Il primo romanzo della giovane scrittrice serba Stojkovic Sladjana
Un romanzo breve, ardito, temerario. Questo breve lavoro risulta capace di rappresentare, in modo del tutto obiettivo e senza distorsioni ideologiche, una delle realtà più temute dall’opinione pubblica contemporanea, quella degli atti terroristici.
L’attentato riportato nella prima pagine e ripreso alla fine del racconto, è un atto terroristico. L’autrice si focalizza sulla vittima-carnefice, una giovane donna scopertasi in un vortice di domande e paure, vittima di un deserto sociale creato da guerra, povertà, tradizioni ancestrali. L’unico modo per uscire dal turbine degradante, sarebbe l'idea di intraprendere un viaggio verso lo stesso itinerario della morte, viaggio difficile e pericoloso, tra i suoi desideri ed aspirazioni tradite e rimosse. Questo è il territorio in cui si annida il terrorismo. È una lettura che scuote per la sua schiettezza e immediatezza nello stile. Al termine porta a riflettere sulla spirale di violenza esistente nella realtà contemporanea. Molto spesso, la strada del terrorismo è un sentiero obbligato ma non giustificato, sopratutto per donne che sono state stuprate e che non hanno altro modo di riguadagnare il proprio onore in una società estremamente conservatrice. Un percorso obbligato anche per le donne rimaste prive di “protettori” (mariti, padri, fratelli, zii, cugini), in un contesto in cui la donna non è percepita come “individuo” ma solo come appendice di un maschio. Ma non sempre è così. La Palestina ed il Libano risultano tuttavia un’anomalia: la maggioranza delle attentatrici palestinesi e libanesi erano donne sostanzialmente emancipate, spesso colte e con precisi ideali politici. Mentre in Iraq, in Cecenia e in altri contesti, le donne sono pensate come bombe umane ideali. Gli spessi ed ampi abiti tradizionali permettono alle potenziali attentatrici di occultare facilmente armi ed esplosivo. Al Qaradawi, che conduce su Al Jazeera il popolarissimo programma "Al Shariah wa al Hayat", ha emesso nel 2006 una fatwa in cui afferma il diritto delle donne musulmane "a partecipare e svolgere il proprio ruolo nel jihad e raggiungere il martirio" in Palestina. Paradossalmente, il terrorismo suicida viene indicato come una sorta di emancipazione per le donne. Non potendo godere di “pari-opportunità” durante la vita, si suggerisce di godere di questo diritto nella morte e dopo la morte. La morte, perciò, continua ad essere percepita come la “grande livellatrice”, proiettando su di essa una dimensione ideale che, altrimenti, non si potrebbe e vorrebbe raggiungere.










