Da una scintilla scoppierà un incendio
E' difficile entrare nel merito della 2 giorni all'Aquila, senza entrare nel
metodo con il quale è
stata impostata e organizzata e senza considerare gli attori di questa
impostazione.
E' sulla base di ciò che si definiscono i confini del merito, dei contenuti
e della loro espressione
e si suggeriscono limiti alle prospettive possibili.
Certamente la 2 giorni è stato un evento positivo per la città de L’Aquila,
che si è vista
percorrere da tanti corpi di donne e uomini. E’ stata anche l’occasione per
far conoscere a tante/i
la realtà del post-terremoto, la militarizzazione e la desertificazione del
territorio e un pretesto
per incontrarsi e ribadire la necessità di una città diversa, una città
delle donne, di una casa
delle donne.
Ma una lettura critica della 2 giorni, che pur essendo terremotata aquilana 
ho un po’ subito, devo
farla.
L’ho subita nelle visite guidate e su prenotazione, che hanno disperso le
donne tra new town e zona
rossa, sottraendo tempo ai tavoli ed eliminando il momento di confronto
collettivo della plenaria.
Non sarebbe stato meglio irrompere collettivamente nella zona rossa in una
manifestazione di donne
che fisicamente e in massa si riappropriasse della città?
L’ho subita come un’operazione turistico-commerciale, che con il pretesto di
portare le donne
all’Aquila ha dato visibilità agli sponsor, alle imprese commerciali locali
e non come la coop
Lombardia, che deve ancora spiegare l’attività di spionaggio nei confronti
dei suoi dipendenti.
L’ho subita come un’ipocrisia radical scic da parte della borghesia, dell’istituzione
“Comune
dell’Aquila” dei padroni e della cgil/spi, che dietro le donne in nero e in
generale dietro le
donne, si preparano alle prossime elezioni.
L’ho subita perché, come tante altre donne e lavoratrici aquilane, sono
stata chiamata solo a giochi
fatti, senza un momento assembleare locale propedeutico alla 2 giorni.
Non c’è da stupirsi quindi della scarsa partecipazione locale di donne alla
2 giorni.
Veniamo al merito.
Si era detto che il tema “lavoro” avrebbe avuto priorità in tutti i tavoli,
anche se non specificato
in nessuno di essi. Ho pertanto seguito, nel pomeriggio di sabato, quello
che mi sembrava più
attinente: “beni comuni, legalità delle vittime, ricostruire nella legalità”,
che doveva affrontare,
tra l’altro, i temi della sicurezza e del mercato.
Ma i tavoli sono stati ulteriormente suddivisi in sottotavoli, quindi in 3
ore ho dovuto fare uno
zapping tra una stanza e un’altra, per avere una visione più complessiva. Di
conseguenza posso per
ora fare un report molto frammentario della 2 giorni, in attesa che
donne-terre-mutate mettano in
rete il report completo e le proposte emerse.
Dalle donne dell’Aquila è stato denunciato come la mancata prevenzione dei
disastri prima del
terremoto, ma anche l’intervento successivo delle istituzioni, della
protezione civile, il potere di
ordinanza, la gestione dell’emergenza, la militarizzazione, l’atomizzazione
e disgregazione dei
nuclei sociali attraverso le deportazioni e le new town, abbiano fatto parte
di un unico disegno,
teso a frammentare i rapporti sociali ed espropriare i cittadini della
capacità decisionale,
estromettendoli dalla partecipazione alle decisioni che li riguardano per
favorire l’interesse dei
grandi profitti.
Da Torino a Trieste, dicono le donne alluvionate di Brescia, territori non
ce ne sono più, sono
stati consumati e non sanno dove farle le vasche di laminazione perché gli
speculatori, collegati
alle lobby mafiose nazionali devono continuare a fare i loro businnes. Hanno
fatto un questionario
firmato e sottoscritto tra i cittadini per raccogliere informazioni e
pretendere trasparenza senza
risultato Denunciano incompetenza.
Interessanti spunti di analisi sono emersi anche dalle narrazioni delle
donne di Vicenza contro la
base Dal Molin e dalle donne campane contro le discariche.
Tuttavia il fiume di racconti che ho ascoltato, si impantanava
principalmente su 2 o 3 punti senza
trovare sbocchi:
- si è parlato di illegalità a fronte della mancata prevenzione e dell’inadeguata
risposta delle
istituzioni ai disastri, a vantaggio delle mafie e dei grandi profitti, ma
non si è messo in
discussione il sistema capitalistico, perfettamente legale, che sta alla
base della shock economy e
delle mafie stesse
- si è parlato di crisi democratica come fattore negativo, ma non sono state
messe in discussione le
istituzioni, che sul sistema capitalistico, anche quello dei disastri, si
fondano e che tale sistema
proteggono sulla testa delle popolazioni
- si è parlato di protagonismo dei cittadini attraverso l’inchiesta
sottoscritta e la
partecipazione, ma non di autorganizzazione dal basso e autonomia
- non ho sentito parlare di lavoro/reddito e questo la dice lunga sulla
distanza di questa 2 giorni
dai problemi della maggior parte delle donne, anche aquilane, lavoratrici,
precarie, disoccupate,
studentesse ecc.
Al tavolo sulla violenza “corpi violati corpi desiderati”, sono stata solo
la domenica, quando si è
riunito per circa un’ora, per leggere una lettera molto intimista e fare un
riepilogo di quanto si è
detto. Prima della riunione ho incontrato una compagna di Romae le ho
chiesto le sue impressioni.
Mi ha detto che il sabato pomeriggio è stato molto complicato perché il
tavolo si è avvitato
sull’autocoscienza, che lei ha fatto un intervento sulla questione del
reddito di esistenza ma il
tema reddito/lavoro è rimasto a un punto morto.
Dall’intervento riepilogativo di una donna è emerso infatti che la riunione
del sabato sia stata
guidata ed egemonizzata dal filone di Carla Lonzi, dalla teoria dell’autocoscienza
e della
differenza sessuale, cui sembra abbiano fatto da contraltare solo le
Ribellule, le uniche a parlare
di LOTTA per conquistare spazi pubblici, di lavoro sul sociale, di
consultori liberi e gratuiti,
contro la legge Tarzia ecc. e hanno parlato della violenza quotidiana che si
consuma a Roma con lo
sgombero dei campi rom.
Questo per quanto riguarda i tavoli, o gli avanzi degli stessi, che sono
riuscita a seguire.
Sabato sera mio zio, che ha curato l’allestimento di una mostra fotografica
“donne in resistenza”,
mi ha presentato Giovanna Marturano, 99 anni, ex partigiana di origini
sarde, che è intervenuta al
tavolo “donne in resistenza contro la militarizzazione dei territori” e ha
fatto l’intervento
conclusivo della 2 giorni, che però, con un’amplificazione inesistente, non
si è sentito.
Fortunatamente l’ho conosciuta personalmente e ho ascoltato in anteprima ciò
che probabilmente ha
detto alla fine della 2 giorni. Mi ha raccontato la sua storia e quella di
sua madre, anche lei
combattente, come tutta la sua famiglia. “eravamo una famiglia di galeotti”
mi ha detto “mio
fratello se non c’era la liberazione avrebbe dovuto scontare 14 anni” “e ora
non voglio morire sotto
Berlusconi, ce l’abbiamo fatta allora perché non dobbiamo riuscirci ora?
Pensavamo di aver sconfitto
il fascismo e invece…”mi ha detto con le lacrime agli occhi: “io amo questa
città, ma bisogna che ci
arrabbiamo di nuovo e più di ieri per ricostruirla!”
Le ho regalato una copia del foglio Mfpr e una maglietta “revoltemo l’aquila”
mi ha detto: “si, una vera rivolta ci vuole!”
Domenica l’incontro conclusivo è durato circa 15 minuti, hanno parlato la
partigiana e una giovane
donna in nero, ma del loro intervento, per l’amplificazione da schifo non si
capiva niente. Col
banchetto non riuscivo a distribuire materiale e così mi sono messa a
volantinare la piattaforma per
lo sciopero delle donne, che non era scontato ricevesse un qualche successo,
data l’età media delle
partecipanti, molto over 50 e la motivazione per cui erano qui (più come
turiste che come
manifestanti). Nonostante ciò e lo scarso numero di donne presenti al
momento finale, la piattaforma
ha riscosso un certo successo, soprattutto tra le Ribellule, che mi hanno
fatto una specie di
intervista registrata su come pensavamo di costruire lo sciopero totale
delle donne e dove si poteva
reperire materiale on line. Le ho detto che siamo state all’assemblea donne
fiom e abbiamo già
iniziato a costruirlo, che per giugno proponiamo di assediare i palazzi del
potere, anche con un
presidio al ministero del lavoro, che però è necessario che anche le donne
presenti negli altri
territori, soprattutto a Roma, si attivino per questo.
Da Luigia - L'Aquila.