffusione dei processi “permanenti” di accumulazione primaria, il carattere violento, e non
solo dell’inizio, della nostra economia mondiale sta di nuovo rispuntando fuori con rinnovata forza
soprattutto nei centri da cui emana. Nella storia, i produttori diretti non si sono mai staccati
volontariamente dalla loro cultura, dai mezzi di produzione, dal potere del lavoro, per lasciare i loro
stessi corpi senza controllo. Tale esproprio violento, che è stato chiamato da Carlo Marx il segreto
dell’accumulazione primaria, è quello che condividiamo ancora nell’economia globalizzata dei
nostri giorni. Non a caso il MAI fu ideato sotto una coltre di segretezza in un sotterraneo di Parigi.
L’economia del MAI ovvero: dove la (il)libertà illimitata degli “investitori” e degli
“investimenti” è l’unico modello assoluto dell’azione civile
Gli “investitori” e gli “investimenti” sono i concetti fondamentali del MAI (Werlhof 1998). Il
documento intende difendere la loro libertà illimitata, la loro protezione assoluta e il loro 100% di
sicurezza: “investimenti più sicuri”.
Leggendo i passaggi più rilevanti, non nasce immediatamente il sospetto che ci sia qualcosa di
male, soprattutto se non si conosce il concetto di investimento e a cosa porta il fatto che gli
investimenti siano considerati uno standard quasi assoluto per tutta la vita sociale. Il Mai definisce
l’investimento come “ogni genere di bene posseduto e controllato, direttamente o indirettamente, da
un investitore”. Un simile tipo di investimento non ha necessariamente bisogno di avere a che fare
con la creazione di lavoro. Non si fa riferimento ad attività utili a fornire risposta ai bisogni della
popolazione, né c’è alcun cenno alla salvaguardia delle risorse e tanto meno a nessuna di quelle
cose che vengono in mente al cittadino medio quando pensa a un investimento. Nel MAI,
l’“investimento” è qualsiasi cosa fatta da un investitore, perché si focalizza semplicemente sulla
crescita della proprietà dell’investitore e sul suo controllo sulle risorse. Non fa differenza se specula
o ha a che fare con droga, armi, donne o con il riciclaggio di denaro sporco; se si infiltra per
monopolizzare mercati già esistenti o se ne crea di nuovi sotto il suo controllo; se sfrutta le risorse
minerarie locali e s’impossessa della terra per creare industrie agricole; oppure se fa suo un brevetto
sulla “proprietà locale intellettuale”, il cosiddetto TRIPS, (Trade Related Intellectual Property
Rights)
3 (Shiva 1995). Il MAI cerca di dare all’investitore un accesso illimitato a qualsiasi cosa
ovunque, incluso in quelle “sfere” che vengono definite virtuali. Sembrerebbe che l’interesse
dell’investitore sia la proprietà, che si traduce nell’acquisizione di tutte le opportunità disponibili
per la massima crescita del profitto. In quest’ottica, i canadesi hanno imparato, dopo quattro anni di
NAFDA (North American Free Trade Association
4, detto il “piccolo MAI), che le attività
d’investimento consistono principalmente nell’acquisizione o nell’annientamento di altre
compagnie d’affari, a cui fa seguito il licenziamento dei lavoratori per tagliare i costi (Clarke e
Naiman 1998). Le promesse del NAFDA, che propagandava la creazione di 200.000 posti di lavoro
non sono state mantenute, mentre nei soli Stati Uniti d’America ne sono stati eliminati 400.000
(Wallach e Naiman 1998).
La struttura del mercato si rivela come una struttura di potere: dominano incontrastati i monopoli,
gli oligopoli e gli accordi per sostenere i prezzi e ripartire i mercati. Le “mega-imprese” distruggono
la competizione (Noè 1998). Gli uffici nazionali dell’anti-trust non impediscono alle “imprese di
diventare sempre più grandi… perché lo fanno tutti” (
ibidem). “Corriamo il pericolo di metterci alla
3
Diritti sulla proprietà intellettuale collegata al commercio.
4
Associazione del libero mercato del Nordamerica.
mercè di un numero sempre crescente di centri privati di potere e dei loro manager che agiscono a
livello mondiale e che si definiscono, pieni di fiducia in se stessi, “Attori Globali” (Kartte, expresidente
dell’ufficio cordate, citato in Noè,
ibidem). Queste “associazioni di sciacallaggio” (Noè)
sono raramente criticate al giorno d’oggi, sebbene Adam Smith, fondatore del moderno liberismo
economico, avesse avvertito esplicitamente che si sarebbero potuti creare monopoli. Per Smith, il
libero mercato sarebbe stato possibile solo se le imprese fossero state di proprietà di qualcuno del
posto, con le radici nella comunità (1976). Non è più così e in maniera sempre crescente.
L’investitore che il MAI ha in mente è da paragonare semmai al “latifondista assente”, i cui
investimenti assomigliano a un’“enclave” coloniale, che guida in modo anonimo, come farebbe un
extraterrestre, proprietà che appartengono a persone non raggiungibili, che a volte scompaiono nella
notte con i loro “affari”, pratica questa resa possibile dalla “flessibilità del capitale” che si basa sulle
tecnologie attualmente disponibili. In ogni caso, questi proprietari non sono toccati dai danni
effettuati a livello locale e, come si sa per esperienza, in caso di dubbi, non sentono la responsabilità
di tali danni (per esempio Seveso in Italia e Bhopal in India; Korten 1996). Poiché i principi
dell’accumulazione originaria “permanente” sono sempre stati più visibili nell’agricoltura, non c’è
percezione che una certa fase nella storia del settore agrario risenta delle azioni dell’investitore
MAI. Il fenomeno è ancora confuso con quello del “feudalesimo” o del “tradizionalismo” del Terzo
Mondo, laddove in realtà questi processi sono i più fruttuosi per l’economia moderna (Werlhof
1985; Werlhof a Neuhoff 1982).
Questo “investimento” ha già provocato la morte delle imprese locali in tutto il mondo, un processo
che, con l’avvento del MAI, non potrà che aumentare nel futuro, minacciando paradossalmente la
“libertà di impresa”. Gli imprenditori e gli uomini d’affari si aspettano protezione dal MAI, mentre
gli investitori non sembrano rendersi conto di questo andamento; ma perché poi le grandi
multinazionali dovrebbero lasciare che i piccoli investitori abbiano il loro guadagno? Il fulcro della
questione sta nel fatto che l’investitore si percepisce come persona o istituzione (legale)
caratterizzata da un solo e unico interesse, e cioè massimizzare i profitti senza alcuna restrizione.
Poi i profitti, se sarà vantaggioso, saranno esportati invece di rimanere nel paese di origine (Engels
e altri 1998). Questa “de-regolazione” e “de-burocraticizzazione” delle operazioni d’investimento
sono ritenuti gli aspetti più vantaggiosi del MAI. Quindi “la tentazione per le compagnie d’affari”
aumenta sempre più “per diventare così gigantesca che essi si presentano come i duchi delle
strategie di mercato. Se le strategie hanno successo… la competitività viene dettata dai duchi
capitalisti
ibid.) e non si menziona il protezionismo, che,
se usata dagli altri partecipanti al mercato, è ridicolizzato come anacronistico. “La protezione
dell’investitore”, nel MAI, non vuol dire protezione del lavoro, dell’ambiente e della natura, o dei
diritti umani e degli interessi vitali della gente (B.Mark-Ungericht 1998); significa solamente
protezione della monocultura dell’investitore. La protezione dei non investitori è considerata solo
una restrizione alla libertà dell’investitore.
Gli attuali problemi della valorizzazione del capitale – risultato primo dell’enorme aumento di un
capitale finanziario non più coperto dalla “produttività” e di sovrastimate aspettative di profitto –
sono all’apparenza così profondi (Third World Resurgence 1998)
5 che in un tempo in cui “i limiti
ecologici alla crescita” spingono la gente a cercare un’economia “sostenibile”, perfino “orientata
alla sussistenza” (Bennholdt-Thomsen e Mies 1997), il MAI stabilisce un approccio radicalmente
5
Rinascita del Terzo Mondo.
opposto come modello universale e assetto mondiale. Con la globalizzazione, la corsa alle ultime
risorse del globo è entrata inesorabilmente nella sua fase di sradicamento finale.
La globalizzazione non è il raggiungimento delle illusioni del progresso. Al contrario, è il
manifestarsi rapido e brutale delle premesse sociali che sono state fatte dagli albori della rivoluzione
industriale fino ad oggi. Ci sono già 18 milioni di disoccupati in Europa, un milione e mezzo di
bambini svolge lavoro infantile, e in Inghilterra “le condizioni di lavoro” e “le differenze di salario”
ricalcano le cifre del 1886 (Halimi). Sembra che il MAI possa fare a meno, per la maggior parte dei
suoi investimenti, del lavoro volontario salariato. Ne sono esempi chiave “le zone di libera
produzione”, “le fabbriche del mercato mondiale” o “maquilladora” del Sud, dove chips,
componenti elettronici e abbigliamento sono prodotti da forza lavoro femminile a basso costo, in
condizioni di sfruttamento (Mies 1986; Gabriel 1998). Tale trattamento coloniale del lavoro si è
iniziato a diffondere proprio nel momento in cui si sono sviluppate le nuove tecnologie, la
cosiddetta terza rivoluzione industriale che ha reso possibile questo tipo di colonialismo. Grazie alle
nuove tecnologie computerizzate è possibile ridurre drasticamente il lavoro – la cui riduzione può
arrivare all’80% (Martin & Schumann 1996) – e usare lavoro non specializzato a bassissimo costo.
Le alte tecnologie sono funzionali al basso salario; tra le pieghe dell’high tec compare una nuova
forma di schiavitù – il lavoro a domicilio. Quella che era la “reale” sottomissione del lavoro al
capitale, e cioè il libero lavoro salariato, è stato sostituita dalla sussunzione di lavoro “marginale”
con remunerazioni marginali (Bennholdt-Thomsen 1980); lavoro “non libero” in quanto non più in
grado di porsi di fronte al capitale come partner contrattuale “libero” e “uguale”. Le critiche alla
tecnologia e al progresso della modernità sono liquidate come “ludditismi” (Noble 1985; Ned Ludd
di Nottingham, Inghilterra, fu il primo ad attaccare la produzione a macchina e l’automatismo
all’inizio del 19° secolo). A quanto sembra, la tecnologia e il progresso sono ancora tranquillamente
accettati, anche se non hanno mantenuto le loro promesse; anche se, per esempio, la “fine del
lavoro” può essere considerata solo la fine del salario.
Perciò non è poi sorprendente capire quello che all’interno del MAI viene chiamato “il principio
nazionale più favorevole”, “la “non discriminazione” e l’“eguale trattamento” degli investitori e
degli investimenti”. Niente deve trovarsi sulla loro strada, indipendentemente dagli obiettivi che si
sono posti. Deve essere ben chiaro che fascie di competitori sbilanciati, come le multinazionali e i
piccoli investitori, devono essere considerati “uguali” sul livello globale. A loro sono riservate le
condizioni più favorevoli, nulla di diverso da una sistematica “discriminazione positiva” per
aumentare e moltiplicare i vantaggi di potere e di competitività, che saranno raggiunti da alcune
sezioni del MAI, alcune branchie, marchi d’azienda, in aree o regioni non più sostenute e oggetto di
sussidi perché un uguale trattamento o la clausola di non discriminazione implica che anche
l’investitore abbia lo stesso diritto al sostegno. Ovviamente, dato che la definizione di questo
sostegno “senza limite” non è disponibile, anche il meccanismo di sostegno in situazione di crollo e
di possibilità di sopravvivenza di coloro che prima erano aiutati sarà ridotto a zero. Il risultato finale
sarà l’abolizione del welfare di stato, che comprende i servizi sanitari, le pensioni e l’istruzione.
All’interno di questa politica economica in favore del monopolio del capitale, che con il MAI
dovrebbe avere solo diritti e nessun dovere o responsabilità, non possono più esserci discorsi
riguardo il miglioramento delle condizioni della gente e delle famiglie nell’economia di mercato. Il
modello “fordista”, pagare alti salari che mettano i lavoratori nella condizione di potersi permettere
una Ford (Hirsch, Roth) non è più necessario all’interno dell’economia globale, perché i mercati
sono, in una prospettiva globale, abbastanza ampi da assorbire qualsiasi produzione (Martin e
Schumann 1996), almeno fino a quando non c’è recessione. Per questo nel complesso, la strategia
della “ridistribuzione” dei sindacati non potrà avere molte possibilità di successo. Questa strategia
non ha mai interrogato modi di produzione quali il cosiddetto investimento, e quindi ha
acconsentito che si accettasse il saccheggio e lo sfruttamento.
La politica del Mai o: il mondo come colonia delle multinazionali. L’“esproprio” come unico
standard di azione politica
L’economia del MAI serve solo agli “investitori” ed è sostenuta da politiche che permettono
l’“accumulazione originaria” permanente. Se l’accumulazione originaria è concepita per creare i
prerequisiti dell’“accumulazione vera e propria” concentrando i più importanti mezzi di produzione
nelle mani di chi, su questa base, è in grado di accumulare, appare ovvio, soprattutto al giorno
d’oggi, che questo processo non ha mai avuto una conclusione storica, come credeva Marx. Anzi,
proprio con il MAI, viene definita con chiarezza la sua politica, in maniera tale che l’accumulazione
“originaria” possa essere portata avanti nelle condizioni di modernità su scala globale
omnicomprensiva. Questa politica e le sue strategie rinforzano una rigida ridistribuzione dalle base
verso il vertice, in tutti i settori economici e con ogni mezzo, senza esclusione della violenza e
dell’intervento militare (Europäisches Parlament 1996). Da questo processo politico, che ritroviamo
anche come prerequisito della globalizzazione in generale, ci si deve aspettare (e in particolare sotto
il regime del MAI):
- la separazione delle imprese o degli investitori piccoli, medi e perfino grossi dal loro capitale; un
aumento del numero delle imprese che falliscono, compagnie “non liberiste” (ad esempio, le nuove
forme di imprese subappaltate), produzioni dipendenti da contratti che producono debito, nuovi
lavoratori auto-assunti come i lavoratori a domicilio, business “alternativi”; una propensione
generale alla “lumpenbourgeosie”
6 (Frank 1968; Bennholdt-Thomsen 1988; Werhof 1938).
- la rinnovata separazione dei contadini dalla terra; la loro espulsione, l’abolizione delle leggi di
riforma agraria (come sta succedendo attualmente in Messico); l’introduzione coercitiva delle
nuove tecniche di genetica e di riproduzione nell’agricoltura, nell’allevamento e nella coltivazione;
la messa sotto brevetto di forme di vita; il furto della “proprietà individuale” dei produttori indigeni
(Shiva 1998; Mies e Shiva 1993; Forum della Terra, sicurezza alimentare e agricoltura 1998).
- la separazione, per mezzo della tecnologia, delle donne dal loro corpo: introduzione obbligata
delle tecnologie genetiche e riproduttive con esperimenti continui per minare il “monopolio” delle
donne, quello di far nascere i bambini (Bergmann 1992; Werlhof 1997a).
- la separazione dei lavoratori – uomini e donne – dal posto di lavoro, dai salari e dalla possibilità di
lavoro: “produzione di merci senza salari”, in genere condizioni di lavoro precarie come il parttime,
i 620 lavori “a marchio tedesco”, “flessibilità”, lavoro pagato sotto la soglia di sopravvivenza;
sfruttamento del lavoro non pagato seguendo il modello del lavoro domestico in modo da espandere
la “domesticazione” delle condizioni di impiego; marginalizzazione della forza lavoro o
“lumpenproletarizzazione” e riduzione della gente a pura e semplice “materia grezza” potenziale
che, a secondo della domanda, può essere utilizzata o distrutta (Anders 1980; Bennholdt-Thomsen
1979).
- la separazione del pubblico (comunità locali, stati, governi centrali) dalle sue proprietà;
“privatizzazione” a favore dei monopoli privati. Vendita delle terre, delle imprese pubbliche, dei
beni della comunità e del “bene comune” (Clarke 1997).
L’“esproprio” è, insieme all’“investimento”, la categoria centrale del MAI ed è ampiamente
recepita come universalmente distorta. “Espropriazione” nel MAI è un termine che raggruppa le
circostanze che devono essere evitate, perché considerate deleterie per le attività d’investimento. Il
termine non viene solo usato in senso classico, come nazionalizzazione o socializzazione, o
addirittura “esproprio socialista”. Secondo il Mai, il termine comprende anche l’esproprio
“indiretto” (“strisciante”) che contempla il caso in cui i profitti calcolati non arrivino o arrivino solo
in parte, ad esempio per colpa di leggi ancora in vigore, leggi sul bene comune o altre interferenze.
Perciò il Mai opera per far sì che tutte le leggi e i regolamenti a cui può appellarsi la gente in alcuni
posti o per alcuni periodi e che attentano alla libertà dell’investitore, e questo non può essere
conforme alla ratio del MAI, vengano abolite retroattivamente (la clausola dell’entrata in vigore
“retroattiva”). E’ quindi naturale che non ci si possa appellare a tali leggi e regolamenti per i 20
anni della durata del contratto (clausola di “congelamento”), il che rende impossibile ogni politica
non conforme al MAI. In sintesi, ogni investitore che si sente minacciato può, in qualsiasi
6
To lump- 1) ammassarsi, indifferenziarsi 2)rassegnarsi
momento, ricorrere al meccanismo di conciliazione del MAI per rafforzare i suoi interessi davanti a
una corte internazionale, che si pone al di sopra di ogni controllo democratico. L’investitore può
perseguire per danni ogni comunità locale, ogni paese, ogni governo o qualsiasi altro investitore che
espropria, perché ciò ai suoi occhi minaccia il suo diritto a difendere la sua libertà d’investimento.
E’ chiaro che il tribunale civile del MAI è strutturato in modo da potere sostenere in ogni modo
l’investitore “che ne faccia richiesta”, che altrimenti si vedrebbe costretto a rivolgersi alle corti di
giustizia locali o nazionali. In più, ci sono già stati precedenti in Canada e in Messico in cui si è
discusso se i diritti degli investitori dovessero avere priorità sui danni alla salute delle popolazioni
minacciate (per esempio, il caso della multinazionale statunitense Ethyl in Canada, in cui la
compagnia ha vinto contro lo Stato canadese; Toronto Star 1998).
Vista la gestione del MAI del termine espropriazione, è doveroso riportare le seguenti conseguenze:
L’“espropriazione” non fa riferimento solo alla minaccia che l’investitore venga espropriato, ma
anche allo stesso investitore che minaccia gli altri di esproprio. Infatti, chi non investe e i piccoli e
medi investitori vengono espropriati in favore del grande investitore. E’ un classico caso di rapina
nel senso di accumulazione primaria che, comunque, grazie al MAI, diventa una procedura
legittima se non addirittura uno standart legale. Così il MAI afferma e legittima una tendenza che
fino a oggi era aumentata senza che il potere giuridico, in maniera ambigua, ponesse delle regole.
Quelli che provano a ribellarsi per difendere il diritto alla salute, al nutrimento, all’assistenza e alla
vita, con il MAI rischiano di essere classificati come potenziali criminali.
Il Mai è, agli occhi dei suoi avvocati, non solo un “contratto” politico, ma la materializzazione di
una “legge naturale”. Da questo punto di vista, il Mai è un atto alla fine “necessario” per rendere
possibile a livello globale l’uso capitalistico libero da ogni restrizione naturale e sociale. E’ il
“campo di pianificazione ripulito da qualsiasi ostacolo o intralcio”, il “teatro dell’opera”, il campo
di battaglia sacrificale. Il MAI ridefinisce che cosa è “natura” e che cosa è “cultura”. Oltre alle
donne, ai contadini e alle popolazioni colonizzate, anche tutti gli altri sono classificati fuori dalla
cultura e riportati a livello di “natura”, a parte una piccolissima minoranza che si arroga il diritto di
tenere per sé i benefici della cultura e della “civilizzazione”. Dato che la natura è considerata senza
“valore”, anche il lavoro e la vita della gente “naturalizzata” è senza valore (Werlhof 1988).
Il MAI sarà la base di un nuovo ordine politico mondiale o assetto planetario e di un nuovo statonazione:
lo stato del MAI. Definisce le condizioni fondamentali delle azioni legali e politiche – la
“mono-pol-itica - dei prossimi venti anni. Con il MAI, i governi vengono defraudati della loro
sovranità a tutti i livelli, cosa di cui ci si lamenta spesso (Clarke e Barlow 1997; 1998). Cercando di
sottoscrivere questo accordo si stanno preparando a derubare i popoli della loro sovranità o di
“separarli” da essa, cosa che, secondo la ratio espressa dalle costituzioni democratiche, è
impossibile. Nello stesso tempo, i governi che firmano perdono gran parte della loro sovranità,
permettendo agli investitori non solo uno status equiparato all’assetto dello stato nazionale, ma
anche un potere più grande e un livello più alto: nelle cause contro gli investitori i governi
potrebbero essere perdenti. Inoltre riducono il loro potere economico permettendo la privatizzazione
della proprietà pubblica, che stanno già vendendo ai privati, e non solo per aumentare il tesoro di
stato e riempire le casse, ma in parte anche per arricchire le multinazionali. Con il MAI, i governi
permettono perfino che le regole della concorrenza e il codice civile e l’antitrust che le normano,
vengano sacrificati ai monopoli privati, dato che considerano i problemi di ordine politico dei
monopoli (oligarchie) applicati solo al pubblico e si riferiscono solo ai monopoli di stato, mentre
non fanno riferimento ai monopoli privati. Secondo il MAI solo i monopoli di stato e non quelli
privati hanno una connotazione negativa.
Lo stato comunque non dovrà essere abolito. Dovrà sempre occuparsi dell’accumulazione primaria
degli investitori (così come della sua). In questo senso, lo stato si trasforma in “mezzano” della sua
stessa popolazione e delle sue stesse “risorse”, che può offrire agli investitori a condizioni di
maggior favore. “La povertà è la condizione per assicurarsi l’erogazione degli investimenti”
(Zumach 1996). Poiché la forza e la violenza dominano (devono farlo) a ogni livello, lo stato si
trasforma progressivamente in uno stato di polizia, in uno stato militare (s. the Tindermans-Report
del Parlamento Europeo 1996). Esso “educherà” (dovrà farlo) (Halimi) la sua popolazione, per
quanto possibile, a identificarsi con gli interessi degli investitori e a interiorizzare questi interessi in
maniera tale che l’agitazione civile, che potrebbe mettere lo stato nella condizione di essere citato
per danni dagli investitori, sia repressa addirittura in maniera preventiva. Nel caso in cui questa
educazione – che potrebbe costituire la base di un nuovo sistema dell’istruzione negli stati del MAI
– non dovesse funzionare, il Mai non porrà restrizioni allo stato nel ristabilire la legge e l’ordine.
Anzi, “le aree della sicurezza interna” sono le sole aree che sono state esplicitamente escluse dal
MAI.
La “rivoluzione del MAI”, perciò, implica che il moderno stato nazionale centrale si trasformi in un
“(semi) periferico” stato coloniale che garantisca su larga scala l’accumulazione primaria al suo
interno, in modo che le multinazionali possano trasformarsi in stati nazionali d’importanza centrale,
venendo a costituire l’apice della nuova piramide globale all’interno del “sistema capitalistico
mondiale”. Il Mai fornisce la prova che il capitalismo e la democrazia si manifestano e stanno
insieme solo fino a quando il regime coloniale o l’accumulazione originaria non avranno stabilità
dappertutto e per tutti. Prova anche che il suo punto di partenza è la contraddizione tra
“investimenti” e diritti umani o interessi fondamentali del popolo (vedi lo studio di Havard citato da
Drake e al. 1998). Il Movimento zapatista in Messico, nato con il NAFTA (Werlhof 1997b), chiamò
questo passaggio la “Nuova guerra mondiale” e parla di una “guerra contro tutti i popoli, contro gli
esseri umani, la cultura, la storia… il Neoliberismo (è) un processo di rinnovata conquista della
terra… i conquistatori sono gli stessi di 500 anni fa’… ci dicono che siamo un ostacolo al
progresso” (Marcos 1995). Da allora si dice che il governo messicano abbia chiesto alla Chase
Manhattan Bank degli Stati Unti di liquidare il Movimento zapatista impiegando l’esercito, poiché
esso è una minaccia non per lo stao in quanto tale, ma per la fiducia degli investitori nella stabilità
politica del Messico (Pérez 1998).
Con il MAI succederà lo stesso nel Nord America e in Europa. Il termine accumulazione primaria
“permanente” è lo strumento analitico per spiegare le conseguenza politiche del MAI e per capire la
sua logica della “necessità” della violenza politica permanente. In una tale espansione
dell’accumulazione primaria viene dato allo stato un nuovo ordine che incarna la tendenza ad
abolire la tradizionale divisione dei poteri e in cui il suo stesso potere non deriverà più “dal popolo”,
ma sarà sistematicamente usato contro il popolo. Questa tendenza sta crescendo anche nei “centri”.
Il potere politico reale, con il MAI, deriva “legalmente” dal popolo e viene offerto alle grandi
multinazionali, in modo da creare un nuovo “corporatismo”, una nuova forma di cooperazione tra
stato e capitale che caratterizza in particolare le dittature moderne (Boulboullé e Schuster).
Le discussioni, le divergenze e i conflitti che possiamo attenderci nel prossimo futuro,
riguarderanno, perciò, non solo la “distribuzione dei bottini” derivati dal processo di accumulazione
primaria, né nasceranno per accaparrarsi la “partecipazione” all’ordine politico che sta cambiando.
E’ necessario che abbiano a che fare con l’abolizione dell’accumulazione primaria “permanente” e
come tale con le basi nascoste dell’intero processo di accumulazione: in ultima analisi non
dobbiamo più farci coinvolgere nella partecipazione alla proprietà “produttiva” del capitale che
ormai da qualche tempo si è rivelata una proprietà “distruttiva”. E’ per questo che proprietà e
“prosperità” non esistono più per un numero sempre crescente di persone, ma solo per poche. Per
questo dobbiamo disertare la “sindrome” del TINA – There Is No Alternative (Shiva 1993) e
riappropriarci dei veri mezzi (di sussistenza) di cui abbiamo bisogno per la vita quotidiana.
La fede quasi religiosa nel progresso tecnologico, nella “crescita” economica, nella “razionalità”
aziendale e nei suoi profitti, contraddice sempre di più la realtà (Binswanger 1998). “L’avidità non
nutre” (Prakash e Mourin 1998). La crisi dell’economia globale non può più essere “provocata”
dalla “guerra finanziaria” (Chossudovsy 1998). Alla fine tutti capiranno che le precondizioni della
fiducia dell’occidente nel “sistema capitalista mondiale”, la vecchia utopia patriarcale di riuscire a
sostituire il “vecchio mondo cattivo” con un “nuovo mondo eroico” creato dall’uomo altro non sono
che una frode letale. Perciò il problema principale – dentro e al di fuori del MAI – sarà di ritrovare
un’economia “reale”, un’economia che non sia incentrata sul profitto, la competizione e la
colonizzazione della gente e della natura. Nella fase finale del progresso ci dovremo occupare della
fine della violenza per ricreare una cultura che si basi sulla cooperazione e la coesistenza.
(Wallerstein 1991). A questo scopo abbiamo bisogno di tutto ciò che il capitalismo e il patriarcato
hanno cercato di “separare” da noi: una mente “dissidente” che si basi su una radicale accettazione
della vita.
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e dai grandi elettori e si attua a spese dei tanti cosiddetti produttori e fornitori di servizi
della classe media, limitati dal livello nazionale e territoriale, ma in cerca di finanziamenti.”
(C.Noè, op.cit.; il termine “capitalististi” è stato aggiunto da C.v.W.) Attualmente le 500 più grandi
compagnie controllano l’80% delle attività di investimento nel mondo.
Agli interessi dell’investitore non solo si dà la più alta priorità economica, ma anche quella sociale.
“Gli utili degli investitori sono il valore umano più alto, tutto il resto passa in secondo ordine.” (Il
Presidente delle United Technologies, Gray, secondo Chomsky 1995, p. 18). La protezione di
questa specie quindi è vista come “libero mercato” ............