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Da una scintilla scoppierà un incendio

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NOI, IN PIAZZA IL 19 SETTEMBRE?

http://www.reset-italia.net/?p=17236
video e link
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Premessa per chi legge perchè cio che invio è lungo: Quella che ho
scritto e trascritto  è un' analisi di Enza Panebianco con il mio
commento ed opinione, come contributo alle tante Giornate che ci
aspettano, giustissimo tutto, qualunque modo di manifestare, mi auguro
come scrive Anna Maria Rivera, prof. al Dipartimento di Scienze Storiche
e Sociali, Università degli Studi di Bari, che divenga ANCHE "
rimettere al centro dell’informazione e del dibattito politico la
questione sociale in tutte le sue declinazioni: dai diritti del lavoro a
quelli dell’istruzione e della cultura. E non solo: il razzismo,
l’omofobia, la mercificazione e la violenza contro le donne – che hanno
la medesima matrice – sono diventati tratti strutturali dell’italietta
leghista-berlusconiana. C’è un banco di prova per misurare se chi oggi
grida all’emergenza democratica sarà disposto, anche dopo Berlusconi, a
difendere la Costituzione e i diritti di tutti/e, pure degli omosessuali
e dei migranti: la manifestazione nazionale antirazzista del 17 ottobre.
Saremmo più tranquilli se chi ha promosso l’appuntamento del 19
settembre e almeno una parte dei 350mila che hanno sottoscritto
l’appello di Repubblica aderissero anche a quel corteo”.
http://roma.indymedia.org/node/12419"
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NOI IN PIAZZA IL 19 SETTEMBRE?
Perchè noi dovremmo essere in piazza il 19 settembre?
Corpo Spazio e Comunicazione ? Non esageriamo con le domande pesanti,
forse  basterebbe trasportare in piazza Italia l’energia di una pizzica
una tamorra una tarantella, uè uè…
E veniamo a quanto in parecchie e molti,  si domandano a proposito del
fare e perchè e per chi, il 19 settembre…di  sabato: Noi?
Ho condiviso tutto ciò che Enza Panebianco ha scritto, il contenuto e lo
stile, finanche la punteggiatura e le volute maiuscole e minuscole che
sono significanti di per sè ed Enza usa il condizionale per dire che si
dovrebbe si potrebbe. Io in qualche modo mi sento chiamata a commentare
questa retorica domanda comune fatta a noi da loro, perchè lo spaccato
c’è  e spesso non è solo un muro invisibile, è una porta sbattuta in
faccia se penso a tutto il mondo del precariato che ruota sulla
comunicazione ed i media. Enza è infaticabile nello scrivere,
nell’esserci sempre con il corpo e la testa, ed Enza una volta ancora è
vicina a quel soggetto comune che è oggetto di tante vergognose contese
della cronaca gossip, la donna. La domanda me la sono posta anche io e
ho letto anche altre risposte sul web. Quelle che non si leggono mai
sulla stampa, che non emergeranno mai. Non ci sarò a Roma, anche se mi è
vicina, sono certa che ci saranno tante e tanti altri per me e non farò
nessuno sciopero della scrittura sul web. Nessuno mi paga e non voglio
io, per scrivere o non scrivere. L’impegno che mi sono data da Genova è
anche quello di esserci, laddove non c’è il/la giornalista, di non
essere copy right di nessun potere, di testimoniare per chi non ha voce
nè tempo, di andare a Roma o in altre città, in nome dell’Ordine di un
Giornalismo che troppo spesso non ha aggiunto dignità alcuna alle donne
e agli uomini di questo paese, se non per tirare alla giornata e al
grido battuto dalla cronaca, attenta questa si, a quella nera e rosa, a
giorni alternati. Grazie Enza ed è poco.


Doriana Goracci
n.d.r. quanto ha scritto Enza Panebianco  ed io  commento,  è sul  Paese
delle Donne , con una loro  chiara posizione al riguardo, sul 19
settembre  2009 e che fare:  ringrazio la Redazione tutta del sito per
la costante attenzione nel dare voce e per avermi  dato l’opportunità di
leggere e conoscere, come sempre, pensieri ed opere…differenti e
diversi, con cura e rispetto della persona.

A proposito di libertà di stampa: perchè noi dovremmo essere in piazza il
19 settembre?
[A proposito della manifestazione indetta dall'Fnsi] Perchè noi dovremmo
essere in piazza il 19 settembre? Me lo chiedo e provo a darmi una
risposta. La stampa non è libera, appartiene per la maggior parte ad una
sola persona e ai suoi prestanome. E’ una cosa nota a tutti eppure anni
fa quando si parlava di conflitto di interessi dal centro sinistra si
levavano voci di gradimento del riformismo bipartisan. Poco male, mi
dico. Il problema è qui e ora. Devo mandare giù il boccone amaro e fare
causa comune con una parte politica che ha grosse responsabilità
rispetto a quanto accade nel presente.


La stampa non è libera, appartiene per la maggior parte ad una sola
persona e ai suoi prestanome. E’ una cosa nota a tutti eppure anni fa
quando si parlava di conflitto di interessi dal centro sinistra si
levavano voci di gradimento del riformismo bipartisan.
Poco male, mi dico. Il problema è qui e ora. Devo mandare giù il boccone
amaro e fare causa comune con una parte politica che ha grosse
responsabilità rispetto a quanto accade nel presente.
La stampa è lottizzata. Appartiene ai partiti, a poteri che talvolta
vivono in pax lobbistica e altre volte si fanno la guerra.
La stampa è fatta di servi di regime. È propaganda. E’ esercizio di
potere che difficilmente può essere attraversato, penetrato da soggetti
che vorrebbero godere di quell’articolo 21 della costituzione per
mettere a segno anche solo una frase ben assestata che non soddisfi
nessuno, ma che indubbiamente corrisponde ad una verità che pochi
vogliono vedere.
La stampa in italia è una casta. Ricordo i pochi bravi professionisti e
le poche lungimiranti professioniste che guardavano noi volontari
dell’informazione indipendente senza temere la concorrenza, senza
tentare di irreggimentarci, senza provare a rimetterci tutti in fila per
due, senza lasciarsi prendere dai pruriti di denigrazione o di censura
perché noi non tiravamo le veline d’agenzia o di questura, perchè questo
significava che non eravamo qualificati, non avevamo le carte in regola,
perché “per fare questo mestiere bisogna conoscerlo”, perché ci sono
regole da seguire, perché in fondo il libero dissenso e le voci che si
autorappresentano fanno paura a tutti.
Era il 2001 e ci fu il g8 di genova e noi vituperati scribacchini del
web, quelli contro i media mainstream, quelli che si erano stufati di
cercare invano notizie che corrispondevano a quanto realmente accadeva,
quelli che usavano slogan come “non odiare i media, essilo”, registrammo
uno degli eventi più importanti che segnò l’inizio di una lunga stagione
di repressione che si realizzava su un registro vecchio e nuovo:
strategia della tensione, tecnica della paura, il terrore come arma per
chiudere a chiave una intera città, militarizzarla ed avere la libertà
di attuarvi ogni genere di violazione dei nostri diritti.
Subito dopo la tecnica repressiva si spinse fino alla perquisizione e al
sequestro di documenti e immagini, alla intimidazione di tutta indymedia
italia, alla punizione conseguente il fatto che noi, centinaia di
persone sparse a fare fotografie, video, a registrare attraverso la
parola scritta quanto avveniva, avevamo fatto crollare l’intero palazzo
di bugie che quelle istituzioni, le forze dell’ordine, la stampa
asservita avevano reso pubblico per giustificare la mattanza.
Noi scendemmo in piazza, l’Fsni al nostro fianco e con essa anche le
testate immediatamente di sinistra. Non ricordo di aver letto l’adesione
di repubblica o dell’unità, impegnate com’erano a stabilire la
differenza tra buoni e cattivi, a identificare la violenza con “alcuni”
manifestanti e a farsi portavoce delle forze dell’ordine e della loro
tesi di legittima difesa per ogni colpo inferto.
Ma poco male, mi dico. Il problema è qui e ora e devo fare causa comune
con una parte politica che in ogni caso quando parla di libertà di
stampa si riferisce alla libertà di veicolare quello che più gli piace,
la propria versione della verità, trascurando tutto ciò che ai suoi
occhi appare giusto un pochino più radicale della spinta vibrante, densa
di passione del politico sullo stile di d’alema.
La stampa, oggi, nel tempo di internet, della condivisione veloce di
notizie attraverso i social network, i blog, youtube e tutto ciò che
tecnicamente si avvierebbe verso il web 3.0, è una dimensione ancora più
obsoleta, terribilmente autoreferenziale, spesso al traino dei
“volontari dell’informazione indipendente” salvo delegittimarli quando è
il caso di incassare privilegi.
La stampa oggi è in guerra, parte attiva di uno scontro tra poteri che
giunge all’ultimo stadio e il cui livello è stato reso altissimo dai
suoi attori principali.
La stampa è ad uso e consumo di fazioni precise che adoperano cecchini
per infliggere colpi e poi chiamano il popolo a scendere in piazza per
difendere la loro battaglia.Così accade sempre, la storia ce lo insegna,
la gente viene armata, strumentalizzata – come viene strumentalizzata
l’indignazione – e ciascuno viene sollecitato a scendere in piazza su
spinta di potenti, feudatari, baroni, oppure di borghesi, notabili,
burocrati. Non saprei dire qual è la suddivisione attuale tra le forze
in campo. So solo che quando sono scesa in piazza per combattere le mie
battaglie, rispetto alle mie urgenze, c’erano in pochi e quasi mai erano
quelli che ora fanno la chiamata alle armi.
La stampa in questo ultimo periodo ha avuto il ruolo preciso di distrarre
l’opinione pubblica da questioni gravi che riguardano tutti noi. Ci
siamo concentrati sulla vita del presidente del consiglio e i giornali
del presidente del consiglio si sono concentrati sulla vita di un
giornalista cattolico e i giornali dell’opposizione hanno leso la
privacy delle escort per vendere qualche copia in più e i giornali della
maggioranza hanno detto che quelle escort hanno visitato i letti di
tutti gli avversari politici del premier.
La stampa ha legittimato la pratica dell’uso di scandali privati per
denigrare l’avversario. Qualunque cosa tu dica o faccia di cattivo se la
tua vita sessuale non corrisponde a quella che piace alla santa sede
allora puoi sempre dare del frocio al tuo detrattore e quello dovrà
dimettersi nel giro di pochi giorni. Qualunque cosa tu dica o faccia di
buono se la tua vita sessuale non corrisponde a quella che piace alla
santa sede allora non hai più alcun diritto di parlare.
E per fare corrispondere questa pratica oscena ad una sorta di volontà
popolare di chi sta a sinistra sono stati tirati fuori tutti i motti
femministi, parole e persino pareri illuminati di donne che hanno
parlato di pubblico e privato, di personale e politico dimenticando che
il personale/politico di cui abbiamo sempre parlato noi non era
gossip/politico e in ogni caso non riempiva un vuoto di capacità critica
e di azione politica visibile nell’attività parlamentare
dell’opposizione, completamente appiattita sulle ragioni della
maggioranza a proposito di temi etici e di soluzioni securitarie come
metodi di controllo sociale.
La stampa non è libera perché centro sinistra e centro destra non hanno
la più pallida idea di cosa si muova nel mondo del web. In entrambi i
casi l’ignoranza li ha portati e li porta a proporre provvedimenti che
limitano la libertà di espressione, le libertà digitali, che
intercettano tutti noi in qualunque nostra comunicazione come fossimo
preventivamente in stato di sorveglianza perciò tutti potenzialmente
terroristi, pedofili, delinquenti.
La stampa non è libera perché ancora prima della punibilità verso chi
pubblicherà le intercettazioni c’è da capire perché mai l’informazione
si sia ridotta ad essere l’eco delle procure di tutta italia. Non c’è
più una inchiesta decente, una ricerca ben fatta, una narrazione
documentata. Mi vengono in mente due esempi di giornalismo non
scandalistico, che non fa la sua fortuna facendo copia e incolla dalle
carte dei magistrati, che non spettacolarizzano il lavoro dei giudici ma
che si muove in tutt’altra direzione: report e presa diretta.
E anche questa è una cosa seria perché la stampa di questi anni è
diventata strumento di poteri e megafono di giustizialisti. Dimenticando
il ruolo fondamentale della stampa, che è quello di essere alternativa a
tutto, equidistante da tutto, indipendente da tutto, esclusivamente al
servizio della gente.
Poco male, mi dico. Il problema è qui e ora. Devo fare causa comune con
soggetti che sono responsabili della origine culturale di questo governo
di censura. Ne sono responsabili perché lo hanno sdoganato, perchè
quello che contava non erano le ragioni ideali ma lo spazio ottenuto.
Quello giusto, sufficiente, come fosse una tangente al silenzio, alla
opposizione pacata, dai toni bassi, non urlata.
Devo fare causa comune ben sapendo che quella stampa non scenderà in
piazza in favore di disoccupati, sgomberati, occupanti di edifici per
rivendicare il diritto alla casa, di precari, di persone che non hanno
mai creduto alla idiozia del capitalismo dal volto umano, del liberismo
intelligente, della privatizzazione socio compatibile.
Devo fare causa comune anche se la mia idea di welfare è completamente
diversa da quella di rosi bindi e di vittoria franco. Diversa da quella
della serracchiani e di franceschini.
Devo fare causa comune perché nonostante mi dia profondamente e
fisicamente fastidio immaginare di legittimare la loro politica miope
comunque hanno diritto ad esprimerla, come io ho il diritto di
criticarla in una gara dialettica che ci restituisce reciproca dignità.
Questo è un diritto non può essere leso mai.
Devo fare causa comune perché la querela per diffamazione è un proiettile
in fronte a chi si vuole far tacere. Un embargo economico che uccide sul
piano sociale chi pratica dissenso. Una bomba che colpisce uno per
educarne cento.
Devo fare causa comune perché io non ho mai pensato di querelare la
padania e il giornale per tutte le volgarità che pubblicano, per le
offese che ci infliggono. Chi invece si nutre della loro “cultura” pensa
di far tacere chi non è d’accordo attraverso apposita legislazione e
denunce mirate.
Devo fare causa comune perché mi fa troppo arrabbiare il fatto che non
venga data assistenza legale ai giornalisti di report, perché attaccare
vauro per vilipendio al reality di stato è una storia che dimostra
esattamente in che tempi viviamo.
Perché è da un bel pezzo che siamo in pieno fascismo ed è un bel dilemma
per tanti pezzi della sinistra che praticano l’antifascismo provando a
sfuggire alle strumentalizzazioni di chi nel centro sinistra quel
fascismo lo ha sdoganato.
Forse avremo l’onore di udire frasi partigiane uscire dalla bocca di chi
fino a qualche tempo fa dichiarava che il fascismo non esiste più. Solo
per vedere questo capovolgimento incoerente di intenzioni vale la pena
attraversare la piazza del 19 settembre.
E poi per report, per noi, per tutti quelli che vivono il web, per quelli
che fanno informazione dal basso e non hanno nessun riconoscimento,
privilegio né tutela.
Il 19 bisognerebbe esserci in modo critico a difendere il diritto a
scrivere e praticare il dissenso. Bisognerebbe esserci contro una
offerta informativa che in italia oramai è per la maggior parte
sessista, razzista e fascista.
Bisognerebbe esserci per chiedere una stampa libera dai monopoli di
qualunque genere. Per chiedere la fine della separazione tra stampa di
serie a e di serie b. Per chiedere l’abolizione dell’ordine.
Bisognerebbe esserci perché le donne hanno diritto di dissentire.
Dissentire da altre donne che parlano di un fantasioso e retorico
silenzio delle donne. Dissentire dalle testate che parlano di violenza
maschile sulle donne difendendo e veicolando la cultura patriarcale.
Dissentire dalla stampa moderata del centro sinistra che chiama
“violente” le donne che praticano un femminismo indipendente dai partiti
politici, radicale, con pregiudiziali antisessiste, antirazziste e
antifasciste. Dissentire su chi stabilisce quali siano le forme lecite
di dissenso e quali no. Dissentire dal pensiero unico, dalla pratica
politica unica, dalla rappresentanza politica unica, dal bipartitismo,
bipolarismo, biegocentrismo.
Bisognerebbe esserci innanzitutto per chiedere che noi si possa avere
garanzia di spazi di diffusione di ciò che pensiamo. Perché quando si
parla di libertà di stampa non posso certo solo parlare della libertà di
stampa di repubblica e l’unità.
La stampa non è garanzia di democraticità di un paese se non si evolve e
non si lascia penetrare da altre forme di comunicazione. Diventa solo
una delle tante cristallizzazioni del potere. La democraticità di un
paese non dipende mai da luoghi dediti all’autoconservazione del proprio
status.
Bisognerebbe dunque esserci proprio per mettere in discussione qualunque
luogo di conservazione di poteri che non ammettono dissenso e progresso.
Stampa inclusa.
Enza Panebianco
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