Da una scintilla scoppierà un incendio
La parità di genere non è ancora raggiunta. E aumentano le vertenze. Il caso
delle 130 le lavoratrici della Citman di Brescia che devono cercare un nuovo 
lavoro dopo il fallimento. I padroni della fabbrica chiedono di non protestare,
rovina l'immagine del nuovo outlet
”We want sex” è il titolo di un bel film che racconta una grande vertenza fatta
da operaie in nome della parità di genere: la parità del salario, in
particolare, tra uomini e donne. La storia è degli anni Sessanta, ma a quanto
pare potrebbe essere raccontata ancora oggi. È dell’altro giorno la vicenda
dell’azienda di Inzago, in Lombardia, produttrice di motori elettrici per
condizionatori che ha deciso di licenziare una parte dei suoi dipendenti
selezionando solo le donne e lasciandone a casa 13 su un totale di 30. “Potranno
occuparsi dei figli e comunque si tratta di un secondo lavoro” è stata la
giustificazione addotta dall’amministratore delegato.
Una frase che le donne che lavorano si saranno sentite ripetere migliaia e
migliaia di volte, fino alla nausea. Il caso di Inzago è forse il più eclatante
e quello che più da vicino ricorda le operaie di “We want sex”. Ma ce ne sono
altri. Molti ricorderanno le lavoratrici dell’Omsa, ospitate da Annozero, che
hanno perso il lavoro per via di una delocalizzazione in Serbia. Nel bresciano,
confine Sud con Cremona, c’è un’altra vicenda che non è un caso “da
globalizzazione”. “Qui siamo di fronte al più classico caso di incompetenza di
imprenditori votati al guadagno facile e che hanno gettato sul lastrico più di
cento lavoratrici”, ci spiega Laura Tonolo, della Filtem-Cgil di Brescia che
segue la storia della Citman.
La Citman è, anzi era, una fabbrica tessile di alta qualità, produttrice di
giacche da uomo che riforniva marchi piuttosto pregiati: Armani, Zegna,
Dolce&Gabbana per intenderci. “Una fabbrica tirata su da una titolare che ci ha
fatto penare sindacalmente perché era molto dura, ma che in ogni caso sapeva
fare il suo lavoro”. Alla sua morte, gli eredi litigano un po’ per l’eredità,
poi risolvono i conflitti ma in capo a tre anni, dal 2008 al 2011, si passa alla
cassa integrazione e poi al fallimento dichiarato il 7 giugno scorso. A perdere
il lavoro sono circa 130 operaie, forse di più. Lavoratrici di lunga esperienza
e competenza, non più giovani che oggi non sanno bene dove ricollocarsi. “Si
tratta di lavoratrici che con un’occhiata riconoscono una giacca di qualità, che
hanno permesso a quell’azienda di crescere, che erano anche in grado di lavorare
da sole, senza guida anche per via di quell’orgoglio operaio che spesso fa la
differenza. Specialmente nel tessile, settore ad alto valore aggiunto”. Oggi la
ricollocazione rischia di essere quella di badante, di colf, anche la pensione
può essere preclusa viste le intenzioni di innalzamento dell’età pensionistica.
Nel frattempo i titolari della Citman stanno per aprire un outlet nei capannoni
dismessi e, racconta sempre Tonolo, “sono venuti a chiederci di sgombrare il
presidio organizzato lì davanti perché può arrecare danno all’immagine della
nuova attività”. Le operaie, infatti, hanno collocato due gazebo davanti alla
fabbrica e hanno dovuto subire un’azione vandalica denunciata ai carabinieri:
“Un danno da squadraccia” dice Tonolo.
Sembrano vertenze occasionali, ma vanno iscritte nel contesto generale. Sono di
ieri i dati Istat sulla disoccupazione che sale a maggio all’8,1 per cento in
aumento dello 0,1 rispetto ad aprile e in calo dello 0,5% su base annua. Solo
che a farne le spese, oltre ai giovani, sono soprattutto le donne che
registrano, al Sud, un tasso di disoccupazione del 46 per cento (mentre i
giovani tra i 15 e i 24 anni si attestano al 29,6 per cento). Il tasso di
occupazione delle donne a livello nazionale è del 46,4 per cento, sotto di 13,6
punti percentuali rispetto all’obiettivo europeo fissato dalla strategia di
Lisbona. Nel Sud siamo intorno al 30 per cento. Anche i piccoli aumenti
occupazionali che vengono registrati riguardano tipologie contrattuali che non
migliorano la condizione di vita. Secondo i dati della Cgil, infatti, se nel
2009 si registravano 720 mila contratti “atipici” per gli uomini, per le donne
il numero saliva a 2,5 milioni. Anche il tasso di inattività è profondamente
diseguale. In Italia ci sono 9.679.000 donne che non lavorano e non studiano e
il tasso di inattività, che complessivamente è pari al 37,8 per cento fra i 15 e
i 64 anni, sale, se si considerano solo le donne, al 45,8 per cento. “We want
sex” andrebbe girato ancora.