Da una scintilla scoppierà un incendio
Il genere, in quanto categoria, è una costruzione sociale e culturale che definisce i ruoli delle donne e degli uomini. Il termine è stato introdotto nel discorso scientifico dell’ antropologa Gayle Rubin con l’ espressione “sex-gender-system” nel saggio The Traffic in Women, del 1975, e poi ripreso da Joan Wallach Scott, nel suo saggio “Gender” (Gender: a useful category of historical analysis, in American Historical Review 91, 5, 1986, pp. 1053-75).
Con questa espressione si definisce l’ insieme dei processi, dei rapporti, delle modalità di comportamento con i quali ogni società converte la sessualità biologica in prodotti dell’ attività umana e organizza la divisione dei compiti tra gli uomini e le donne, differenziandoli l’ uno dall’ altra. Tempo prima nel 1949 la scrittrice francese Simone De Beauvoir aveva criticato la costruzione sociale del soggetto femminile, distinguendo tra il sesso biologico (sex), ovvero il corredo genetico che crea il binomio maschio/femmina, e categoria sociale (gender), come costruzione dello status di uomo e donna
(S. De Beauvoir, Il Secondo Sesso, Il Saggiatore, Milano, 2008).
Tutti i saggi e e le fonti sono reperibili sul sito dell’ università di Firenze: www.unifi.it/offertaformativa/allegati/.../Lezione_genere_slides.ppt
Sesso e genere, nondimeno, non rappresentano due dimensioni contrastanti e discordanti ma interdipendenti. Il genere viene riorganizzato e ricostruito quotidianamente, attraverso una serie di interazioni storicizzate e contestualizzate.
In qualche modo, famiglia e società, ma anche la cultura decretano e prescrivono differenti regole e norme comportamentali per ragazze e ragazzi. L’ identico complesso di riproduzioni e raffigurazioni comportamentali, da tutti condiviso, costituisce il genere, sostanzia anche gli stereotipi che organizzano i ruoli all’ interno della coppia. Dunque, se si vuole parlare di violenza sulle donne è necessario prendere in considerazione i modelli di genere della cultura di appartenenza. Da questi fluiscono rigide aspettative riguardo i comportamenti, dalle quali impossibile sottrarsi pena la riprovazione della società e dei propri famigliari. Seguendo il ragionamento di Rubin, il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico, in cui il maschile ha la posizione privilegiata. Se, dunque, la costruzione discorsiva della società, che definisce il modo d’ essere uomo ed il modo d’ essere donna, consente una dinamica di prevaricazione, perché questa non dovrebbe agire anche nel micro livello delle relazioni di coppia? Nel 1995 la Conferenza di Pechino ha avviato una riflessione su “chi definisce i ruoli dell’ uno e dell’ altra”, interrogandosi se le donne e gli uomini hanno la stessa possibilità di esercitare il loro diritto di scelta.
Questo 25 giugno giugno 2012, durante la XX edizione dello Human Rights Council, tenutosi a Ginevra, Rashida Manjoo, relatrice speciale per le Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha elaborato i dati italiani ed è giunta alla conclusione che il nostro paese ha ancora molta strada da fare per estirpare questo problema sociale. Quello che c’è da sradicare, secondo la Manjoo, è la cultura maschilista di cui l’Italia si caratterizza soprattutto nelle zone meno ricche e poco industrializzate, in cui la donna deve ricoprire determinati ruoli e sottostare alle decisioni del partner o del genitore.
Il nodo della questione, come sottolineato nell’incontro di Ginevra, è l’incapacità di denunciare l’accaduto: sentendosi sottomesse, le donne non riescono a prendere il coraggio a due mani e far valere i propri diritti, anche quando sono vittime di violenza. Nemmeno lo Stato si mostra rassicurante: la gran parte delle donne italiane ha dichiarato che, denunciando il proprio carnefice, non si sentirebbe protetta né dalle leggi né dalle forze dell’ordine e preferisce, di conseguenza, tacere per non trovarsi situazioni ancora più spiacevoli (fonte: psicologia.doctissimo.it/disturbi-psicologici/traumi/violenza-donne-femminicidio.html).
“Il femminicidio è crimine di Stato tollerato dalle istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne che vivono diverse forme di discriminazione e violenza”. È durissimo il rapporto presentato a Ginevra da Rashida Manjoo, Special Rapporteur dell’Onu, dopo la sua visita in Italia a gennaio in cui chiedeva, in un rapporto presentato a Ginevra, che l’Italia si impegnasse «a eliminare gli atteggiamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro». La richiesta non era rivolta a un paese del profondo sud Africa o dominato da un radicale islamismo ma al “Belpaese” - definizione evocativa di serenità che da sempre si rivolge all’Italia.
Secondo la Manjoo, la legislazione nel nostro Paese è buona, ma “non ha portato a una diminuzione dei femminicidi” o non è stata tradotta “in un miglioramento della condizione di vita delle donne o delle bambine”.
La violenza continua a essere un problema culturale: la maggior parte degli episodi “non viene denunciata – spiega il rapporto – perché vissuta in un contesto culturale maschilista in cui la violenza domestica non è sempre percepita come crimine e in cui le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza stessa”. Del resto, basta scorrere le storie delle 73 donne uccise dall’inizio dell’anno (fonti: Casa internazionale delle donne e bollettino-di-guerra.noblogs.org ), per rendersi conto che l’Onu ha ragione e che è ora di intervenire sul serio.
Durante la 20a sessione dei Diritti umani delle Nazioni Unite, la Relatrice Speciale sulla violenza di genere, Rashida Manjo ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. Durante la sua relazione ha chiarito i significati di femmicidio e femminicida (per chi avesse ancora dubbi su come si nomina l’omicidio di genere) oltrepassando il carattere specificamente culturale, religioso, sociale del fenomeno, affermando che ovunque si consumi, l’omicidio di genere ha una chiara matrice comune a tutte le donne del mondo anche se con diverse declinazioni. A Ginevra, come relatrice, era presente anche Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, parte attiva nella Piattaforma Cedaw e del relativo Rapporto Ombra presentato a luglio del 2011 a New York, redattrice del dossier specialistico “Femmicidio e femminicidi in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità” al seminario promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, e che per noi ha scritto una sintesi di quello che è stato il Rapporto tematico durante la 20a sessione dei Diritti Umani davanti ai Paesi di tutto il mondo, un evento così importante ed epocale perché il primo che viene redatto e illustrato in questi termini
(fonte: http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2012/06/28/lonu-contro-femmicidio-e-femminicidio-nel-mondo/).
Finché morte non vi separi: quasi non trascorre giorno senza che si legga nella cronaca nera di un “dramma di gelosia”, un assassinio, un delitto di cui l’ autore è il partner o l’ ex partner. La gelosia è considerata una prova d’ amore e sembra poter giustificare persino la violenza. Bensì è spesso un senso di possesso intimidito e spaventato dalla prospettiva o possibilità di una perdita dell’ oggetto desiderato. La violenza contro le donne è confermata e convalidata e persino mascherata anche da quei sentimenti positivi che nel panorama culturale italiano, descritto a ragione come “familista”, sono evocati dall’ idea di Famiglia. Tale mito ha poco a che fare con le famiglie concrete: la famiglia anche nel nostro paese è l’ ambito in cui gli uomini esercitano gran parte di violenza sulle donne e sulle bambine. È proprio questo dover essere “rifugio” dal mondo esterno, ambito di intimità, luogo delle cure fisiche e dell’ espressione della sessualità, a oscurare la violenza che può accadere al suo interno, anche oggi che la famiglia, normalmente, si istituisce sulla base dell’ amore e non di regole sociali oppressive. La tanto celebrata complementarietà dei ruoli maschili e femminili svela di essere una gerarchia tra i sessi, in cui i vantaggi sono riservati prevalentemente agli uomini. Sarebbe meglio rimpiazzare il termine complementarietà con reciprocità dei ruoli, in cui gli aspetti migliori dell’ uno e dell’ altro genere siano trasmessi ai maschi come alle femmine. Finanche il ruolo maschile infatti risulta problematico, limitato, basato com’è sulla differenziazione e sul rifiuto delle caratteristiche “femminili”. Nelle ricerche sugli uomini che maltrattano si nota come la loro violenza sia una sorta di “esteriorizzazione” di una profonda insicurezza, nonché di carenza di canali per entrare realmente in contatto con l’ altra persona.
Maddalena Celano
Pubblichiamo alcuni stralci dal dossier redatto dall´avvocata Barbara Spinelli in «Femicide and feminicide in Europe. Gender-motivated killings of women as a result of intimate partner violence», Expert paper presentato nell´ambito dell´expert group meeting on gender-motivated killings of women, organizzato dalla Special Rapporteur ONU sulla violenza nei confronti delle donne, Rashida Manjoo, a New York, il 12 ottobre 2011.
"Perché le donne vengono uccise? In tutto il mondo, la forma più comune di omicidio di donna è la sua uccisione da parte di partner o ex partner. Se guardiamo la situazione relativa agli omicidi di donne a livello mondiale, un dato torna costante: gli omicidi delle donne in una percentuale che varia dal 40 al 70% a seconda degli Stati, sono commessi da parte dei compagni, mariti, partner (o ex) di queste donne. Al contrario, la percentuale di omicidi di uomini commessi da donne che con questi avevano un legame affettivo (o ex) varia dal 4 all´8% a seconda dei Paesi.
È evidente quindi che la violenza nelle relazioni di intimità, dai maltrattamenti all´omicidio, ha una specificità di genere che emerge già dal dato statistico: è una forma di violenza maschile rivolta nei confronti delle donne «in quanto donne». Mentre gli omicidi (in generale, di uomini e donne) sono progressivamente in calo, la percentuale di omicidi di donne commessi da partner o ex partner nel mondo resta invariata da circa 70 anni. (...) In Europa il gruppo di donne che più viene ucciso per femminicidio è quello 35-44 anni. In Italia invece il gruppo più colpito è quello delle donne over 46. Le armi più usate sono le armi da fuoco e le armi bianche, a seguire il soffocamento e lo strangolamento.
La maggior parte di questi crimini avviene in casa, in particolare in casa della vittima. Il comportamento degli assassini/femminicidi più diffuso è tentare il suicidio. Ma solo un quarto degli uomini che tenta il suicidio dopo aver ucciso la moglie lo fa per problematiche psicologiche o psichiatriche. Nella maggior parte dei casi (70%) l´uccisione della donna è l´ultimo atto di anni di violenze nella relazione di intimità (psicologiche, economiche, fisiche). Su 10 donne uccise dal proprio partnere o ex, 7/8 avevano già subito altre forme di violenza da parte dello stesso uomo prima di essere uccise. Questo dato è stato confermato da numerose ricerche criminologiche in tutto il mondo, anche in Italia (Baldry).
In Europa la forma di violenza maschile sulle donne più diffusa è la violenza nelle relazioni di intimità, ovvero quella agita dal marito o dal compagno sulla moglie o sulla partner (quindi anche nelle coppie giovanissime di «fidanzatini»).
In Europa 1 donna su 4 ha subito almeno una volta nella vita violenza nelle relazioni di intimità.
Sono interessanti anche i risultati emersi dell´Eurobarometro 2010: il 78% degli europei pensa che la violenza maschile sulle donne in famiglia sia abbastanza diffusa nel proprio Paese. In Europa ogni giorno ci sono 7 donne e/o bambine vittime di femminicidio.
I dati raccolti relativi alla mortalità connessa alla violenza in famiglia in Europa nel 2006 sono impressionanti. Le morti connesse alla violenza nelle relazioni di intimità nell´Ue a 27 sono state 3.413 nel 2006. Di queste, 2.419 erano donne uccise dai partner (femminicidi), 1.010 donne vittime di violenza da parte del partner che per questo motivo si erano suicidate, 272 gli uomini uccisi dalla propria partner, 186 gli omicidi collaterali (uomo uccide la moglie e i figli, oppure la moglie e la madre, oppure la moglie e il suo nuovo compagno, ecc.), 536 gli uomini che, dopo aver ucciso la propria partner, si sono suicidati"."
L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO
di Barbara Spinelli*
Al Consiglio dei Diritti Umani è stato presentato il primo Rapporto tematico mondiale sugli omicidi basati sul genere
E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70% dei casi) li precede. Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.
Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere
Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”. Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito) o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.
Le raccomandazioni
La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza, l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.
La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio
La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente” il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.
Il ruolo della società civile: la storia siamo noi
La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri, ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.
Il mio pensiero, nel leggere il Rapporto tematico e nel partecipare ai lavori della sessione, è andato a Barbara, Maria Grazia, Vanessa, Elisa ed a tutte quelle altre di donne di cui conosciamo nomi, volti, ed esecutori, ma soprattutto è andato a tutte quelle che sono scampate alla violenza femminicida, e che passano ogni giorno della loro vita nell’insicurezza, temendo che possa succedere di nuovo, che possa accadere il peggio, con l’amarezza in bocca e quel senso di essere state abbandonate dalle Istituzioni. Queste raccomandazioni sono per voi, e per chi verrà dopo di voi, che possa non provare più questa solitudine, che possa trovare dalle Istituzioni il supporto necessario per vivere in sicurezza una vita libera dalla violenza.
* Barbara Spinelli, avvocata, fa parte dell’Associazione Giuristi Democratici e della Piattaforma di ONG “30 anni di CEDAW: lavori in corsa”, nell’ambito della quale ha coordinato la redazione e scritto il “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia, presentato nel corso della 49ma sessione del Comitato CEDAW, alle Nazioni Unite, nel luglio 2011. E’ autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale” (FrancoAngeli, 2008) e di altre pubblicazioni specialistiche sul tema. E’ stata invitata in qualità di esperta al seminario sugli omicidi basati sul genere promosso dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, nell’ambito del quale ha presentato il dossier specialistico “Femmicidio e femminicidi in Europa quale esito della violenza nelle relazioni di intimità”. E’ stata il punto di contatto per gli incontri con la società civile nell’ambito della missione ufficiale in Italia della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite contro la violenza sulle donne avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012. (gestisce i blog femminicidio.blogspot.it e gdcedaw.blogspot.com da cui sono stratte forti e dichiarazioni qui pubblicate)