“Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.”
Anna Stepanovna Politkovskaja
Il 23 febbraio 1944, Stalin ordina la deportazione in Asia Centrale della totalità della popolazione cecena, accusata di collaborazionismo con i nazisti. I deportati sono i bisnipoti dei migliori guerrieri di Shamil e di Haji Murad, di coloro che hanno combattuto accanitamente contro i russi dal 1834 al 1859. Cinquanta anni più tardi, Boris Eltsin, poi, Vladimir Putin impongono, di nuovo, un regime di terrore in Cecenia, questo territorio di 13.000 chilometri, incuneato tra i monti del Caucaso, la Georgia ed il Daghestan, dove vivono 1,2 milioni di persone di confessione musulmana. Sedici anni e due guerre più tardi, la Cecenia è in ginocchio, senza speranza e senza avvenire, ma con l’esercito russo sempre presente sulla sua terra. Il 26 febbraio 2004, nel quadro del rapporto Belder sulle relazioni UE-Russia, il Parlamento Europeo adotta due emendamenti depositati da Olivier Dupuis. Il primo, adottato alla quasi-unanimità, chiede alla Commissione e all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune di studiare il piano Akhmadov, che propone, sulla base dell’esperienza della comunità internazionale in Kosovo, l’insediamento di una amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Cecenia. Il secondo, adottato dalla plenaria del Parlamento Europeo riconosce che la deportazione dell’insieme del popolo ceceno, ordinata da Stalin, il 23 febbraio 1944, costituisce, in virtù della quarta Convenzione dell’Aia del 18 ottobre 1907, concernente le leggi e gli usi della guerra per terra, e secondo la Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio, adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU, il 9 dicembre 1948, atto di genocidio. L’anniversario della deportazione dei ceceni è l’occasione per ricordare al mondo il dramma vissuto dalla popolazione cecena e ricordare ai governi delle democrazie occidentali che la Cecenia non è “faccenda” interna russa, ma “faccenda” di tutti. Non si può comprendere la guerra in Cecenia senza conoscere la storia di un martirio che si trascina da più di duecento anni. “Не спи, казaк: во тьме ночной Чеченец ходит за рекой! Казaк, утонешь ты в реке, Как тонут маленькие дети, Купаясь жаркою порой: Чеченец ходит за рекой! Бегите, русские певицы, Спешите, красные, домой: Чеченец ходит за рекой!” “Non dormire, cosacco: nella notturna tenebra Di là dal fiume va il ceceno! Cosacco, annegherai nel fiume, Come annegano i piccoli fanciulli Bagnandosi nell’ora calda: Di là dal fiume va il ceceno! Fuggite, russe cantatrici, Correte, belle, a casa: Di là dal fiume va il ceceno!” Con queste parole il poeta Pushkin introduce per la prima volta la figura del “ceceno” nella letteratura russa del secolo XIX, mettendo in luce gli antichi legami conflittuali, sviluppatisi già nel secolo XVI, tra i russi e i popoli caucasici.
1. Cecenia: terra di resistenza “Neppure un pezzo di questa terra cecena ci sfugge. Noi siamo qui per l’eternità.” Aleksey Ermolov Il generale russo Aleksey Ermolov scelse la ferocia come arma preferita e più efficace. Ordinò al suo esercito di mettere a ferro e a fuoco la terra dei ceceni, razziare i loro pascoli e il loro bestiame, distruggere le loro piantagioni “finché la fame non li piegherà tutti, finché non li costringerà all’obbedienza”. Spiegava ai suoi ufficiali: “Desidero che il mio nome desti terrore tra gli indigeni, che per loro significhi condanna a morte.”, e avvertiva i ceceni: “La più piccola disobbedienza, un solo assalto armato e ordinerò di radere al suolo gli aul, di sterminare i vostri uomini, di vendere le vostre donne e i vostri bambini come schiavi.” Ermolov ordinò anche di abbattere le foreste caucasiche che consentivano ai guerrieri di nascondersi e tendere imboscate lungo le strade che conducevano alle fortezze. Che cosa ottenne Ermolov? Leggendo i libri di storia russi si potrebbe pensare che abbia vinto e che sia riuscito ad assoggettare il Caucaso. Nulla di più sbagliato. Ermolov avrebbe voluto conquistare il Caucaso e trasformarlo. Non sapeva che sarebbe stato il Caucaso a trasformare lui. Alla fine della sua vita, maturò l’idea che l’obiettivo di sottomettere i ceceni fosse impossibile da realizzare: “Sono certo che si sarebbero arresi, se solo sapessero come si fa.” La sua crudeltà e la sua ostinata aspirazione a trasformare il Caucaso indisposero i ceceni, rafforzarono la loro resistenza, li resero più uniti, li spinsero direttamente tra le braccia del fanatismo religioso e della guerra santa. Anche quelli che fino allora avevano vissuto della propria terra raggiunsero le montagne e da quel momento fecero della guerra il loro nuovo mestiere. “Scegliete : o l’obbedienza o l’annientamento più spietato.”, intimava ai ceceni il generale Ermolov, che, nella capitale zarista, era considerato un uomo progressista, un amico dei decabristi, un Bonaparte russo. Secondo lo storico russo Dmitri Furman, i ceceni sono stati loro stessi la causa delle proprie sciagure e della propria maledizione. Le loro virtù sono un semplice prolungamento dei loro difetti. Le loro qualità li hanno resi terribili per i nemici, ma anche per se stessi e la loro guerra per la libertà è stata una guerra per la sopravvivenza, poiché, rifiutando di sottomettersi combattevano, e combattendo attiravano su di sé il massacro. “Tutto si trasformava nel suo opposto e le incredibili vittorie erano sempre presagio di inevitabili catastrofi.” scrive Furman. I ceceni non hanno mai cessato, da due secoli, di opporre resistenza all’espansione zarista, poi, sovietica, nelle loro montagne del Caucaso. Nel 1732, per la prima volta, si scontrarono con le forze russe di una spedizione lanciata contro la Persia da Pietro il Grande. Seguirono i cosacchi di Caterina II, che, dopo aver occupato Petrovsk (oggi Makhachkala), espugnato la parte settentrionale dell’Azerbaijan e assunto il controllo del litorale caspico tra Petrovsk e Derbent, tentavano di estendere la conquista al Daghestan e alla Cecenia. Sotto la guida dell’imam Mansur Ushurma, buon capo partigiano e grande predicatore con un programma religioso rigidamente strutturato, i ceceni respinsero a nord i russi, che ripresero il controllo della zona solo nel 1791. Dopo un assedio di sessantuno giorni, Mansur Ushurma, fu catturato e rinchiuso nella fortezza di Schlusselburg, dove morì, nel 1794. I russi poterono così occupare la parte meridionale del Daghestan e gran parte dell’attuale Cecenia, dove, nel 1819, fondarono la fortezza di Groznaya, la Terribile, primo nucleo dell’attuale città di Grozny, così chiamata per ispirare timore ai montanari ceceni. “All’inizio i rapporti con i montanari furono buoni. Nell’autunno del 1721, gli eserciti di Pietro il Grande, in marcia contro la Persia, attraversarono indisturbati la pianura cecena. Il primo scontro avvenne solo nel 1732. I ceceni, guidati dal principe Ajdemir, sgominarono il reaparto del colonnello Koch aiutato dal principe Kazbulat, anch’egi ceceno. A quell’epoca Pietroburgo praticava la tattica della “conquista pacifica”. Alla volta del Caucaso muovevano mercanti e missionari ortodossi; ai feudatari caucasici che si sottomettevano venivano offerti vitalizi. Fiorivano gli insediamenti: lungo il Terek sorgevano chutor (piccole aziende agricole) e stanitza cosacche, con le quali i montanari conducevano attivi scambi commerciali. Solo sporadicamente scoppiava qualche conflitto. Con l’avvento di Caterina II (1762-96) le cose cambiarono. La zarina fece costruire un sistema di fortificazioni che formavano una linea difensiva continua tra il mar d’Azov e il Caspio. Furono innalzate dieci possenti fortezze tra cui Vladikavkaz, il cui nome significa “Regina del Caucaso”. L’impero era già una potenza che allungava le mani sulla Polonia e avvistava altre prede. La prima rivolta antirussa scoppiò nel 1785. Alla sua testa si pose Ushurma, un religioso musulmano nato nel villaggio di Aldy, che in seguito prese il nome di Mansur e il titolo di sceicco. Si trattò di un movimento spontaneo: i montanari presero le armi in risposta alla pacificazione degli aul e alla brutalità delle spedizioni punitive che si spingevano ben oltre il Terek. La rivolta fu presto domata.” Wojciech Górecki, Pianeta Caucaso. Dalla Circassia alla Cecenia: un reportage dai confini dell'Europa In seguito, i ceceni si schierarono dalla parte di chiunque si dichiarasse nemico della Russia: turchi, persiani e, perfino, inglesi, i cui inviati giravano per il Caucaso portando sacchi pieni di orzo e aizzando i montanari contro lo zar. I montanari, per lungo tempo, raccontarono ai figli la storia della giusta regina inglese che sarebbe accorsa in loro aiuto.