Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Da una scintilla scoppierà un incendio

Pubblicità

L’ATTACCO ALLA SALUTE E ALLA VITA DELLE LAVORATRICI

L’ATTACCO ALLA SALUTE E ALLA VITA DELLE LAVORATRICI

 

UNA REALTA’ DELLE DONNE DI CUI SI VUOLE PARLARE POCO

 

 

Cominciamo da alcuni dati:

“Il 27,5% degli infortuni colpisce le donne, circa 250mila su un totale di oltre 910mila. L’8% delle donne muore per infortunio”.

Questi dati che possono sembrare bassi, non testimoniano affatto una condizione di maggiore sicurezza per le donne ma solo una condizione di minor lavoro; muoiono meno perchè lavorano meno, soprattutto al sud e nei settori dell’industria pesante, e sono escluse (discriminate) in alcuni settori particolarmente a rischio, come l’edilizia, la siderurgia, la cantieristica navale, ecc.

Considerando che, come emerge dall’inchiesta Fiom “le donne che lavorano sono il 46,3%, mentre al sud il 34,7%”, se le donne lavorassero nelle stessa percentuale degli uomini, gli infortuni si raddoppierebbero o addirittura triplicherebbero.

 

“Negli infortuni in itinere, invece, la quota rappresentata dalle lavoratrici, è rilevante e pari esattamente al 46,1%. e le morti delle donne in questi infortuni vanno oltre il 50% dei decessi (contro il 22,3% tra gli uomini)” -

Come mai questo dato così alto? Questi infortuni denunciano la morte di lavoratrici, come braccianti, precarie che per arrivare sui posti di lavoro a volte devono viaggiare, spesso assiepate nei pulmini dei caporali o degli intermediari, mezzi spesso non a regola che vanno veloci per portare prima sul lavoro o dal lavoro.

Ma denunciano soprattutto la corsa che le donne devono fare per e da lavoro, per affrettarsi, già stanche e stressate, a fare l’altro lavoro, quello gratis in casa. Le donne, se hanno famiglia, vanno al lavoro dopo aver fatto a volte ore di lavoro prima per “mettere a posto la casa”, per preparare da mangiare, per i figli – vi sono lavoratrici che per andare a fare il primo turno lavorativo si alzano alle 4 di notte e fino alle 6 hanno già lavorato due ore e già comincia la stanchezza; lo stesso avviene al rientro dal posto di lavoro. E questo fa vivere le donne in una continua corsa, le costringe anche a uno sforzo mentale, dovendo pensare a più impegni, e la stanchezza si somma a tensione, nervosismo.

 

Questi dati testimoniano che, a parte infortuni simili e rischi uguali agli altri lavoratori, c’è, anche sul fronte della sicurezza/salute, una condizione diversa delle donne rispetto ai lavoratori uomini. Le lavoratrici, per il doppio lavoro che sono costrette a svolgere, non riposano, se non per lo tempo strettamente necessario. Rispetto ad un lavoratore che va al lavoro e si stanca, rischia, ma prima e dopo può riposarsi, per le donne, anche oggi, la fine del lavoro fuori è solo l’inizio del lavoro in casa; per tante donne, proletarie, sembra quasi, pur nel 2009, che il lavoro fuori se lo devono ogni giorno conquistare, perchè si aggiunge al lavoro “normale” che devono fare per la famiglia.

Quindi il doppio lavoro – le donne lavorano complessivamente da un minimo di 60 ore settimanali (più della metà delle donne) a 70 ore (più di un terzo delle donne – mentre solo il 15% degli uomini lavora per 60 e solo l’1% degli uomini dà un aiuto nel lavoro domestico) - porta alla “doppia fatica”, al doppio stress, ad un peggioramento della salute (tante lavoratrici soffrono di dolori diffusi, costanti, di ansia, insonnia, dolori allo stomaco, ecc. che si dovranno portare per anni: “circa un’operaia su due soffre di dolori alla schiena, alle spalle, alle braccia e alle mani, tanto più se lavora in un settore come quello della produzione di automobili o di elettrodomestici” - inchiesta Fiom).

Un attacco alla salute e alla vita meno quantificabile nelle tabelle statistiche sulla sicurezza, ma molto più generale e costante.

Una condizione che di fatto viene nascosta quando per esempio il governo, con il suo Ministro Brunetta, in nome di una ipocrita quanto falsa “parità”, vuole aumentare a 65 anni l’età pensionabile delle donne. E questo proprio quando nella inchiesta Fiom del 2008 le donne – e in particolare il 62% delle  operaie -  dicono che “...non ce la faranno a fare lo stesso lavoro che svolgono oggi quando avranno 60 anni”.

 

*****

 

Ma c’è da dire anche che i dati ufficiali di infortuni e malattie professionali sono al ribasso rispetto alla realtà effettiva. Non rientrano nelle statistiche gli infortuni e gli attacchi alla salute nei settori in cui le lavoratrici sono spesso a nero, come il commercio, il terziario, il settore dei Pubblici servizi, l’agricoltura, le piccole ditte, le cooperative, l’ampio settore del finto volontariato.

 

Vengono nascosti – anzi “non esistono” - gli infortuni, le malattie delle lavoratrici immigrate, dalle “schiave dei rifiuti” del nord est, alle badanti in tutt’Italia.

Tra le immigrate i dati ci dicono che molto elevati sono gli infortuni per le donne “provenienti da Ucraina (51%), Polonia (41,8%) e Ecuador (37,9%), occupate prevalentemente nei servizi alle imprese e alle famiglie (pulizie, badanti, colf, ecc.)”.

Per le badanti, costrette, come sono, a stare chiuse in case per lunghe ore con un rapporto solo con l’assistito, a badare spesso ad anziani malati anche di notte, il lavoro è anche usurante sia fisicamente che mentalmente.

Ma le immigrate non hanno diritto neanche ad ammalarsi e a curarsi, perchè esistono solo se lavorano.

 

Tra le immigrate, le lavoratrici del sesso, perseguitate, offese, cacciate, come “portatrici” di malattie, sono invece quelle che si prendono le peggiori malattie dagli uomini-clienti per la loro concezione di uso/abuso del corpo delle prostitute.

Malattie che possono portarle a gravi invalidità, fino alla morte. Malattie che non possono neanche farsi curare, altrimenti rischiano di essere arrestate e cacciate.  Negli ultimi tempi, poi, collegate alle criminali e razziste misure del pacchetto sicurezza e alla presenza da sceriffi dei poliziotti e carabinieri, vi sono state le morti “su strada” di prostitute investite mentre scappavano dalla polizia. Anche queste morti, che non vengono contabilizzate, sono invece parte dell’attacco alla vita e alla salute delle donne.

 

*****  

 

Ma soprattutto denunciamo che non viene registrato l’esaurimento/morte lenta delle donne. “Bastano pochi anni di lavoro perchè più di un terzo delle operaie intervistate abbia consapevolezza dei danni che il lavoro ha prodotto sul proprio corpo; dopo 10 anni è oltre il 60% a denunciarne gli effetti – inchiesta Fiom”.

E nella crisi, questa condizione sta peggiorando.

Nelle fabbriche, come la Fiat, alle vecchie condizioni di lavoro fondate su ripetitività, parcellizzazione, su movimenti anormali del corpo e ripetuti per ore ed ore, soprattutto delle braccia e delle mani, su aumento dell’orario, si sommano le nuove fondate su aumento e nuovi i ritmi produttivi, velocizzazione dei tempi, pesantezza dei turni di lavoro (“ben 93% delle operaie di 3° livello che lavorano nelle imprese che producono beni di massa dice di svolgere un lavoro che comporta atti e movimenti ripetitivi, anche di pochi secondi” - inchiesta Fiom) .

E il paradosso è che più ti ammazzi di lavoro, anche per la paura di essere licenziate, più produci e più, come ora, vai in cassintegrazione o rischi il licenziamento.

Questa condizione lavorativa produce a tutti i lavoratori problemi alle articolazioni, alla colonna vertebrale, all’apparato muscolare. Ma per le lavoratrici in più questi movimenti ripetuti, forzati, i ritmi intensi di lavoro, la stanchezza di ore ed ore di lavoro sempre nelle stesse  posizioni, legati all’insieme della condizione di vita, al fatto di poter cambiare di meno l’orario di lavoro, i turni (perchè devono conciliarsi comunque con i “tempi familiari”), al mancato riposo e all’altro lavoro in casa, comportano in più gravi problemi all’apparato riproduttivo, con disfunzioni del ciclo mestruale (che talvolta sparisce anche per mesi), problemi legati alla maternità, mal di testa sempre più frequenti, ecc.

Le operaie della Fiat Sata di Melfi dicono di accusare una “indescrivibile stanchezza” anche mentale, di sentirsi sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso, di sentirsi precocemente vecchie. “Quando arrivo a casa sono così stanca, distrutta per i ritmi troppo veloci, che spesso vado solo a letto” - hanno detto le operaie della Amadori di Cesena (da inchiesta fatte dalle lavoratrici slai cobas per il sindacato di classe).

 

Ci sono altre lavoratrici che effettivamente invecchiano visibilmente prima. Provate a chiedere l’età alle braccianti e l’80% delle volte, soprattutto tra le donne non giovanissime, diranno un’età che è inferiore a quella che sembra guardandole in faccia. Alla fatica si aggiunge il sole o il freddo che rovina la pelle. Ma non basta, le lavoratrici rischiano altre malattie della pelle, anche respiratorie, anche dell’apparato riproduttivo per le sostanze chimiche tossiche usate in agricoltura.

Quando troveremo questo attacco alla salute delle donne, continuo, lento, ma gravissimo, nelle tabelle ufficiali?   

 

Nelle fabbriche tessili, confezioni varie, in cui la stragrande maggioranza dei lavoratori è donna, anche se il lavoro avviene spesso da sedute, e non comporta in generale sforzi fisici eccessivi (ma in alcune situazione vi sono anche elevati sforzi fisici), l’attacco alla salute è invece ugualmente molto presente. Esso è dato dal lavoro monotono e ripetitivo, dai ritmi supercontrollati, con conseguente stress mentale (ma questo non viene mai riconosciuto), da danni alla vista. Poi c’è il rumore, spesso continuo per tutta la giornata, spesso insopportabile che oltre a portare danni all’udito, porta danni nervosi.

Ma ugualmente sono sottovalutati i danni fisici portati dagli ambienti di lavoro, che possono essere anche gravi. Spesso, soprattutto nelle piccole e medie fabbriche tessili, le lavoratrici sono costrette a stare in ambienti di lavoro senza adeguata areazione, senza aspiratori – per non parlare delle fabbriche in cui lavorano immigrate che sono il più delle volte in locali nascosti e quindi con poca aria – e nello stesso tempo respirare fibre di tessuto, di ovatta, sostanze coloranti, colle, ecc. con danni rilevanti all’apparato respiratorio.

In alcune fabbrichette (che però lavorano per le più grandi e famose marche nazionali e internazionali di confezione) della zona di Martina Franca, in provincia di Taranto, che utilizzano l’ovatta o tessuti simili, le lavoratrici hanno fibre di ovatta dappertutto, nei capelli, nelle narici, sulla pelle. E nella pausa sono anche costrette a mangiare negli stessi locali, mangiando panino e ovatta...

 

*****  

 

Ora, se passa il nuovo modello contrattuale, voluto dal Governo e appoggiato da cisl, uil, i padroni legando gli aumenti salariali all’incremento della produttività, costringeranno e ricatteranno le donne a lavorare ancora più intensamente, a rinunciare ai diritti di assenze per maternità, malattie dei figli, peggiorando quindi ulteriormente la loro condizione fisica.

A questo dobbiamo aggiungere che il governo vuole eliminare il divieto al lavoro notturno per le donne in gravidanza e nel primo anno di vita dei figli.

Ma mentre da un lato si vuole peggiorare la condizione delle lavoratrici, dall’altra con il recente “Decreto correttivo” al Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro – D.Lgs 81/08 – il governo vuole introdurre un grave strumento per ostacolare il lavoro delle donne. Con il “Decreto correttivo” infatti ritornano le visite mediche preassuntive da parte del medico aziendale, che erano state vietate dal T.U., per verificare l’idoneità al lavoro e per accertare stati di gravidanza.

Con questa grave modifica si dà, come ai tempi degli schiavi la possibilità ai padroni di scegliersi solo manodopera efficiente e in “buono stato”, ma soprattutto per non assumere donne incinta, legittimando di fatto le discriminazione (in violazione aperta della stessa normativa sulla parità uomo/donna) e rendendo legge ciò che prima, con questionari, interrogatori invadenti, era un odioso abuso, una violenta interferenza nella vita privata delle donne.

 

*****

 

Tra le lavoratrici precarie, la fatica si somma alla precarietà del futuro, e la precarietà diventa di per sé un fattore di stress, di rischio salute fisica e psichica.

Inchieste mostrano come la condizione di precarietà, di continua incertezza (che riguarda 12,3% di donne e il 35% tra le immigrate – dati inchiesta Fiom), creano ansia, depressione, patologie gastro-enterinali, pressione alta, ecc.

Le lavoratrici precarie, che normalmente non hanno un lavoro a tempo pieno, di fatto, però, perdono più tempo di altre, costretti a fare un tour de forz, a passare intere giornate a cercare altri lavori, o a correre tra due/tre lavori per raggiungere un minimo di salario decente. Non hai un lavoro stabile con una ditta, un ufficio, ma sei a disposizione per tutta la giornata, per tutti i giorni di tutti i padroni, esaurendo energie fisiche e mentali in questa iperflessibilità o nell’attesa.

 

Se ti ammali o ti infortuni in un lavoro precario in cui spesso sei pagata solo per i giorni di effettivo lavoro, in cui non hai diritti, le lavoratrici sono costrette a ridurre i tempi della cura, ad andare al lavoro anche con disturbi mestruali o con una gravidanza a rischio.

 

Nei call center, settori emblematici della precarietà, è stato inventato un nuovo termine: “tecnostress”. Le donne rischiano la salute fino ad ammalarsi non solo per il fatto di stare ore ed ore davanti un computer, ore ed ore a sentire voci in cuffia, con forti riduzioni della capacità uditiva, ma anche per lo stress di essere costantemente sotto controllo dei capi, di dover ripetere per ore le stesse frasi centinaia di volte; di dover essere “ottimiste” e allegre quando sono solo stanche e arrabbiate. 

 

Nei settori dei servizi, per es. le pulizie, ma anche scuole, terziario, dove la precarietà lavorativa spesso è la condizione costante, le donne che sono la maggioranza hanno contratti di poche ore e salari di fame. Le lavoratrici di Taranto dicono che “questa precarietà stronca la vita”.

Nella crisi poi, tutto questo diventando ancora più precario esaurisce ancora di più la salute psicofisica. Non sapere quanto durerà il lavoro, se il prossimo mese si rischia di perdere anche quel poco salario che si ha; dover essere costrette a ricorrere alla famiglia d’origine, o mantenere, a volte da sole, i figli; caricarsi, nello stesso tempo, di più del lavoro di cura in famiglia, perchè il governo taglia, peggiora e privatizza i servizi sociali, dalla scuola, alla sanità, demadandoli al mercato e alle famiglie, quindi alle donne (in nome di un modello di “convivenza sociale” come scrive Sacconi nel ‘Libro verde’); dover provvedere a figli che non trovano lavoro e restano a casa o vi rientrano – tutto questo aggiunge alle “normali” fatiche, nuove fatiche, stress, esaurimento nervoso, con effetti sul fisico, dimagrimento, ecc.

 

*****

 

Infine dobbiamo denunciare un altro taciuto aspetto di rischio per le donne: le molestie sessuali sui luoghi di lavoro, fino agli stupri. Questi oltre ad essere una violenza odiosa verso le donne, costituiscono anche un attacco alla salute come lavoratrici. Allo sfruttamento da lavoro si unisce lo schifoso sfruttamento del corpo, il ricatto sessuale che a volte dura per tanto tempo, così come il mobbing, che per le donne è spesso unito ad una persecuzione sessuale, portando ad esaurimento, depressione, fino a casi di suicidio.

Questi dati (“attenzioni sessuali indesiderate” - 4,6% donne italiane, 7,8% donne migranti – inchiesta Fiom), che non verranno mai denunciati come infortuni sul lavoro, che non troveremo mai nelle statistiche, non rappresentano affatto un piccolo fenomeno: avvengono in aziende nel sud, in cui il padrone si sente padrone di tutto, in diritto di prendersi tutto, come in agricoltura, avvengono da parte di datori di lavoro domestici, soprattutto verso le immigrate, come negli studi professionali, o nelle grandi fabbriche, avvengono nei supermercati, come nel Pubblico Impiego, ecc.

 

*****

 

Questa condizione delle donne, se in termini di freddi dati di infortuni, di morti sul lavoro, è inferiore a quella dei lavoratori maschi, è in realtà peggiore. Ma soprattutto mostra le varie, complesse e dure facce di questo attacco alla vita e alla salute, e pone in maniera più chiara la necessità di legare anche questa battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro, per la vita, la salute alla battaglia più generale contro questo sistema capitalista di morte, che schiaccia le vite in nome del profitto, che sfrutta e opprime doppiamente le lavoratrici.

 

 

  A CURA DEL TAVOLO4FLAT

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post