Da una scintilla scoppierà un incendio
Ieri, martedì 3 novembre 2009, Liberazione ha pubblicato un articolo di Paolo Persichetti dal titolo: “Blefari era malata ma poteva parlare: non l’ hanno curata”.
Afferma questo: Forse sta proprio in questo accerchiamento, in questa inesorabile escalation la pulsione finale che l’ha portata a darsi la morte. In una lettera scritta dal 13 al 23 maggio, in cui si susseguono frasi deliranti di ogni tipo, scriveva a Papini: «Se vogliono che mi cucio la bocca, me la cucio. Se vogliono che parlo, dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non posso più stare così. Io non so proprio cosa fare, io chiedo perdono a tutti, ma basta per pietà». Gli inquirenti hanno interpretato queste parole come un messaggio verso l’esterno, rivolto a presunti referenti che avrebbero dovuto dare indicazioni sul suo modo di comportarsi. In realtà la Blefari nel suo fare ondivago e schizofrenico meditava altro. Da diverso tempo non era più in contatto con i suoi coimputati che le avevano rimproverato la scelta processuale di non ricusare l’avvocato e farsi difendere anche in punto di fatto. Gli estratti di un duro scambio di missive, tutte visionate dalla censura carceraria e finite in mano all’antiterrorismo, apparvero sui giornali.
Nell’ultima lettera, finita di scrivere il 25 settembre, comunicava a Papini di aver informato il direttore del carcere di essersi «resa disponibile a parlare con i magistrati». Cosa avesse realmente in serbo, se volesse avviare una collaborazione e semplicemente circostanziare la sue reali responsabilità, o altro ancora, resterà un segreto che si è portato con sé. Di questa intenzione Papini ha saputo solo in carcere perché arrestato prima del suo recapito. Circostanza che smentisce il teorema accusatorio ed evidenzia il cinico gioco al rialzo portato avanti dagli investigatori contro la detenuta. Assolutamente consapevoli delle sue instabili condizioni di salute e del suo stato di prostrazione, gli inquirenti hanno dato l’idea di pensare alla Blefari come ad un “anello debole” che, prima o poi, si sarebbe spezzato conducendola ad atteggiamenti collaborativi con la giustizia. L’uso della malattia come strumento d’indagine. Mentre tutte le autorità carcerarie avevano riconosciuto da tempo la patologia psicotica che abitava la mente della donna, tanto da declassificarla dal regime duro 41 bis e assegnarla in un circuito comune, con frequenti passaggi nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino, dove veniva sottoposta a periodici Tso, sul piano giudiziario si è continuato a negare per anni non solo la sua incapacità a “stare nel processo”, ma anche il diritto ad essere curata in una struttura ospedaliera adeguata.
Ebbene, l’ articolo è piuttosto chiaro: si parla di un “anello-debole” passibile di collaborazionismo con la giustizia, di una persona malata psichicamente, una malattia che è sia mezzo che strumento d’ indagine…
Si stratta del solito e “logoro” arbitrio dello Stato ed, in particolare, delle “istituzioni-totali” (carceri, ospedali, cliniche-psichiatriche, etc.) che disciplinando i corpi (e le menti) li frammentano, li destrutturano, li incasellano, controllandone le più intime “pulsioni”…
Un potere che, sentendosi fortemente minacciato, comincia ad “ossificarsi” nella violenza, determinando un perenne “stato d’ eccezione”.
Un potere che, rafforzando ed enfatizzando il proprio aspetto coercitivo e sanzionatorio, crede così di poter “indebolire” e “FRAMMENTARE” le spinte centripete e centrifughe verso il cambiamento, la trasformazione o la “rivoluzione”?
Del resto, tornando ai preziosi insegnamenti del filosofo M. Foucault, quando si parla di politica-statuale e di diritto-statuale non bisogna mai disgiungerli dal concetto di “guerra”.
Tra guerra e politica vi è un doppio canale di scorrimento, sia simbolico, sia pratico…
Quando la pratica giuridica teorizza la sanzione nella sfera giudiziaria come spettacolo di un combattimento a morte (al di là della previsione o meno della pena capitale), la guerra si rivela come costruzione prelegare dell’ ordine politico.
Infatti, la sovranità-vincente di qualunque ordine politico non va mai dissociata dallo spettacolo della sottomissione violenta degli avversari, così come la legittimizzazione dell’ abuso sotto forma giuridica….
Pertanto l’ alleanza sovrana tra la politica e la guerra, una volta vinta, si “rigenera” e rinnova attraverso i meccanismi polizieschi e giuridici che, ripropongono una “guerra sottile” e “perenne” contro i nemici interni.
Infatti, Foucault affermò, durante il seminario del Sindacato della Magistratura (1977) : “La storia del XVIII secolo è stata nel contempo lo scacco del sistema liberalismo-legalitario e la scoperta che, attraverso questo sistema, si era esposti per un verso ad abusi di potere, ma anche, per altro verso, ai contropoteri. Le rivoluzioni del XIX secolo, così come l’ apparizione di fenomeni quali la stampa o i sindacati, hanno visto la comparsa di alcune specie di contropoteri all’ interno del corpo sociale; e per inquadrare a grandi linee la questione odierna, avanzerei l’ ipotesi che un po’ come nel XVIII secolo si è riflettuto sul problema dell’ economia del potere e sulla maniera di far funzionare la legge come principio dell’ economia nell’ esercizio del potere, oggi invece si delinea una riflessione sul problema della pluralità dei poteri, cioè su come si possa ottenere un sistema di potere coerente, efficace, continuo, che obbedisca agli interessi fondamentali della classe dominante….”.
Da ciò si deduce che la vocazione di qualunque STATO ed organismo amministrativo o/e giuridico è quella di essere “totalitario”, cioè di avere qualunque cosa “sotto-controllo”. Cioè vi è una sovrapposizione di tutti gli apparati di controllo (piccoli e grandi) in una sola identica piramide: i micro-poteri controllati da un potere centrale. In questo frangente, l’ unico spazio di libertà parrebbe quello di “sposare” un ethos dissidente, di sottrazione a tali pressioni….
Maddalena Celano