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Da una scintilla scoppierà un incendio

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RAPPORTO ONU SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE!

RAPPORTO ONU sulla violenza contro le donne

versione tratta da Diario n.6 “Stupro”

L’ultimo rapporto Onu sulla violenza di genere, presentato a ottobre 2006, dice

che in 89 dei 192 Stati membri la violenza sessuale non viene punita.

E dov’è reato non è detto che chi lo commette sia condannato.

GIRO DEL GLOBO IN 58 PAESI

Il panorama è desolante: ovunque la violenza sessuale è in crescita. C’è un solo

paese, tra quelli presi in esame, dove il reato sembra non avere una particolare

virulenza: l’Indonesia. Il più grande Paese islamico del mondo, quindi, smentisce i

pregiudizi occidentali su quella religione anche perché lì le donne hanno goduto di

una parità e libertà sconosciute altrove. Anche nella vecchia Europa ci sono svariati

buchi neri: dalla cattolicissima Polonia che diminuisce le pene per stupratori (ora

aumentate per imposizione di Bruxelles), alla rurale Austria dove non si mette naso

negli affari di famiglia, alla civilissima Gran Bretagna dove la polizia archivia senza

mandare le carte al giudice. Tuttavia la Francia considera un’aggravante la

consanguineità e dell’avanzata legge spagnola si parla diffusamente altrove. Il posto

peggiore, forse, è il Pakistan dove 20 mila donne stuprate stanno in galera perché

accusate di adulterio; per provare il reato, infatti, bisogna avere quattro testimoni

maschi e musulmani. In Bangladesh gli uomini musulmani violentano le donne indù

non considerandole esseri umani, a Cuba c’è stupro solo se c’è penetrazione e da

parte di un uomo su una donna, in Nepal i poliziotti violentano le maoiste in piazza.

ALBANIA

La legge del Kanun

Nel Paese delle acquile lo stupro è soprattutto un affare di famiglia. Secondo un

rapporto Amnesty del marzo 2006 (The Sham Is Not For Her), la maggior parte degli

atti di violenza contro le donne sono commessi da mariti e patner nel silenzio delle

mura domestiche. Si legge nel Kanun, antico codice di leggi consuetudinarie ancora

in vigore in alcune zone del Paese, che ammette vendette di sangue e omicidi

d’onore: “Se una donna è stuprata davanti alla famiglia, deve suicidarsi per evitare

che il disonore ricada sui consanguinei”. Oppure diviene prigioniera in casa, e né lei

né le sue sorelle potranno mai sposarsi. Da qualche anno lo Stato è impegnato a

combattere tradizioni usate per legittimare la subordinazione della donna all’uomo.

Ma nelle zone rurali e nel nord, onore (nderi) e vergogna (turpi) vincolano la donna al

silenzio. Una su tre, dice il rapporto, subisce violenze familiari, considerate normali

nella società albanese e tollerate da istituzioni, polizia e apparato giudiziario.

Del resto, anche se esistono leggi speciali per i casi di stupro maritale come crimine.

Ma qualcosa sta cambiando. Dopo il nuovo codice familiare varato nel 2003, a

gennaio, una coalizione di Ong ha presentato al Parlamento una petizione che

reclama interventi legislativi contro la violenza familiare. L’hanno firmata in 20 mila

fra donne e uomini. (Lucia Sgueglia)

ANGOLA

Schiave del sesso per i soldati

Vent’anni di carcere per chi stupra una donna. Stessa pena per chi violenta la propria

moglie, dato che la violenza domestica è perseguita come stupro. Così vuole la legge

angolana ma, sebbene la violenza sessuale sia estremamente diffusa, solo pochi casi

arrivano nei tribunali.

Nel 2003 membri dell’Alto commisariato Onu per i rifugiati hanno raccolto le

testimonianze di alcune ragazze violentate durante il rientro in patria di profughi

angolani. Ma le denunce riguardano casi isolati, rispetto all’entità del fenomeno. Le

tradizioni vogliono che la donna violata sposi, se celibe, il suo stupratore, così com’è

avvenuto nel caso delle oltre ‘0mila ragazzine arruolate dalle truppe dell’Unita

(Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola) durante la guerra civile,

ridotte a schiave del sesso negli accampamenti militari e costrette poi a sposare i

combattenti. Grave la situazione soprattutto nelle grandi città come Luanda dove,

data l’emarginazione e il disagio sociale, eredità della lunghissima guerra civile, sono

all’ordine del giorno le violenze e gli stupri compiuti dalle bande di ragazzini di

strada, come Black Suicida, Ranger e Metralhas. (Francesa Minerva)

ARGENTINA

Vittima una donna su sei

Veronica aveva solo 12 anni quando venne violentata. Successe qualche anno fa. Sua

madre l’aveva portata a una festa di compleanno. Si erano fermate a dormire quando

un altro ospite, Patricio Aguilera, aveva approfittato di lei. La bambina venne

violentata con una mano. Incredibilmete questo fatto valse un grosso sconto di pena

per il violentatore. Non c’era stato un rapporto sessuale “classico” per cui l’uomo se

la cavò con tre anni e nove mesi di prigione. Questo succedeva il 26 novembre del

2003. Nonostante l’Argentina abbia fatto passi in avanti dal punto di vista giuridico

sui casi di violenza – nell’aprile del 1999 è stata approvata la legge che ha modificato

l’articolo 119 del Codice penale – storie come quella di Veronica dimostrano che c’è

ancora molto da fare.

Prima della modifica lo stupro era considerato un “delitto contro la morale”. Dalla

riforma in poi la violenza fisica viene considerata un oltraggio alla integrità fisica. Le

pene oscillano dai sei mesi (la condanna più breve) ai 20 anni (nel caso in cui si

verifichi una lesione mentale o fisica grave o in cui l’aggressore sia un parente della

vittima).

La riforma del Codice penale è il prodotto di lunghi anni di lotta del Movimiento de

Mujieres (un’organizzazione nata nel 2000 che combatte tutti i tipi di violenza subiti

dalle donne) che considera questo traguardo una tappa necessaria, ma insufficiente

verso la repressione di questo tipo di delitto. La strada è ancora lunga. Il pregiudizio

sulla vittima rimane: durante il processo la sua vita vienee spesso passata al setaccio

in maniera morbosa. Si vuol capire se nella vita di ogni giorno il comportamento

della donna abbia potuto stimolare (o scatenare) la violenza dello stupratore.

Le statistiche dell’Indec (Istituto nazionale di statistiche e censi) si fermano al 2003. I

delitti denunciati contro “l’integrità fisica” sono 9961, ma si sa che pr ciascuna

denuncia fatta ci sono altri dieci casi che rimangono nel buio. Bienos Aires e Cordoba

sono le due province con il tasso più alto. Nel Paese una donna su sei viene violentata

e le cifre crescono con il passare degli anni. (Dolores Alvarez)

AUSTRALIA

La violenza sta diventando razziale

Ci sono stati due casi recenti che hanno portato il discorso stupro sulle prime pagine

dei giornali. E sono importanti perché rivelano il legame tra stupro e una cultura

misogena che nessuno credeva di aver mai visto prima in Australia. Il primo è un

caso ancora in corso nel tribunale del

 

coroner nello Stato del New Louth Wales (cioè

a Sidney); il

 

coroner 6 il magistrato che indaga quando è morto qualcuno. Riguarda

la morte di una donna di 42 anni, di nome Dianne Brimble. Il fatto successo durante

una crociera delle linee P&O Cruises nel Pacifico (ma la responsabilità legale è

dell’Australia perché a bordo erano tutti australiani). Una sera la Brimble è stata

drogata, portata nella cabina di un gruppo di uomini di Adelaide (di cui sotto) e

ripetutamente violentata (hanno addirittura scattato delle foto) mentre era svenuta.

Poi l’hanno buttata sul pavimento e lasciata lì a morire: per sbaglio le avevano fatto

un’overdose di droga.

Quel che invece ha scioccato la nazione è la prima testimonianza di uno degli

accusati registrata dalla polizia il giorno dopo il fatto (quindi quando la Brimble era

già morta). Questo signore di Adelaide, di nome Letterio Silvestri, si riferisce alla

Brimble come “la cagna che mi ha fottuto le vacanze” (the dog that fucked up my

holiday), poi la chiama la “negra grassa” (la Brimble era di origine papuana) e, in

altre occasioni, la chiama “quella cosa” (that thing). Sotto accusa è anche la P&O per

una serie di pubblicità apparsa nei giornali prima della fatidica crociera, in cui si

vedono tre belle donne in bikini con il titolo

 

seamen wanted (è un doppio senso

osceno: cercansi marinai e cercasi sperma). Il caso (che continua) ha rivlato,

insomma, quella che è già stata definita “cultura dello stupro” e ci si sta chiedendo

cosa si possa fare.

L’altro esempio è conosciuto come

 

the Sidney gang rapes, violenza sessuale diretta

contro donne anglo-celtiche da parte di bande di giovani livanesi musulmani. I

crimini sono avvenuti nel 2000, ma i processi sono durati quasi quattro anni e hanno

fatto aprire un dibattito sullo “stupro a sfondo razziale” (questo perché i colpevoli

hanno detto che mai e poi mai abrebbero violentato una donna musulmana). Spesso,

gli stupratori erano più di dieci. Ai capibanda, i fratelli Bilal e Mohammed Skaf, sono

state inflitte pene severe (ma non abbastanza secondo molte femministe). Il primo

potrà fare domanda per un rilascio anticipato nel 2033, l’altro nel 2019. Il caso ha

fatto scattare una serie di riforme legali nello Stato nel New South Wales (ogni Stato

ha leggi diverse). Mentre i fratelli sono stati trovati colpevoli di stupro, adesso esiste

una legge nuova, che si chiama

 

aggravated sexual assault in company, ovvero, lo

stupro di gruppo. Le leggi sono state messe alla prova nel 2002 quando due fratelli di

origine pachistana hanno violentato una donna anglo-celtica a Sydney. Le origini

etniche degli accusati e delle vittime sono importanti soltanto perché a Sydney ci si

sta chiedendo se esista un problema etnico e religioso per quanto concerne lo stupro.

Da notare che da allora il governo federale ha lanciato una campagna pubblicitaria

sulla violenza domestica che include una componente sullo stupro. E’ una campagna

televisiva e radiofonica nazionale che esorta le donne a denunciare abusi alle autorità.

(James Panichi)

AUSTRIA

Colpevole è la coppia

Non sono le strade buie o i parchi, i luoghi in cui si consuma in Austria la maggior

parte dei reati di violenza sessuale, bensì al 70 per cento le mura domestiche. Uno

studio austriaco ha anche appurato che questi reati sono trasversali alla popolazione e

che gli abusi contro le donne sono assai spesso strettamente legati all’esperienza di

brutalità durante l’infanzia da parte dei violentatori. Allo stesso modo, bambine che

hanno assistito a scene di violenza in famiglia fra i genitori hanno doppie possibilità

di essere vittime di atti violenti rispetto a quelle cresciute in ambiti sereni, così come

donne che nell’infanzia hanno subito violenze di qualsiasi tipo hanno possibilità tre

volte maggiori di essere vittime di abusi da adulte all’interno della coppia. Sono

questi idati inquietanti di inizio terzo millennio, resi pubblici in Austria. In una

società che al di fuori dei grandi centri urbani ha ancora fondamentali sacche rurali e

alpine, in cui le tradizioni patriarcali faticano a indebolirsi e a consentire

l’equiparazione tra sessi, sono dunque la famiglia e la coppia il luogo più pericoloso

per le donne austriache. In Austria una donna su dieci (una su cinque secondo

Amnesty) è stata o è vittima di violenze all’interno della coppia. A rischio sono in

particolare le donne in fase di separazione o divorziate e le immigrate. Oltre la metà

delle donne che si rifugiano nelle apposite case di accoglienza – una trentina in tutto

il Paese – sono sposate. La legislazione austriaca si è preoccupata solo in tempi

relativamente recenti degli abusi sessuali come problema sociale. La prima legge

esaustiva sulla violenza in ambito famigliare risale al 1997 e solo nel 2001 è stato

compiuto uno studio approfondito in materia. Emendamenti successivi, nel 2001 e nel

2004, hanno tolto le attenuanti per violenze sessuali nell’ambito della coppia, hanno

prescritto terapie per gli autori di tali reati e il loro allontanamento dalla famiglia e

hanno aumentato le pene fino all’ergastolo nel caso di morte della vittima. (Flavia

Foradini)

BANGLADESH

Sulle induiste si può

La legge sullo stupro del Bangladesh risale al 1860 e prevede che lo stupro venga

provato dalla presenza di testimoni. Nessuna delle poche donne che ha denunciato i

suoi stupratori ha mai ottenuto giustizia. Neanche le 200 mila stuprate durante il

conflitto tra Pakistan e Bangladesh del 1971 hanno mai ottenuto giustizia e

risarcimenti. Molte sisono suicidate, altre sono scomparse, altre sono finite nei

bordelli indiani. Ogni anno, vengono stuprate e vendute ai trafficanti circa 200 mila

donne, più o meno quanto in Nepal, che finiscono nei bordelli indiani o pachistani.

Lo stupro viene usato anche come mezzo di “punizione” infatti legati alla religione:

le induiste vengono stuprate perché, non essendo musulmane, non vengono

considerato “veri esseri umani”. (Francesca Marino)

BELGIO

Inadeguati e impreparati

Il Belgio ottiene una legge che punisce lo stupro, sulla falsariga di quella francese,

solo nel 1989, anche grazie alle pressioni dei movimenti femministi. Il testo definisce

lo stupro come crimine e prevede pene che vanno fino a 20 anni di reclusione. Di

fatto alla teoria, che prevede tra l’altro un servizio di accoglienza nei commissariati di

polizia e un’assistenza psicologica, corrisponde una realtà spesso poco soddisfacente.

Come ha spiegato Danielle Zucker, medico, esperta del problema, che presiede un

gruppo di lavoro interdisciplinare per la revisione del testo leglislativo, molta strada

deve essere ancora percorsa.

Ciò che sembra essere stato conquistato sulla carta è nella realtà insufficiente e mal

fatto. Non esiste specializzazione a nessun livello, né medico, né psicologico, né

poliziesco. La visita medica della vittima, costretta a volte ad attendere in sala

d’aspetto due ore senza potersi lavare, andare in bagno e cambiarsi, viene fatta da uno

studente in ginecologia, con poco tempo e nessuna esperienza. L’accompagnamento

psicologico è affidato a professionisti senza una formazione specifica. Anche il

personale di polizia non è adeguato. Non è in grado di applicare la tecnica indagativa

del

 

profiling, che permette di identificare lo stupratore anche se sconosciuto, e non vi

è il supporto di una polizia scientifica organizzata con una banca dati Dna. Infine la

giustizia spesso sminuisce lo stupro, il caso viene affidato al Tribunale correzionale

invece che alla Corte d’assise, le punizioni, già meno severe, sono poi ulteriormente

annacquate da sconti di pena che possono portare fino all’impunità. In Belgio

vengono denunciati in media sette casi di violenza al giorno, di cui il 50 per cento

riguarda donne di oltre 18 anni. Si stima che i casi dichiarati non siano che un terzo di

quelli che effettivamente avvengono, tre volte su quattro lo stupro viene commesso

da persone conosciute, o nell’ambito familiare allargato, o sul luogo di lavoro.

Nonostante ciò solo il 40 per cento delle denunce portano a un processo e a una

condanna. Lo stupro in Belgio non conosce distinzioni né razziali, né di ceto. Più

frequenti nella comunità africana sono gli stupri di gruppo. I casi della cosidetta

pilulle du viol

 

 

BIRMANIA

Donne bottino di guerra

Lo stupro è una vecchia pratica in Birmania utilizzata per fiaccare la resistenza dei

gruppi secessionisti che lottano contro la giunta militare di Rangoon. Secondo un

rapporto diffuso dal Shan Women’s Action Network, tra il 1996 e il 2001, nei

territori abitati dagli Shan, sono stati commessi 173 episodi di violenza sessuale che

hanno coinvolto 625 donne e ragazze. Gli autori sono ufficiali e soldati dell’esercito

birmano. Bilancio per difetto perché, come ovunque, molte donne tacciono e

comunque le testimonianze si basano sul racconto di chi riesce a passare la frontiera.

Gli episodi non sono casuali ma, secondo gli Shan, fanno parte di una strategia

deliberata dell’esercito che garantisce ai militari l’impunità (una sola condanna) e

concede a loro le donne come “bottino di guerra”. Terra di traffici di persone umane

la Birmania è anche famosa per la prostituzione forzata e minorile. Di cui un

sintomatico esempio sono le località di confine dove è consentito il gioco di azzardo:

bordelli e ragazze pronte a tutto per clienti d’oltre frontiera. (Emanuele Giordana)

BOLIVIA

Brigate di pronto intervento

La legge sulla

 

Violencia nella famiglia o domestica ha creato i Servizi legali integrali

che offrono assistenza giuridica e psicologica alle donne, e relativamente efficaci (ma

volenterose) Brigate di protezione della donna e della famiglia. Quanto a sicurezza

intrafamiliare la Bolivia infatti non è messa bene, se ancora nel 1998 si registravano

45 mila casi di violenza domestica, di cui 13.174 corrispondevano ad aggressioni

fisiche, in gran parte a donne. Riguardo alle violenze sessuali, che il Codice penale

considera delitti contro la libertà sessuale, la legge stabilisce che chi, usando violenza

fisica o intimidazione, si unisce sessualmente a una persona (il sesso non ha

importanza) con penetrazione vaginale o anale o “introduce oggetti con fini

libidinosi” verrà punito con la privazione della libertà da 5 a 15 anni. Una pena più

alta (da 15 a 20 anni) viene comminata a chi commette violenza sessuale

approfittando della infermità mentale della vittima o della granve insufficienza della

intelligenza di questa, oppure del fatto che essa si trovasse, in quel momento o

sempre, incapacitata a resistere. Puniti, pesantemente, anche i rapporti sessuali con

persone minori di 14 anni nonché la penetrazione con oggetti: da 15 anni a 20, a

meno che le due parti non siano minorenni entrambe (e abbiano però più di 12 anni e

la differenza di età tra loro non superi i tre anni). (Gabriella Saba)

BRASILE

Le vittime sono nere

Lo stupro è un doloroso dato storico in Brasile, dove schiave africane e indie sono

state trattate per molti secoli come macchine di lavoro e piacere sessuale. La

schiavitù nel gigante sudamericano è stata abolita nel 1888, ma le afro discendenti

sono ancora oggi le principali vittime della violenza sessuale praticata nel Paese. Pure

gli abusi carnali contro gli indios non si fermano mai e, in questi ultimi tre anni, sono

in aumento, secondo la relazione

 

Violência Contra os povos Indígenas no Brasil,

redatta dal Conselho Indigenista. Figlia di un

 

cacique, un capo del Maranhao,

un’india guajajara di 16 anni è stata stuprata di fronte ai suoi parenti da dieci

brasiliani armati nel maggio 2005. Non esiste in Brasile una casistica nazionale

relativa agli stupri, ma –secondo dati riportati dalla Delegacia da Mulher –avvengono

una media di 15 mila aggressioni ogni anno, tra queste una donna su mille contrae il

virus dell’Hiv.

Gli stupri, inclusi quelli contro le indie, sarebbero in realtà molti di più, giacché solo

il 10 per cento dei casi viene denunciato alle forze dell’ordine; e meno del 50,7 per

cento dei crimini registrati nei commissariati dello stato di SãoPaolo sono investigati

dalla polizia. La maggioranza degli abusi sessuali sono commessi da persone che

mantengono un legame familiare o di vicinanza con le vittime. La legislazione

brasiliana ammette l’interruzione della gravidanza in caso di

 

estupro, ma raramente le

rasiliane ricorrono all’aborto. Sono in aumento nel Paese – secondo una ricerca

finanziata dalle Nazioni Unite e condotta dalla ricercatrice Regina Soares Jurkewicz

– anche i casi di violenza sessuale commessi da sacerdoti. Ma cresce pure la casistica

degli abusi carnali commessi dalle lesbiche, un fenomeno della società in aumento.

La legge brasiliana prevede per i violentatori da 2 a 8 anni di reclusione ma la pena

per lo stupratore può aumentare nel caso in cui la vittima abbia meno di 14 anni o sia

minorata fisica o mentale, e in tutti quei casi in cui la donna non abbia potuto

assolutamente difendersi. Nel 2005, il presidente Lula ha firmato una legge attraverso

cui sono stati eliminati dal codice penale i termini di “donna onesta” e “vergine”. E’

stato cancellato anche il beneficio di impunità per lo stupratore, nel caso in cui fosse

sposato o avesse avuto una relazione con la vittima. (Giuseppe Bizzarri)

CANADA

Castrazione su richiesta

Statistiche alla mano, il 20 per cento delle donne in Canada ha subito stupri, tentati

stupri o molestie sessuali, dati confermati anche dall’Organizzazione mondiale della

Sanità. In Canada l’età del consenso è di 14 anni, ma una proposta di legge già in

Parlamento – che raccoglie politici , genitori e chiese cattoliche convinti che la

maturità fisica spesso non corrisponda a quella psichica – vuole che si riconosca

un’età minima di 18 anni per avere rapporti consensuali con un adulto. La proposta

(Bill C-2) tende a modificare l’attuale

 

Criminal Code, mentre il primo ministro

Stephen Harper (conservatore dopo 13 anni di governo liberale) vuole introdurre il

carcere a tempo indeterminato per i responsabili di violenza sessuale dopo la terza

condanna.

Attualmente in Canada, come forma repressiva, è in vigore la castrazione chimica per

gli stupratori, ma solo su richiesta volontaria del condannato che intende usufruirne

per uno sconto di pena in carcere. Anche se sulla castrazione vige da sempre il fronte

contrario formato da psicologi e criminologi convinti si che nel condannato si

abbassano i desideri sessuali, ma che al contempo viene aumentata la sua

aggressività, come confermano alcune ricerche. In molti, comunque, invocano la

castrazione obbligatoria. Soprattutto dopo fatti di cronaca nera che hanno fatto

montare la rabbia non solo dei familiari, come nel caso Paul Bernardo e Karla

Homolka. La coppia di serial killer è stata riconosciuta colpevole di omicidi e

violenze su tre ragazzine negli anni Novanta: torture agghiaccianti, stupri e uccisioni

che Karla e l’ex marito avevano filmato. Nel corso del dibattimento venne alla luce il

passato di Bernardo, stupratore seriale con 13 vittime tra il 1987 e il 1988. Lo scorso

febbraio Bernardo, rinchiuso nel carcere di Kingston dal 1995, ha confessato dieci

nuovi stupri consumati nell’area di Toronto tra il 1986 e il 1991. E in tema di diritti

violati resta eclatante quanto successo agli aborigenei. Centinaia di donne e bambini

stuprati nelle scuole residenziali per nativi gestite dalla Chiesa. In un rapporto di una

indagine indipendente durata sei anni e consegnato nel 2005 al governo di Ottawa si

parla di “genocidio canadese”. Nel rapporto si legge anche la testimonianza di Bill

Steward, di Nanaimo, uno dei sopravvissuti alla scuola Kuper Island, che dice:

“Come fa un uomo che all’età di sette anni veniva violentato quotidianamente a

combinare qualcosa nella vita?”. (Paola Bernardini)

CECENIA

Militari russi impuniti

Se la storia di Elza Kungayeva, diciottenne cecena rapita dalla sua casa nel villaggio

di Tangi-Chu nel marzo 2000 da quattro militari russi ubriachi e poi torturata,

stuprata e strangolata, è divenuta celebre non è perché si tratta di un episodio

eccezionale. Il colonnello Yuri Budanov, pluridecorato eroe di guerra a capo del

gruppetto e reo confesso, è il primo ufficiale russo processato (e l’unico condannato)

per crimini di guerra contro i civili in Cecenia. Inizialmente assolto per infermità

mentale tra il favore popolare, nel 2003 gli hanno dato dieci anni. Per la legge russa

lo stupro è punibile con pene variabili dai 3 ai 15 anni di galera; ma nella Cecenia

“normalizzata” da Putin e Kadyrov l’impunità resta la regola per le truppe russe che

usarono lo stupro come arma di guerra (migliaia i casi secondo Human Rights

Watch). E pratica frequente sono i sequestri a scopo di violenza di giovani donne,

spesso sparite nelle “operazioni di pulizia” dei federali nei villaggi. Le cifre però

restano un mistero: nella società cecena il disonore legato allo stupro è tale che molte

persone preferiscono tacere o suicidarsi. O perfino votarsi al martirio, come le sorelle

Aminat e Kadizhat Ganyevis, kamikaze alla Dubrovka, a Mosca nel 2002. (Lucia

Sgueglia)

CILE

Niente procedimento d’ufficio

7 ottobre 2005: un’importante modifica stabilita in quella data è considerare reato

anche il rapporto sessuale consumato dal marito senza il consenso della moglie (per

la normativa precedente quel fatto faceva parte del debito coniugale imposto dal

vincolo del matrimonio). Altra differenza non da poco è che la nuova legge amplia la

categoria delle violenze sessuali punibili come tali (prima limitate alla penetrazione

vaginale) estendendole, come è logico, anche a quelle per via anale e orale, essendosi

appurato che il “trauma riportato dalla vittima non cambia a seconda della via di

penetrazione”. Anche per la nuova normativa, però, spetta alla donna offesa

denunciare il reato, oppure ai suoi genitori, ai suoi nonni, o infine a coloro che si

occupano della sua tutela. Inoltre, la legge del 2005 non distingue tra gli autori del

reato, che possono essere uomini o donne. (Gabriella Saba)

CINA

Marie Goretti del Celeste Impero

Le ultime statistiche sullo stupro in Cina arrivano solo al 2005, e indicano una cifra

così netta da apparire dubbia: 15 mila casi nel Paese, non meglio specificati. Le

pagine di cronaca dei giornali invece rilevano un quadro molto più complesso, e la

presenza di alcuni pregiudizi e dibattiti importanti. Di particolare interesse sono tre

casi e lo scalpore che hanno suscitato dal 1997 a oggi. Il primo è quello di Tang

Shenli, una giovane donna del Sichuan che si buttò dal sesto piano per sfuggire a un

tentativo di stupro da parte di alcuni clienti in un bar equivoco, dove era stata

reclutata come “cameriera”, per quanto si fosse trovata invece prigionierea di un

luogo in cui doveva fornire anche altri tipi di prestazioni, ce venivano descritte come

“accompagnamenti”(

 

pei). “Piuttosto che fornire questo tipo di accompagnamenti”,

gridò Tang, “preferisco la morte”, e si scaraventò dalla finestra del bar. Finì in

ospedale con la spina dorsale gravemente danneggiata, ma il suo gesto fu considerato

di tale grandezza da portarla anche sulle pagine del dizionario principale della Cina,

lo Xinhua. Al lemma

 

sanpeinu infatti, il dizionario spiega che con questo nome si

chiamano le donne (

 

nu), che il dizionario definisce anche come “hostess”, che

forniscono i “tre accompagnamenti”. E aggiunge , in conclusione, la storia di Tang

Shenli e di come il suo caso fece scalpore sulla stampa cinese che la indico come

donna di vasta virtù. Da allora, la stampa cinese ha riportato almeno 25 casi di donne

che, davanti al rischio imminente di stupro in palazzi a più piani hanno optato per la

finestra. Gli ultimi due sono molto recenti, proprio di quest’anno , e hanno coinvolto,

in occasioni separate, una ragazzina di 14 anni e una donna di 22, entrambe vittime di

un tentativo di stupro di gruppo.

Intorno a loro si è creata una forte commozione, entrambe infatti sono sopravvissute,

ma con seri acciacchi, e perfino il quotidiano di Hong Kong di lingua francese

 

South

China Morning Post

 

ha deciso di lanciare una colletta per aiutare le disgraziate con le

spese dell’ospedale (non coperte dal governo).

Poi, uno scandalo on line ha reso tutto un po’ surreale: una scrittrice femminista

cinese, Chen Lan, ha messo sul web un articolo in cui criticava con toni molto secchi

l’emozione creata da questi due casi, denunciando che “preferire la morte alla

violenza carnale è un’offesa alla razza umana” e che se una donna si vede in una

situazione dove non c’è via di scampo, invece che gettarsi dalla finestra dovrebbe

evitare di resistere per ridurre i danni alla sua persona e denunciare il crimine.

Il modo in cui la stampa glorifica queste vittime pronte al suicidio, ha scritto Chen, “è

una logica che significa che il diritto alla vita di una donna vale meno del diritto di un

marito di avere una moglie che non sia stata toccata da altri”. Si è scatenato un

putiferio, sia sul web sia sulla stampa cartacea, che si è concluso con varie accuse di

immoralità e facili costumi a Chen.

Un altro caso del 2000, continua a essere citato in questi contesti, ed è quello di Liu

Yanhua, una diciottenne emigrata dalla campagna verso Shanghai, che si è ritrovata

prigioniera in un bordello. Ne è scappata di notte, dopo essersi procurata un

coltellaccio, con il quale ha attaccato la sua carceriera, colpendola al volto e alle

mani. Poi ha telefonato alla polizia, dicendo di aver commesso un assassinio e che

venissero ad arrestarla. Al processo, due anni di prigione (sospesi per tre), mentre la

tenutaria del bordello, sopravvissuta all’attacco, è stata imprigionata per cinque anni.

Le discussioni sui media per lo più hanno commiserato Liu, per l’essere stata

prigioniera in un bordello, ma anche per la sua “bassa estrazione sociale” che la portò

a ricorrere al crimine. (Ilaria Maria Sala)

 

COLOMBIA

Più difficile la denuncia

Il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo del 2000 stimava che tra il 60 e 70

per cento delle colombiane avesse subito maltrattamenti fisici o sessuali, ma che –

ahimé – solo la metà avesse chiesto aiuto e quanto a denunciare erano state solo il 9

per cento. E l’Istituto di medicina legale informa che ogni sei giorni muore una donna

per mano del suo compagno o marito e che il

 

feminicidio ha colpito ben 91 donne

nella sola Bogotà tra il 2002 e il 2003. La legge colombiana prevede tra gli 8 e i 15

anni per chi violenta una donna maggiorenne e tra i 3 e i 6 anni per chi commette

“atto sessuale violento”. Se la violenza è commessa contro una donna incapace di

resistere, per esempio perché in stato di incoscienza, la pena va daglii 8 ai 15 anni

(nel caso di atto sessuale dai 3 ai 6 anni). Aumenti di pena da un terzo alla metà sono

previsti nel caso, per esempio, che la vittima resti incinta, che contragga una malattia

venerea o che abbia meno di dieci anni. La nuova normativa del 2000 obbliga le

donne che abbiano subito violenza a denunciare personalmente l’aggressore,

modificando in peggio la precedente legislazione che stabiliva che la denuncia

potesse venir fatta da chiunque fosse a conoscenza del fatto e investigata d’ufficio dal

funzionario competente. (Gabriella Saba)

COREA DEL SUD

Crimine orrendo, ma poco punito

Il Paese versa ancora lacrime al ricordo dell’orrida violenza subita dalla giovane Minbi,

l’ultima regina di Corea, violentata, torturata e arsa viva da aguzzini giapponesi

nel 1895. Nell’immaginario collettivo lo stupro è uno dei crimini peggiori, ma resta

comunque una diffusa piaga sociale. Per questo il Parlamento ha approvato due

provvedimenti legislativi

 

ad hoc (del 1998 e del 1999) e i giudici spesso usano la

mano pesante: carcere duro che può arrivare fino alla pena di morte (ancora in vigore

nel Paese). Eppure, la legge ha scarso potere deterente. Nell’ultimo decennio sono

oltre seimila gli stupri denunciati ogni anno e, secondo alcune stime, emerge solo il 2

per cento dei casi. La Sudcorea è nei primi posti della classifica Onu dei crimini di

stupro, mentre dellla situazione al Nord si sa ben poco (la cortina di bambù lascia

trapelare, comunque, che per lo stupro non si commina la pena capitale). Nemmeno

la decisa crescita del movimento per i diritti delle donne, avvenuta negli ultimi anni, è

riuscita a cambiare le cose. Secondo il Korea Research Institute for Culture and

Sexuality, il 45,5 per cento delle ragazze che frequentano le scuole superiori ha subito

molestie sessuali, e il 22 per cento delle donne di Seul ha subito una violenza sessuale

o un tentativo di stupro. (Paolo Affatato)

COSTA RICA

Il parlamentare è immune

Dopo una lunga discussione, quest’anno è stata varata una controversa legge sulla

violenza familiare che ha aumentato sensibilmente le pene nei casi di stupro. Il

coniuge che obbliga la moglie ad avere relazioni sessuali rischia tra i 15 e i 18 anni di

prigione, mentre anche solo l’insulto o un’umiliazione verbale prevedono una pena di

6 mesi ai 2 anni di carcere. Tra le aggravanti vengono prese in considerazione la

violenza avvenuta in presenza di un figlio minore d’età e lo stato di gravidanza.

La legge è stata a lungo ostacolata nel Congresso perché non considera la reciprocità,

ossia non contempla i casi di violenza familiare contro l’uomo. La Corte

Costituzionale ha anche sancito che i minorenni maschi colpevoli di violenza

sessuale, oltre alla pena dovranno sottomettersi a un programma di riabilitazione. Il

dibattito è ancora aperto, ravvivato in questi giorni dal caso del deputato Federico

Tinoco, che avrebbe cercato di costringere una sua collaboratrice ad avere delle

relazioni sessuali con lui. Il deputato, ovviamente, non ha rinunciato all’immunità.

(Maurizio Campisi)

CUBA

Solo la penetrazione è reato

Gli atti contro “il normale sviluppo delle Relazioni Sessuali” sono considerati dalla

legge cubana “condotte antisociali irritanti e ripugnanti, rifiutate da tutta la

popolazione”. L’articolo 15 della legge 87 del 1999, che modifica l’articolo 298 del

Codice penale, punisce con la prigione da 4 a 10 anni chi ha rapporti sessuali con una

donna usando la forza o l’intimidazione, o approfittando dello stato di alienazione,

anche momentaneo, di questa, o del fatto che la vittima non fosse in quel momento in

grado di resistere all’aggressione. In un eccesso di zelo, la legge puntualizza che,

perché il reato di violenza sussista, è necessario che ci sia il coito, e cioè

“penetrazione degli organi genitali” del soggetto attivo nel soggetto passivo, “in

forma normale o contro natura”. E che la vittima deve, per forza di cose, essere

donna.

E’ necessario inoltre che l’aggressore abbia usato una forza tale da vanificare

qualunque resistenza da parte della donna. Non fa differenza che la vittima fosse

vergine o meno, dice la legge, e nemmeno che facesse la prostituta. E’ reato anche il

caso del marito che abusi con la forza della moglie. Maggiorazioni di pena (che

aumenta in questo caso da 7 a 15 anni) sono previste se il reato viene comersso

insieme a un’altra persona, se la vittima ha meno di 12 anni o se l’aggressiore ha

commesso il fatto approfittando della sua funzione di funzionario pubblico o di

indossare un’uniforme. Nel caso in cui il reo sia recidivo o sappia di essere portatore

di una malattia sessuale, la sanzione si impenna: da 15 a 30 anni per arrivare

addirittura alla pena di morte. (Gabriella Saba)

DANIMARCA

Sempre più minorenni

Negli ultimi anni in Danimarca vengono denunciati circa 500 stupri l’anno.

In realtà se ne calcolano 10 mila, ma nessuno conosce il numero esatto, dato che la

maggior parte delle volte le vittime non ha il coraggio di denunciare l’accaduto. Il

numero delle denunce è cresciuto fino a 500 a metà degli anni Ottanta, diminuito a

388 nel 1996 e poi si è assestato si 500 dal 2002. Una delle ragioni della crescita è

che ci sono sempre più casi in cui sia le vittime sia gli aggressori sono minorenni. Un

altro motivo è che sempre più le ragazze hanno il coraggio di denunciare la violenza.

La legislazione danese definisce lo stupro come un rapporto sessuale forzato, indotto

da violenza o minaccia, per cui è prevista una detenzione fino a 8 anni. Se lo stupro è

stato di natura particolarmente pericolosa, o le condizioni sono particolarmente

aggravanti – violenza su un bambino, danni fisici permanenti – la pena può essere

aumentata a un periodo non superiore a 12 anni. In una recente indagine su un

campione di mille casi, due aggressori su tre hanno un’età compresa tra i 15 e i 35

anni. Il 40 per cento degli aggressori è senza lavoro e circa il 75 per cento era già

conosciuto dalla polizia per precedenti casi di violenza. Una percentuale più elevata

di aggressori appartiene a una minoranza etnica piuttosto che a danesi. E’ stato inoltre

verificato che gli uomini condannati per stupro hanno spesso avuto un’infanzia molto

violenta e sono stati soggetti a violenze sessuali. Il 70 per cento delle vittime hanno

un’età compresa tra i 15 e i 34 anni, e il 54 per cento un’età compresa tra i 15 e i 26

anni. Il 2 per cento sono prostitute e il 94 per cento cittadine danesi. Secondo

un’indagine condotta tra il 1990-1992 metà dei crimini sono avvenuti tra maggio e

settembre, tra mezzanotte e le sei del mattino, e in più della metà dei casi il tutto è

durato meno di 16 minuti. Buona parte delle violenze ai danni di ragazze molto

giovani è avvenuta durante feste, in cui sia vittima che aggressore erano condizionati

dall’alcol. (Marco Germinario, Troels Egeskov)

EGITTO

Uno strumento di tortura

Le coordinate sono sempre le stesse, anche in Egitto: stupri compiuti su donne puniti

con severità fuori dall’ambito familiare, violenze sessuali da parte dei mariti che

restano invece impunite. L’Egitto, però, ha una sua particolarità, per le associazioni

dei diritti umani. Ed è la frequenza delle violenze sessuali come strumento di tortura.

Le denunce sono molto numerose. L’ultimo ed eclatante episodio è quello subito da

uno dei più noti blogger egiziani, Mohammed el Sharqawi, ripreso da Human Rights

Watch e oggetto di una campagna internazionale, durata per l’intera detenzione del

dissidente, conclusasi quest’estate dopo tre mesi in carcere. Arrestato assieme a un

altro blogger durante una manifestazione a sostegno dell’indipendenza della

magistratura egiziana, Sharqawi ha scritto in una lettera-denuncia non solo di essere

stato picchiato, ma anche di essere stato violentato con un tubo di cartone dalla

polizia. Quello del blogger cairota è uno dei rari casi in cui una denuncia viene fatta

in maniera così rapida e, soprattutto, senza quell’autocensura dovuta al pudore e alla

vergogna. E segue di un anno la richiesta, anche questa ripresa dalle associazioni

internazionali di difesa dei diritti umani, per un’indagine sulle molestie sessuali di cui

sono state oggetto le donne che – nel maggio del 2005 – protestavano contro il

referendum costituzionale indetto da Hosni Mubarak. Durante la manifestazione,

gruppi di uomini in borghese circondarono le manifestanti (alcune di loro

professioniste e velate) e le molestarono pesantemente. Sia nel caso di Sharqawi, sia

nel caso delle manifestanti, non si ha notizia di inchieste ufficiali. (Paola Caridi)

ETIOPIA

Venti condanne l’anno

L’Etiopia continua, sino a oggi, a essere una delle società più tradizionaliste d’Africa,

anche dal punto di vista legislativo. Nonostante il Paese abbia una grande varietà

etnica, religiosa e culturale, l’atteggiamento riguardo ai diritti delle donne rimane

piuttosto omogeneamente retrogrado, soprattutto nelle aree rurali dove vive la

maggioranza della popolazione. Lo stupro è punito dalla legge. Le pene variano,

secondo il Codice di procedura penale, dai 10 ai 15 anni. In realtà gli abusi nei

confronti delle donne – basati su convinzioni socioculturali sedimentate negli anni –

permangono un problema pervasivo di molta parte della società, soprattutto nella sua

grande maggioranza, povera di risorse economiche e culturali.

Nei rari casi in cui una donna fatta oggetto di violenza ha accesso alla polizia e ai

giudici, rigide norme societarie si interpongono, impedendole in moltissimi casi di

richiedere assistenza legale. Nelle zone rurali il problema dei “diritti negati” aumenta

a dismisura. La carenza di infrastrutture, la totale ignoranza delle donne riguardo ai

propri diritti legali e le imponenti consuetudini sociali ostacolano qualsiasi tentativo

di denunciare la violenza carnale, e ancor di più di investigare alla ricerca dello

stupratore. Ad appesantire il quadro generale, va aggiunto che una parte rilevante

degli abusi sessuali subiti da donne e ragazze in Etiopia vede come artefice un

parente diretto della violentata; in primo luogo il padre, il fratello, il marito. In

quest’ultimo caso, va rilevato come, sino all’entrata in vigore del nuovo Codice

penale (maggio 2005), un marito non fosse perseguibile per i reati di rapimento e

stupro ai danni della moglie. Anche in caso di matrimonio successivo alla violenza

(“matrimonio riparatore”) il violentatore veniva ritenuto non punibile. Questo

contesto permette di comprendere meglio i dati di una ricerca compiuta nel 2006

dall’Africa Child Policy Forum. Secondo lo studio, soltanto l’1,5 per cento delle

violenze sui minori viene denunciato dalla polizia, mentre solo nel 37 per cento dei

casi il fatto viene rivelato ad altre persone. In tutti gli altri casi, resta il silenzio. Un

silenzio utile a spiegare come mai, ogni anno, in tutta l’Etiopia, vengano emesse al

massimo venti condanne per stupro, su un totale di 86 milioni di abitanti. L’omertà

spiega anche perché i giudici usualmente riducano molto le pene rispetto a quanto

previsto dalla legge. (Emilio Manfredi)

FILIPPINE

Abolita la pena di morte

Gli stupratori hanno tirato un sospiro di sollievo di recente, quando la presidente

Gloria Arroyo ha annunciato l’abolizione della pena di morte nelle Filippine. Fino a

qualche mese fa, infatti, il reato di stupro era fra quelli che meritavano la pena

capitale. La Arroyo ha ceduto alle forti pressioni della Chiesa (decisive nel Paese più

cattolico d’Asia), ma parte dell’opinione pubblica non ha gradito, anche perché scotta

ancora sulle cronache il caso di quattro marine americani di stanza alla base navale di

Subic Bay, accusati di aver violentato una ragazza filippina. La popolazione locale,

imbufalita, ha chiesto a gran voce la pena capitale ma, visti gli stretti rapporti fra

Manila e Washington (e gli accordi che intercorrono fra i due governi), i militari a

stelle e strisce non saranno processati sul suolo filippino e, probabilmente, nemmeno

su quello americano. La passeranno liscia, insomma. Allo stesso modo, spesso i

giudici chiudono un occhio sui poliziotti che abusano delle donne arrestate o che sono

in carcere. Anche se la legislazione vigente (del 1997) è, invece abbastanza avanzata:

una donna sposata può accusare di stupro anche suo marito. Prima, invece, ci si

regolava ancora con il Codice penale spagnolo del 1700 che colpevolizzava la donna

violata. (Paolo Affatato)

FINLANDIA

Pochi processi

Secondo dati forniti dalla polizia, in Finlandia il numero di stupri e abusi sui bambini

è aumentato da 761 a 1441 dal 1995 al 2004 rispettivamente. Nel 2004 gli stupri

denunciati sono 595 e gli abusi sessuali su bambini 846. Il numero di stupri è

aumentato negli ultimi due annidel 3 per cento. Gli atti di pedofilia hanno attraversato

notevoli fluttuazioni, dovute soprattutto all’incapacità della vittima di denunciare il

crimine. In caso di violenza sessuale su minaccia o violenza, la legislazione

finlandese prevede una pena tra i 1 e 6 anni. E’ punibile anche il tentativo di stupro.

Secondo uno studio effettuato nel 1997, su 468 denunce di stupro, solo 47 – il 10 per

cento – ha dato inizio a un processo. (Marco Germinario, Troels Egeskov)

FRANCIA

Più grave se tra parenti

Il codice penale francese considera lo stupro come “qualsiasi atto di penetrazione

sessuale, di qualunque natura esso sia, commesso sulla persona attraverso la violenza,

l’obbligazione, la minaccia o la sorpresa”. Lo stupro è quindi punito con 15 anni di

carcere che salgono a 20 se il colpevole è, tra l’altro, legato alla vittima da legami di

parentela o se abusa di una posizione di autorità. Si è dovuto attendere una sentenza

della corte di cassazione del 1990 perché venisse infine riconosciuto il

 

viol entre

époux

 

, lo stupro coniugale. E dal 1992 è anch’esso diventato circostanza aggravante.

Quanto ai dati sulla violenza coniugale, per l’anno 2004 i dati del ministero degli

Interni parlano di 35 mila casi di violenza non mortale e 154 di violenze mortali.

Tuttavia le statistiche sottostimano il fenomeno: solo il 13 per cento delle donne che

subiscono violenze coniugali le denuncia. Una poderosa inchiesta (Enveff) ha

stabilito che mediamente, in un anno, circa una donna su due subisce violenze causate

dal proprio convivente. Negli ultimi anni il ministero degli Interni ha comunque

registrato una riduzione complessiva dei casi di violenza sessuale. Quanto agli stupri,

i dat i mostrano una flessione costante dal 2002: nel 2005 vi sono stati 14 mila casi di

stupri con una flessione di oltre cinque punti percentuali rispetto al 2004. E’ tuttavia

la situazione delle

 

 

banlieues a preoccupare i francesi. Secondo gli operatori sociali,

nelle periferie gli stupri collettivi, le cosidette

 

tournantes, sarebbero in continuo

aumento e sfuggirebbero alle statistiche ufficiali perché spesso non denunciati.

Nelle ultime settimane, proprio un caso di violenza sessuale commesso nella periferia

parigina ha scosso la Francia: una studentessa quindicenne è stata violentata dalle

compagne di scuola. E ciò, secondo gli opetatori sociali, confermerebbe l’inquietante

ipotesi di una riproduzione di comportamenti violenti tipicamente maschili persino

tra persone di sesso femminile. (Francesco Ronchi)

GERMANIA

Meno violenze nell’ex Ddr

I dati ufficiali del Bka (Bundeskriminalamt, Ufficio federale per la repressione della

criminalità) relativi al 2005 sono migliori rispetto a quelli del 2004, ma la situazione

negli ultimi anni è complessivamente peggiorata. Ogni giorno viene violentata una

ventina di donne. Gli stupri in Germania sono stati 8.133 nel 2005 (8.831 nel 2004);

le violenze sessuali 6.519 (6.792); gli abusi sessuali nei confronti dei bambini 13.962

(15.255). Il numero di crimini a sfondo sessuale dichiarati è comunque generalmente

cresciuto, soprattutto dopo che nel 1998 quelli commessi all’interno del matrimonio

sono diventati punibili secondo il Codice penale. Il Bka calcola che solo uno su 20 tra

stupri e abusi sessuali venga alla luce. L’83 per cento dei reati denunciati viene

punito. Il 99 per cento dei crimini di violenza sessuale è commesso da uomini. Il 20,2

per cento degli stupratori è minore di 21 anni; il 78,8 per cento maggiore. Le vittime

di stupro sono in larga parte donne tra i 21 e 60 anni (56,1 per cento).

Interessante è la ripartizione per nazionalità degli autori dei crimini in un Paese come

la Germania dove gli stranieri sono 6,9 milioni, pari circa all’8 per cento su una

popolazione di 82 milioni: il 30,1 per cento dei violentatori un è tedesco. Di questi il

3 per cento è costituito da clandestini, il 2,6 per cento da turisti, il 9 per cento da

studenti. Evidente è il dato che mostra come il 33,4 per cento degli stupratori non

tedeschi sia di origine turca. Seguono a distanza i serbi con l’8,9 per cento, e anche

gli italiani, terzi nella speciale classifica, fanno la loro parte con il 4,8 per cento.

Particolare è anche la distribuzione geografica degli stupri, che sembra avvengano

meno nelle vecchie regioni dell’Est (in coda i 3,4 per 100 mila abitanti in Sassonia e i

7,7 in Turingia, in testa i 18,1 di Brema o i 14,4 di Amburgo). Tra le città sopra i 200

mila abitanti quella dove le violenze dichiarate contro le donne sono statisticamente

più frequenti è Colonia, nel Nordreno-Vestfalia, con 23 stupri ogni 100 mila abitanti

nel 2005; mentre a Chemnitz, nell’ex Ddr, sono stati 3,2. La capitale Berlino detiene

il record di violenze per numero (610 nel 2005, quasi due di media, 18 ogni 100 mila

abitanti).

Le pene (da 1 a 10 anni) per gli stupratori sono regolate dall’articolo 177 del Codice

di diritto penale che prevede tra l’altro la reclusione non inferiore a 5 anni nel caso la

violenza sia commessa con la minaccia di armi. Altra aggravante è l’aver perpetrato

la violenza in gruppo. Dal 1998 la legge tedesca prevede anche il perseguimento

penale di stupri avvenuti in un contesto non eterosessuale. A livello mediatico i reati

sessuali non trovano in Germania molto spazio sui media nazionali, sia in tv sia nei

giornali, rimangono parte della cronaca locale. La stessa cosa vale per gli incidenti

stradali: non si tratta di non voler affrontare un determinato tema, ma di farlo in altre

sedi. (Stefano Grazioli)

GIAPPONE

Carrozze per sole donne

In un Paese ancorato ad antiche tradizioni – in Giappone alle donne tutt’oggi non è

permesso di salire sul ring dello sport sacro, il sumo, di mettere piede nei cantieri in

costruzione o di ascendere alcune montagne sacre, per non parlare poi della polemica

sull’ascesa al Trono del Crisantemo che ha investito la principessa Aiko, rea di essere

nata femmina – sempre più donne rifiutano il limitato ruolo che la società per secoli

gli ha affidato. In un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano

 

Yomiuri, più della

metà delle donne intervistate, tutte sopra i 30 anni, ha dichiarato di non volersi

sposare e fare figli. “Il Giappone è una società in transizione, che ha da poco scoperto

le pari opportunità”, ha affermato in una recente intervista Kuniko Inoguchi, ministro

per le Pari Opportunità e gli affari Sociali durante il governo Koizumi. Le donne

giapponesi, insomma, stanno cambiando e con loro anche la società e la legge. Sono

in costante aumento, infatti, le denunce per molestie sessuali nei posti di lavoro ( nel

1994 quelle pervenute al ministero del Lavoro erano 850, nel 2001 quasi 8 mila; negli

ultimi anni si è registrato un aumento del 35 per cento) e iniziano ad aumentare i casi

in cui i tribunali danno loro ragione. Emblematico qualche anno fa il caso di

Governatore di Osaka, Yodoyama, costretto alle dimissioni dopo essere stato

accusato di violenza da una collaboratrice. O quello di un professore di una

prestigiosa università giapponese sorpreso a spiare con uno specchietto il colore delle

mutandine di una studentessa. Portato in tribunale è stato condannato e ha dovuto

risarcire la sua vittima con una salatissima ammenda. Il concetto di

 

sekuhara,

contrazione nipponizzata di

 

sexsual harassment, ha un campo di applicazione molto

ampio: non solo violenza fisica e palpabile, dunque, ma anche l’invasione della sfera

intima dell’individuo può essere considerato

 

sekuhara. Nel paese del Sol Levante,

dove le fantasie e le perversioni degli abitanti dell’isola non finiscono mai di stupire, i

primi provvedimenti per proteggere le donne dagli abusi più o meno velati della

controparte maschile si erano visti già alcuni anni fa, quando è iniziata la campagna

per sensibilizzare e incoraggiare donne e ragazze che, nel pigia pigia delle ore di

punta in metropolitana, venivano toccate neanche troppo velatamente da “colletti

bianchi” mezzo ubriachi. Risultato? Questo malcostume è quasi scomparso, le donne

hanno iniziato a denunciare i loro aggressori e ottenuto di viaggiare in carrozze

sicure, quelle per sole donne appunto. Se sia una conquista o meno è tutto da vedere.

Certo è che adesso il problema non è più sommerso: oggi nella maggior parte delle

stazioni della metro di tutto il Paese ci sono poster che ritraggono un

 

salariman in

abito scuro e valigetta con sotto la scritta “denuncia il tuo aggressore”, e quando si

arriva sui binari i vagoni con la scritta

 

Women Only sono ormai una consuetudine.

(Stefania Viti)

GIORDANIA

In famiglia non vale

L’intricato legame tra delitti d’onore, violenza domestica e stupro ha trovato, in

questi anni, il suo tragico

 

case study mediorientale nella Giordania di re Hussein e poi

di suo figlio Abdallah II. Non che la situazione sia molto diversa da quella di altri

Paesi mediorientali, ma ad Amman la battaglia combattuta soprattutto sui delitti

d’onore ha avuto alcune testimonial importanti per portare in superficie una

condizione difficile. Rana Husseini, una giornalista del

 

Jordan Times, è la donna che

il mondo conosce per il suo lavoro certosino che va avanti da almeno dodici anni. E

che era cominciato proprio con uno stupro commesso all’interno della famiglia, da

parte di un fratello contro una sorella, poi uccisa. Anche in Giordania la distinzione

tra la sfera familiare, dove il ruolo degli uomini di casa è preponderante, e il mondo

che sta al di fuori delle mura domestiche è netto. Ed è visibile dentro la legislazione

in cui la violenza sessuale è quella che viene compiuta fuori dalla famiglia e che

viene punita in maniera severa. Almeno 10 anni se la vittima è maggiorenne. Con la

pena di morte, se la vittima ha meno di 15 anni. L’articolo 292, però, specifica che

l’atto sessuale senza consenso, compiuto attraverso minacce e violenza, è quello

verso una “donna che non sia la moglie”. (Paola Caridi)

GRAN BRETAGNA

Scotland Yard archivia

Nel 2003 l’allora ministro degli Interni, David Blunkett, firmò la riforma del

cosidetto

 

Sex Offenders Act: una legge del 1997, dunque datata, perché secondo il

governo di Tony Blair, non teneva in considerazione “i tempi che cambiano”. Il

nuovo testo prevede sentenze più dure per i colpevoli di molestie sessuali verso i

minori; riforma la legge sullo stupro e ammorbidisce le leggi sul sesso tra

omosessuali. Per quanto riguarda lo stupro diventa crimine anche la penetrazione

orale o l’inserimento di oggetti nei genitali. Secondo le ultime statistiche del

ministero degli Interni il numero di donne stuprate (di qualsiasi età) nel 2004-2005 è

stato di 13.322. Nello stesso anno ci sono stati almeno 19 mila seri episodi di

molestie sessuali. Lo stupro è una piaga che, nonostante l’introduzione di nuove

leggi, si sta allargando se si considera che nel 2003 i casi furono 12.354, mentre nel

2002 erano stati 11.441. La maggior parte delle donne che vengono stuprate, afferma

Rapecrisis, una

 

charity di supporto per le vittime, non sporge denuncia e i casi dei

due terzi di quelle che lo fanno non arrivano in tribunale. Ancora: il 94 per cento dei

molestatori finiscono in libertà e solo il 5,6 per cento dei 11.766 casi di stupro del

2002 hanno portato all’incriminazione del colpevole.

In Gran Bretagna più di due terzi delle denunce per stupro si femano tra i muri dei

posti di polizia senza arrivare in tribunale. Almeno un quarto dei casi inizialmente

schedati come “stupro” viene poi archiviato dalla polizia. E’ comune archiviare il

caso quando la vittima e il colpevole si conoscevano già prima. Secondo una ricerca

condotta recentemente nel Nord dell’Inghilterra tra 1.700 donne, una su quattro è

stata oggetto di stupro o tentato stupro e una su sette è stata costretta al sesso dal

marito o dal patner. Sempre secondo l’inchiesta, la maggior parte delle vittime sa chi

è il colpevole. (Elisabetta Del Soldato)

GUATEMALA

Senza legge

In Guatemala

, in cui la vittima viene addormentata con una sostanza sciolta in una

bevanda, costituiscono una costante. La violenza sessuale all’interno della coppia

viene riconosciuta e punita, anche se non menzionata esplicitamente nella legge

contro lo stupro. (Laura Forzinetti)

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