Da una scintilla scoppierà un incendio
Rebecca, la tunisina che cerca
i ragazzi immigrati scomparsiConosce la storia di 500 tunisini spariti e ha
deciso di non voltare le spalle: ha intrapreso un viaggio in Italia per
chiedere l'appoggio delle Procure e dei consoli tunisini. "Non potevo
restare immobile senza far nulla. Credo nella solidarietà. La mia storia di
rifugiata politica mi segna da 23 anni"di ROMINA MARCECA
Rebecca Kraiem
PALERMO - Madri e mogli hanno visto in televisione i volti festanti
all'arrivo in Sicilia. Poi, di loro, non hanno saputo più niente. Scomparsi.
Diventati fantasmi all'improvviso, dopo lo sbarco. Da marzo scorso 500
ragazzi tunisini, tra i 16 e i 25 anni, sono spariti nel nulla dopo l'arrivo
a Lampedusa. Erano sbarcati sulle coste dell'isola a bordo di quattro
carrette del mare. Alcuni loro amici sono morti in un naufragio nel Canale
di Sicilia il 14 marzo. Gli altri ce l'hanno fatta. Decine di parenti
giurano di averli riconosciuti nelle riprese mandate in onda dai
telegiornali. Li hanno chiamati ai numeri di cellulare, ma non hanno mai
ricevuto una risposta. Si sono rivolti ad Amnesty International lanciando un
appello ai connazionali in Italia. "Che fine hanno fatto i nostri figli?",
hanno scritto sotto le loro foto mostrate alle telecamere in Tunisia.
Rebecca Kraiem ha deciso di legare la sua esperienza umanitaria alla ricerca
dei desaparecido. Ha conosciuto la storia dei 500 tunisini scomparsi e ha
deciso di non voltare le spalle. Da mesi, Rebecca, 53 anni e membro
dell'associazione tunisina "Giuseppe Verdi" di Parma, ha intrapreso un
viaggio in Italia per chiedere l'appoggio delle Procure e dei consoli
tunisini. "Non potevo restare immobile senza far nulla. Credo nella
solidarietà. La mia storia di rifugiata politica mi segna da 23 anni. Non ci
dormo la notte. Devo trovare quei ragazzi. Chiunque ha notizie di loro può
anche chiamarmi al cellulare. Questo è il mio numero: 3883610397", lancia
il suo appello Rebecca. "Non vorrei - continua - che questi giovani abbiano
dato nomi falsi e siano finiti in un centro di identificazione da qualche
parte in Italia. Vorrei cercarli anche lì, ma non posso entrare da sola. Ci
vuole la rappresentanza del nostro governo". Rebecca conosce i genitori di
due profughi scomparsi. Doveva incontrare i figli a Parma, subito dopo il
loro arrivo, ma i ragazzi in Emilia Romagna non sono mai arrivati.
Qualche giorno fa Rebecca è arrivata anche a Palermo. Il console tunisino
non l'ha ricevuta. Lei ha organizzato un presidio in piazza Ignazio Florio
in segno di solidarietà con le madri di Tunisi. "Sono sconvolta - dice
Rebecca - per la reazione del console tunisino. Era stato lui a chiedermi di
non contattare le Procure perché si sarebbe interessato personalmente al
caso". Ma c'è di più. Rebecca ha contattato anche il ministro del turismo a
Tunisi. L'ha incontrato a Mazara del Vallo ma è rimbalzata su un altro muro
di gomma. È così arrivata alla Procura di Palermo: il capo coperto
dall'hijab, il piglio deciso. Ha bussato alle porte dei magistrati. Stavolta
le hanno risposto, lei ha raccontato la vicenda e con i pm si è data
appuntamento per un incontro con un avvocato.
I viaggi in giro per il Paese di Rebecca, però, continuano. È stata a Genova
e Milano. Una pellegrina in cerca dei suoi connazionali. "Non sono sola -
confida la donna - in questa mia ricerca ho al mio fianco solo mio fratello
Alì". Rebecca non vuole rassegnarsi. "Non l'ho fatto - dice con orgoglio -
nemmeno quando un cancro al cervello mi stava strappando alla vita. Ho
lottato e ce l'ho fatta. Nel 2004 è come se fossi rinata e non intendo
sprecare nessun attimo della mia esistenza". A sostenerla è anche il marito,
presidente dell'associazione. Lei lo chiama marito, anche se non sono
sposati. "Nel mio Paese è vietato dire "compagno"".
Rebecca, nel frattempo, ha anche fondato una nuova associazione: "Donne
dimenticate". "Le donne nel mio paese non hanno il diritto di parlare. Sono
tra le poche donne a non essere mai ritornata in Tunisia. Sono considerata
una ribelle perché lotto contro i soprusi. Anch'io sono scampata alle
violenze del mio Paese. Ma questa è un'altra storia, ed è meglio
dimenticarla".
(03 ottobre 2011)