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Da una scintilla scoppierà un incendio

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Sulla strada, i nostri corpi: nuestro cuerpo....nuestro primer territorio

Ringrazio "di cuore" Doriana Goracci per l' ennesimo meraviglioso articolo inoltratomi.
 Ebbene, l' articolo in questione mi ha richiamato alla memoria alcune considerazioni della scrittrice Isabel Allende, nella prefazione del reportage giornalistico "Le Vene Aperte dell' America Latina" di Eduardo Galeano.
"Viviamo in un mondo che tratta i morti meglio dei vivi. Noi, i vivi, siamo formulatori di domande e dispensatori di risposte, insieme, con altri gravi difetti, imperdonabili per un sistema che crede la morte, come il denaro, migliori degli individui".

Concludo l' introduzione all' articolo con una bellissima frase di Salvador Allende: "Vale la pena morire per le cose senza le quali non vale la pena vivere".


                                      Maddalena Celano









video link e foto su
http://www.reset-italia.net/2009/08/05/sulla-strada-i-nostri-corpi/
Sulla strada, i nostri corpi



Le donne della Ruta Pacifica vivono in Colombia: “nuestro cuerpo…nuestro
primer territorio” .


Vi mando un  video di una loro azione di resistenza: a cosa?

Alla violenza, alla militarizzazione, alle armi, tutte cose di cui noi
abbiamo perso la memoria, al punto di averle sotto casa, come un
pacchetto che  serve non a gonfiare i genitali ma alla Sicurezza, con
orgoglio insano.
 Al 4 agosto ho trovato anche un blog che si chiama
proprio Il corpo delle donne e scrive in data odierna di impegnarsi sempre
e comunque.
E' una resistenza diversa, occidentale, alla comune guerra,
sporca come non mai.
 Ci trovate solo domande e tanti perchè con il punto
interrogativo. Anche quì, un video documentario.

Copio allora un ‘intervista, tradotta da Marianita De Ambrogio, a quelle
della Ruta Pacifica, fatta da un uomo, Andrew Willis Garcès.


Come mai non scendiamo in piazza, per la strada, come loro?
 Dov’è la
ribellione, il rispetto per noi stesse?
Il silenzio è la risposta?
O le
ronde i militari, gli eserciti, le processioni, le lettere e gli
appelli?
Siamo pronte per la spiaggia, l’ultima?

E poi perchè,   anche noi,  non gridare, sulla ruta, in strada: Vu cumprà?

Un’ orgia di monologhi,  prove,  spettacoli,  miseria, ripetizioni… come
la descrisse Pier Paolo Pasolini: “Se disapprovate la rappresentazione
di questa vita, alzatevi protestate e ridete, oppure se siete ben
educati, disapprovate tacendo. Magari con l’ironia con cui il borghese
allontana da sè le cose umili e tremende che l’offendono…”


Non cessiamo mai di cercare perchè ogni volta dimentichiamo…


Doriana Goracci



Ruta Pacifica: le donne colombiane contro la violenza



Andrew Willis Garcès – 4 febbraio 2009

Alejandra Miller Restrepo, Cauca, coordinatrice regionale della Ruta
Pacifica de las Mujeres, parla di questo movimento di donne colombiane
contro la violenza che esiste da 13 anni.
 Il gruppo è conosciuto per le
sue azioni dirette rivoluzionarie che uniscono donne contadine, nere,
indigene e donne delle città in mobilitazioni di massa o «rutas» che si
svolgono spesso in località controllate da gruppi armati che prendono le
donne come loro bersaglio.

Ho parlato con Miller Restrepo a dicembre del 2008, un mese dopo la
mobilitazione più recente, nel momento in cui lo scandalo colombiano
delle «false azioni positive» dell’esercito, che uccide civili e vuol
far credere che si tratta di guerriglieri, continua a tener banco sulla
stampa contemporaneamente ad una speculazione molto diffusa su futuri
cambiamenti con la nuova amministrazione Obama. I suoi commenti su come
la Ruta abbia aperto uno spazio per le donne nella società colombiana
hanno accresciuto la mia preoccupazione sul fatto che troppi militanti
negli USA e in Colombia sottovalutano quel che sanno intuitivamente
sullo spazio di cambiamento, che viene dal basso, a partire dal lavoro
sostenuto da movimenti come la Ruta che possono profittare di momenti
come questo per spingere il governo verso sinistra, unicamente
costruendo per anni l’organizzazione dalla base.

La Ruta ha proseguito questo lavoro sostenuto con manifestazioni
nazionali l’1 febbraio 2009 in città di tutto il paese, per sostenere la
presenza di donne militanti in Colombiani per la pace che negoziano la
liberazione degli ostaggi detenuti dalla FARC e reclamano una fine
negoziata del conflitto armato, a cui il governo si oppone, rifiutando
anche di riconoscere l’esistenza di gruppi armati legittimati.

- Quando e come è stata coinvolta nella Ruta?

Ho sentito parlare della Ruta quando sono arrivata a Popayan per andare
all’Università di Cauca nel 1999, e da quel momento  mi sono impegnata.
Dal 2002 sono coordinatrice regionale.

- Come descriverebbe la Ruta?

Siamo un movimento di donne contro la guerra, fondato nel 1996. Siamo
femministe, pacifiste ed antimilitariste. Abbiamo due obiettivi
fondamentali: 1. Rendere visibili gli effetti della guerra sul corpo
delle donne. Sul nostro corpo perché i corpi delle donne sono luoghi di
conflitto nella guerra, e storicamente è un tipo di violenza grave. E
noi dobbiamo denunciare la violenza della guerra. 2. Insistere su una
soluzione negoziata della guerra. La militarizzazione dei territori crea
più guerra e sofferenza, l’unico modo di porre fine a tutto ciò è la
negoziazione politica.

- Come è stato formato il gruppo e come è strutturato a livello nazionale?

Abbiamo 9 regioni come movimento nazionale, Putumayo, Cauca, Valle del
Cauca, Chocó, Risaralda, Antioquia, Bolívar, Bogotá, Santander. Oggi ci
sono 350 organizzazioni di base, come organizzazioni di quartiere,
gruppi che si occupano di lavoro produttivo per donne, tutte aderenti
alla nostra piattaforma.

La Ruta è stata fondata nel 1996. Nel corso di un incontro nazionale di
organizzazioni di donne, sono venuti dei religiosi e ci hanno parlato
della condizione femminile in Mutatá, dove erano arrivati i paramilitari
e avevano occupato la città e violentato il 90% delle donne e delle
ragazze. Avevano messo in atto il reclutamento forzato e ridotto le
donne come serve, essenzialmente schiave sessuali. Quando le attiviste
presenti sentirono ciò, decisero una mobilitazione nazionale – un
viaggio, una ruta – in quel luogo per dire a quegli uomini di rispettare
i corpi delle donne e far sapere alle donne che non erano sole. Molte
organizzazioni nazionali sottoscrissero la proposta. Più di  2.000 donne
si recarono lì. Scegliemmo il 25 novembre come Giornata Internazionale
contro la Violenza sulle Donne in quell’occasione e per tutte le
successive mobilitazioni/rutas. Diciamo a tutti gli attori armati –
paramilitari, esercito, guerriglia – di rispettare i diritti delle
donne. Abbiamo organizzato due Rutas in Barrancabermerja in
collaborazione con la Organización Feminina Popular (OFP), più
mobilitazioni in Choco, Putumayo, Nariño, Cauca e Bogotà. L’anno scorso,
ad es., siamo andate a Nariño alla frontiera con l’Ecuador per esprimere
solidarietà alle donne lì rifugiate.

Le Rutas sono fondamentali per il nostro lavoro. Nel 2002, per es., 2.000
donne hanno viaggiato nel paese, da Puerto Asis a Putumayo, quando era
completamente militarizzato dai paramilitari e dall’esercito. Abbiamo
attraversato montagne, un terreno inospitale. Ciò ha avuto un impatto
simbolico molto importante: i paramilitari avevano proibito ogni
movimento dopo le 18. Noi abbiamo detto: «Ebbene dovrete sparare su 100
bus o fermarci tutte», abbiamo continuato a passare per dichiarare
apertamente il saper vivere delle donne.

Ruta e OFP fanno parte della rete internazionale delle Donne in Nero. Il
nero significa che siamo in lutto a causa della guerra.

- Avete inviato delegazioni negli USA. Siete in contatto con qualche
gruppo femminista?

Sì, abbiamo incontrato CODEPINK.

- L’educazione politica è chiaramente una parte importante del vostro
lavoro – noi ci incontriamo qui nella vostra sede, i muri sono coperti
di disegni e di manifesti creati da partecipanti ai laboratori. Può
descrivere il lavoro educativo e anche gli altri programmi?

Sì, noi organizziamo dei seminari di educazione politica. Proprio ora
abbiamo una scuola di educazione politica sui femminismi, il pacifismo,
la soluzione dei conflitti. Attualmente ci sono 40 donne che frequentano
la scuola qui a Cauca, si incontrano ogni 15 giorni per 3 o 4 mesi.

Anche l’intervento politico e i patrocini sono una parte importante del
nostro lavoro. Voglio dire cioè che interveniamo nei processi politici
locali/regionali, con autorità del governo, per trattare su quanto
preoccupa le donne nel conflitto armato.

Facciamo anche ricerca e pubblichiamo report. La violenza sessuale è un
tema importante per noi, di cui praticamente nessuno parla. Non ci
accontentiamo semplicemente di raccogliere denunce, facciamo ricerche,
produciamo report e altri documenti sulla realtà della violenza sessuale
a partire da racconti e statistiche. Per es., abbiamo pubblicato un
libro sull’effetto negativo delle fumigazioni aeree sulle donne a
Putumayo – sulla loro pelle, la salute dei loro figli.

Le nostre inchieste si focalizzano anche sull’uso delle donne e del loro
corpo come strategia di guerra da parte degli attori armati: servono
innanzitutto a provare che siamo interlocutrici valide perché siamo
rigorose nella nostra documentazione. Mostrano anche che il corpo delle
donne è un territorio conteso nel conflitto.

- La Ruta è una coalizione di organizzazioni, molte delle quali hanno
membri uomini e donne. Può descrivere il ruolo degli uomini in relazione
con la Ruta, nella coalizione e nei movimenti dei diritti umani, in
generale?

E’ dura con gli uomini perché essi pensano che la violenza sia un tema e
non un problema in sé, e che sia subordinato ad altri problemi. La
relazione con loro non è una lotta, ma essi spesso negano e
sottovalutano la violenza contro le donne. E’ difficile metterla nel
programma nazionale. Per es., l’Organizzazione degli stati americani ha
una commissione che segue il processo di smobilitazione paramilitare.
Noi abbiamo pubblicato un libro sugli effetti di questo processo sulle
donne, come vengono danneggiate, e forse sono state introdotte delle
frasi su questo tema nel rapporto ufficiale.

Alcuni uomini dicono che noi li escludiamo. No, si tratta semplicemente
del nostro spazio. E d’altra parte pochissimi uomini hanno espresso
interesse a partecipare e a sostenerci. Detto ciò, la politica di
empowerment che pratichiamo ha incoraggiato delle donne a convincere i
mariti ad assumersi più responsabilità nella cura dei figli e nel lavoro
domestico per permettere loro più facilmente di essere presenti.

- Guardando come utilizzate l’arte visiva nelle vostre manifestazioni, e
il linguaggio e le foto delle vostre pubblicazioni, come donne che si
dipingono il corpo, vedo un grande uso simbolico del corpo come una
metafora e un linguaggio politico molto esplicito. E’ esatto?

Si tratta di un linguaggio politicamente simbolico: riflettiamo su come
sono costruiti i simboli di guerra, su come sono inseriti nella società
e su come disinstallarli e sostituirli con simboli di vita. Il corpo,
per es., è fondamentale perché noi siamo femministe. I nostri corpi sono
i primi territori di autonomia, e sono espropriati, esiliati, picchiati,
violentati… è stato cruciale esprimere la resistenza,  come dopo il
Massacro di Bojaga del 2004, una municipalita del Choco. Il solo accesso
per recarvisi è il fiume Atrato e in quel momento i paramilitari lo
controllavano. Durante uno scontro con la FARC, nel centro della città,
molti sono fuggiti nella chiesa dove 119 sono stati uccisi da una bombe
lanciata all’interno. Nessuno poteva entrare nella città a causa dei
paramilitari che controllavano il fiume. Allora 10-15 donne del comitato
della Ruta a Quibdo, là vicino, vestite con abiti colorati hanno portato
i loro tamburi e sono scese per il fiume su un piccolo battello,
cantando alabados, canti afro-colombiani tradizionali. I paramilitari
non sapevano che fare, le hanno lasciate passare: sono state le prime
persone che hanno raggiunto i sopravvissuti.

- Negli Stati Uniti, un’organizzazione nazionale che ha anche sezioni
locali, “INCITE! Le donne di colore contro la violenza”, ha richiamato
l’attenzione sull’impatto particolare della violenza sulle donne di
colore e le comunità di colore negli USA. La vostra organizzazione fa
distinzione su come la violenza colpisce diversamente le donne?

Assolutamente, infatti c’è partecipazione di indigene, donne afro,
contadine. Nel Choco, per es., abbiamo soprattutto donne afro, e qui a
Cauca, soprattutto indigene. La violenza colpisce in particolare le
donne giovani in un modo diverso. E’ una violenza sessuale molto più
aggressiva. Sono le vittime preferite del reclutamento forzato, e i loro
corpi sono usati come armi di guerra: le rendono loro prede
emotivamente. La polizia, per es., infiltra giovani donne nella
guerriglia, cosa che si conclude sempre con il loro assassinio. Qui, a
Jambalo, 12 donne tra i 12 e i 17 anni hanno ricevuto minacce di morte
dalla FARC perché sarebbero legate sentimentalmente a dei poliziotti. La
Commissione statale per la famiglia a Putumayo ha spesso segnalato che
donne incinte legate a membri delle forze armate erano sottoalimentate.
Abbiamo organizzato delle manifestazioni contro checkpoint e campi
dell’esercito, che pianta, anche nei parchi per bambini, grandi tende
dove attirano spesso delle ragazze.

Anche donne contadine che vivono in regioni di traffici sono  gravemente
colpite dalla carcerazione. Più del 90% dei prigionieri arrestati per
traffico presunto di droga a Putumayo sono donne. Sono condannate a 9
anni per aver trasportato un sacchetto di cocaina, la stessa condanna
viene inflitta a paramilitari per aver partecipato a massacri, mentre
enormi camion pieni di roba viaggiavano liberamente.

- Delle donne della Ruta sono state prese di mira dalla violenza politica?

Quest’anno, la nostra coordinatrice nazionale, Marina Gallego, è stata
minacciata dopo una mobilitazione nazionale a cui abbiamo partecipato
con MOVICE, il 6 marzo contro i gruppi armati, reclamando la fine della
violenza. Una dirigente del gruppo della Ruta di Medellin è stata
assassinata in ottobre. Un’altra nostra dirigente in un gruppo LGBT, le
Pola Rosa, è stata minacciata e costretta a trasferirsi in dicembre.

- L’organizzazione è unica tra i movimenti sociali colombiani, perché si
è dichiarata pacifista. Come gioca questa posizione nelle vostre
relazioni con altri gruppi?

Una cosa è prendere le distanze dai gruppi armati e un’altra è
qualificarsi totalmente pacifiste. Alcune persone dicono: «OK, usare le
armi è uno strumento, non è il mio, ed è davvero un problema tra i
guerriglieri e il governo», ma io credo che molte persone non sono
d’accordo con la legittimazione di alcuni gruppi armati. Come pacifiste,
pensiamo che ogni guerra è ingiusta. Decidere questo è stata una lotta
per l’organizzazione. E’ un dibattito ovunque. Ma noi non condividiamo
la lotta armata, non la legittimeremo in nessuna forma. Noi diciamo che
tutti i gruppi armati dovrebbero andarsene. E al nostro interno è un
processo continuo. Come è un processo per ogni organizzazione, per ogni
donna imparare sul femminismo: si potrebbe dire che molte organizzazioni
non hanno terminato la loro lotta interna con il femminismo. Lo stesso è
con il pacifismo. Ed è per questo che teniamo dei seminari di educazione
politica.

Andrew Garcés Willis risiede a Washington DC, attualmente impegnato in
attività di accompagnamento dei movimenti dei diritti umani in Colombia;
scrive sul  blog: http://todossomosgeckos.wordpress.com/
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