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Da una scintilla scoppierà un incendio

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Il VERO PROBLEMA ITALIANO: il maschilismo!

Klaus Davi, dalla parte delle donne «Il maschilismo danneggia l'Italia» il Centro — 30 novembre 2007 pagina 31 sezione: SPETTACOLO Parlare di temi importanti con tono leggero è un peccato imperdonabile in un Paese come l’Italia in cui sempre più spesso si confonde la serietà con la mestizia e dove anche i comici trovano disdicevole far ridere preferendo i sermoni alle battute. E’ per questo motivo che Klaus Davi e i saggi che va scrivendo da qualche anno sono, a volte, accolti con qualche sopracciglio inarcato di troppo da parte dei soliti noiosi. E’ una sorte questa che liquida con un sorriso, Davi, che, nel suo nuovo saggio «Fallocrazia» (Feltrinelli, 15 euro, 239 pagine), si occupa di donne e della loro esclusione dalle stanze del potere da parte degli uomini, nell’Italia di oggi come in quella di ieri. Editorialista di quotidiani e settimanali, testa d’uovo della comunicazione e della consulenza d’immagine per aziende come Fiat Auto e Ferrero e per politici e partiti, noto anche a chi non legge un libro da anni come opinionista di programmi televisivi frivoli, Davi affronta il tema del maschilismo italiano con lo sguardo dello straniero in patria che gli ha consegnato la sua biografia di figlio di emigranti nato a Biel in Svizzera. Alla domanda - che è anche il sottotitolo del libro - «Perché gli uomini hanno paura delle donne e le escludono dal potere?», l’autore di «Fallocrazia» risponde con ragionamenti sostenuti dalla spietatezza dei numeri. «La vera lotta di classe è quella tra maschi e femmine. E per ora, stanno vincendo i primi. A parità di impiego, “lei” guadagna tra il 30 e il 60 per cento meno di “lui”. E’ maschilista la politica, dal vecchio paternalismo democristiano al celodurismo leghista», di cui, secondo Davi, è naturale alleata la sinistra che ha ereditato, tra i geni del Pci, l’omofobia e un inconfessato maschilismo. Di celodurismo, virilismo, mammismo e machismo, e degli effetti nefasti che questi «ismi» hanno, non solo sul destino delle donne, ma anche sul benessere della comunità nazionale, Davi parla in questa intervista al Centro. Davi, perché gli uomini hanno paura delle donne e le escludono dal potere? «Per due motivi. Il primo: gli uomini hanno paura della normalità della donna, cioè del fatto che possa essere, non più brava di loro, ma brava quanto loro. Il secondo motivo è che in Italia il maschio ha ancora paura di misurarsi con il proprio lato femminile, un timore paradossale per un popolo creativo come il nostro». Il mito latino della virilità che ruolo gioca in questa esclusione? «Intanto quello della virilità è ormai un mito solo italiano, non più spagnolo, né portoghese né sudamericano. Questa virilità possesiva si traduce nell’incapacità di fare una politica nuova, più di servizio, più vicina alla gente ed è un pretesto per non cambiare la cose e mantenere lo status quo». Questa esclusione danneggia la comunità, oltreché le donne? «Sì, perché è provato statisticamente che, laddove ci sono donne al potere, cala il tasso di corruzione, c’è una politica più “terra-terra”, esiste un orientamento maggiormente di servizio. Sostengo queste cose non per fare un favore alle donne. Io porto dei dati di fatto importanti soprattutto nell’era dell’anti-politica». Un’anti-politica che una maggiore presenza delle donne contribuirebbe a prevenire? «Sì perché - per dirne una - permetterebbe di avere più asili, più scuole, una sanità più efficiente. Tutto questo è provato dai dati: dove ci sono più donne in posti di potere, la politica è più attenta alla società». Ma le donne, a volte, non danno anche loro una mano a chi le vuole tenere da parte? «Quelle di potere sì. Non aiutano le altre perché sono ossessivamente egoiste, pensano solo a loro stesse. Infatti, non hanno delle delfine, non si creano un seguito. Chi è la delfina della Santanché? Chi è la delfina della Turco? I maschi, invece, il potere che hanno lo tramandano. Una speranza la dànno solo le donne comuni, le più giovani fra di loro, che fanno gruppo». Il mammismo, invece, in che modo influisce su questo apartheid femminile? «Il mammismo pone al centro dell’affettività il maschio, il rapporto fra madre e figlio, e, in questo senso, prepara la strada alla discriminazione. Cito un dato a questo proposito: in Italia le donne escono di casa prima dei maschi perché sono circondate da minori attenzioni, da meno affetto. Il mammismo è il terreno reazionario, ideologico, dell’ossessione della virilità». Destra e sinistra sono unite in questo no alle donne? «La tesi del libro è che virilismo e fascismo sono legati. Però il centrodestra, avendo Berlusconi, riesce a superare il maschilismo con processi seduttivi che sono tipici del Cavaliere che è bravo ad attirare l’elettorato femminile facendo leva sul mammismo e sulla tradizione patriarcale. Nel libro, Cossiga dice una cosa importante: se le donne italiane non fossero così maschiliste, la nostra società sarebbe già cambiata da un pezzo. Il centrosinistra, invece, intende combattere il maschilismo ma, poi, di fatto, nelle sue file, ci sono ancora i soliti Rutelli, Bersani, Veltroni: non c’è stato un ricambio. E poi, diciamola tutta: le donne di centrosinistra hanno un modo vecchio e maschile di fare politica. La Melandri, la Turco scimmiottano D’Alema anche nell’uso dei vocaboli, dei gesti. Non hanno un loro stile». Di quali donne oggi l’Italia avrebbe bisogno in posti di comando? «Non c’è bisogno di fare subito una donna premier. Basterebbe dare alle donne alcuni ministeri chiave». Quali? «Il ministero dell’Istruzione, un campo dove sono già protagoniste. Darei loro anche il ministero dell’Interno perché sono più sensibili e meno retoriche e ideologiche degli uomini rispetto ai problemi della sicurezza. E darei loro il ministero della Sanità - che hanno già avuto - perché una donna curerebbe maggiormente la prevenzione. Ma darei a una donna anche il Tesoro perché nella gestione della Finanziaria sarebbe più attenta alla famiglia che, anche per un riformista come me, resta il fulcro della società». Qualche nome di donna che vedrebbe bene in questi ministeri? «Del centrosinistra la Finocchiaro e la Serafini. Del centrodestra Giorgia Meloni e Chiara Moroni». - Giuliano Di Tanna
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